L’amore e l’Intelligenza Artificiale, uno dei tratti più antichi dell’umanità e una delle sue più recenti “conquiste” tecnologiche, sono i due argomenti alla base di Olympia, opera in due atti di Nicola Campogrande – compositore in residenza del Teatro Comunale di Bologna nel triennio 2024/2026 – su libretto di Piero Bodrato, proposta in prima rappresentazione mondiale lo scorso venerdì (ultima replica oggi ore 20) al Comunale Nouveau.

Questo nuovo titolo è una commissione del TCBO che si interroga sui confini tra umano e artificiale, tra etica e coscienza. Quando Bodrato e Campogrande iniziarono a lavorare a Olympia, il Chat Gpt non era ancora stato reso disponibile, ma oggi, la loro “storia d’amore ai tempi dell’intelligenza artificiale”, che qualche anno fa sembrava futuribile, è diventata straordinariamente attuale. La vicenda è quella dell’ingegner Lamberto Spallanzani che ha dato vita alla sua creazione più riuscita: Olympia, una giovane donna di straordinario fascino che ignora di essere un androide, di fatto ha costruito la propria moglie robotica finendo con l’innamorarsene. Celebrata come l’alba di una nuova era, la creatura attira su di sé fascinazione, desideri, dubbi. Quando, tuttavia, la verità della sua natura artificiale viene svelata, si aprono interrogativi sui limiti della scienza e sull’etica della creazione artificiale, soprattutto quando la stessa Olympia comincia a riflettere sulla propria identità e sui confini tra umano e macchina.

Presenti alla prima, possiamo affermare come Olympia rimanga un’opera per molti aspetti buffa, ironica e piena di brio, però il dramma al quale si assiste nel secondo atto, l’inattesa presa di coscienza della “ginoide”, come viene definita nel libretto, è terribilmente drammatica perché, su quella macchina, prepotentemente femminile, l’uomo esercita una violenza insopportabile e Olympia gli resiste, si ribella, fugge, per poi innescare un imprevedibile finale. Sullo sfondo, in lontananza, c’è un vago richiamo ad alcuni racconti di E.T.A. Hoffmann, che sono stati il pretesto per avviare una narrazione completamente nuova, ma, nella trama di quest’opera si intravedono anche i robot senzienti di Asimov e tutti i loro parenti fantascientifici, che diventano protagonisti di una riflessione sul libero arbitrio: che cosa vuole veramente una macchina? Quali sono i suoi desideri? E può una ginoide possedere una coscienza?

L’allestimento, con scene di Fabio Carpene, costumi di Giovanna Fiorentini e luci di Manuel Garzetta, è firmato da Tommaso Franchin (alla sua terza collaborazione con Campogrande) che tiene a sottolineare: «Olympia, la ginoide (un androide donna), concepita dal suo stesso inventore come strumento e oggetto, […] non rimane specchio muto del desiderio maschile, ma intraprende un cammino verso l’autocoscienza e l’autonomia. […] Il suo percorso diviene allora il centro drammaturgico dell’opera».

Per questa nuova composizione, alla direzione di Orchestra e Coro del Teatro, sale sul podio Riccardo Frizza, Direttore musicale e artistico del festival Donizetti Opera di Bergamo e Direttore Onorario della Hungarian Radio Symphony Orchestra and Choir. Il Maestro ha evidenziato. «L’Olympia di Campogrande è basata su un impianto tonale e una ricerca armonica puntuale e dettagliata e ha un ulteriore punto di forza nell’orchestrazione, esuberante e ben curata. Campogrande in questo ha fatto un lavoro straordinario che trova il bilanciamento ottimale con le voci in un ordito dove gli strumenti, le tante percussioni ad esempio, si colorano di nuances affascinanti, comprendendo pennellate jazzistiche e suggestioni folcloriche».
Sul palco un cast di giovani talenti fanno sì che testo e musica, con leggerezza, ci conducono a riflessioni personali sul rapporto fra natura e cultura, fra naturale e artificiale e, nel contempo, ci permettono di dare sfogo a innumerevoli emozioni che, in questo momento, tra eccitazione e terrore, circondano la nostra relazione con l’intelligenza artificiale.

Tornando alla prima, in una giornata grigia e piovosa di un maggio decisamente anomalo, nel foyer del Comunale Nouveau la curiosità del pubblico era palpabile. Alla presentazione prima dell’esecuzione, è intervenuto Nicola Campogrande entrando nel dettaglo di come è nata l’opera, poi, alle, 20 esatte, si sono spente le luci in sala e lo spettacolo ha avuto inizio.

Visivamente l’impianto è fisso, ambientato in epoca moderna e astratta: si passa dagli interni di una dimora a un laboratorio dove l’ingegner Spallanzani crea umanoidi e dove è “nata” Olympia. Tutto è molto semplice con costumi belli e colorati. Indubbiamente un eccellente lavoro di squadra. Molto interessante la parte musicale, nuova ma con riferimenti al Novecento, da Puccini a Bernstein, con arie, duetti e cori. Il direttore Riccardo Frizza è sempre a suo agio, Orchestra e Coro lo seguono in perfetta sintonia. Indubbiamente da risentire ancora per cogliere quando sfugge al primissimo ascolto.

Cinque i cantanti solisti, tutti ben calati nei propri personaggi, sia scenicamente che vocalmente: la protagonistra, Olympia, è interpretata da Isidora Morales; la professoressa Sherry Hope da Silvia Beltrami; l’ingegner Spallanzani da Stefan Astakhov; Jean Paul Dupont da Francesco Castoro e Zoltan da Eugenio di Lieto.

Alla fine grandissimi applausi per tutti, anche per il compositore presente sul palcoscenico in una sala purtroppo non proprio affollata, un vero peccato perché lo spettacolo vale veramente, ma persiste sempre il timore delle novità e la tendenza ad andare “sul sicuro”. Concludiamo confidando che lo spettacolo venga proposto in altri teatri in quanto, l’attualissimo tema, fa molto riflettere e pensare.