Tra il Sedicesimo e il Dicissettesimo secolo, nel “Siglo de los Genoveses”, Genova fu una delle grandi capitali finanziarie e culturali d’Europa e le famiglie Doria, Spinola, Balbi, Cattaneo, Giustiniani, Imperiale affidarono a maestri, come Rubens e Van Dyck, ritratti solenni e fastosi, autentiche dichiarazioni di potere e prestigio conservate nei maggiori musei del mondo e, in parte, ancora presenti in città. A Palazzo Ducale, fino a domenica 19 luglio, è allestita “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra“, la più grande mostra sul maestro fiammingo (Anversa, 1599 – Londra, 9 dicembre 1641) degli ultimi venticinque anni, un artista di eccezionale talento, tra i più iconici della storia dell’arte e tra i più amati dal grande pubblico, un pittore europeo nel senso letterale del termine per quella naturelezza con cui seppe muoversi tra corti, atelier e vita quotidiana mantenendo sempre la propria, inconfondibile, visione.

L’eccezionalità della mostra si deve al numero di opere di Van Dyck (sessanta in dieci sezioni tematiche) che, sviluppandosi come il viaggio intrapreso dalle natie Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia durato ben sei anni, il percorso espositivo è stato curato da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, preceduto da anni di ricerche da parte delle curatrici e dal prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.
Katlijne Van der Stighelen, tra l’altro, ha sottolineato: «Questa mostra racconta l’affascinante vicenda artistica di Anthony van Dyck (1599-1641), mettendo in luce il ruolo decisivo che tre città straordinarie – Anversa, Genova e Londra – ebbero nella formazione e nell’evoluzione del suo stile. Ad Anversa, la potente e inesauribile creatività di Rubens influenzò profondamente i suoi esordi. Durante il soggiorno in Italia, Van Dyck seppe reinventare il ritratto aristocratico, trasformandolo in un raffinato simbolo della cultura d’élite, e realizzò allegorie di ascendenza caravaggesca, caratterizzate da una sottile tensione filosofica. Rientrato ad Anversa, contribuì a diffondere un nuovo linguaggio devozionale attraverso imponenti pale d’altare. Alla corte di Carlo I a Londra dipinse alcuni dei suoi ritratti più celebri, raggiungendo il culmine della fama. Grazie a una straordinaria perizia tecnica e a una sensibilità unica nel restituire l’intensità delle emozioni umane, Van Dyck si affermò come un artista visionario, la cui influenza continua a farsi sentire ancora oggi».
Anna Orlando, ha aggiunto: «Essere partecipe, nella mia città, di una grande mostra di Van Dyck dopo che lo fui nel 1997 da giovane neo-specializzata, e questa volta, dopo ventinove anni, nelle vesti di curatrice è un misto di emozione, soddisfazione e orgoglio. Tre decenni di studi mi consentono di portare nuova linfa alla conoscenza del pittore, specie sul suo soggiorno italiano del 1621-1627 che oggi ho potuto letteralmente ridisegnare nelle sue molteplici tappe. Non solo Genova, dunque, dove molti dipinti tornano ‘a casa’ dopo quattro secoli, ossia da quando lasciarono le dimore aristocratiche locali per fare bella mostra di sé nei grandi musei del mondo. Il pubblico può scoprire opere dipinte in altre città: Roma, Palermo, Napoli, in primis. Ma poi, la grande novità che si deve a trent’anni non solo di studio, ma anche di relazioni internazionali, è proporre per l’Italia una grande esposizione con un taglio di ampio respiro, che narra, come recita il sottotitolo, il viaggio europeo di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio».
Esposte opere dell’importante periodo italiano, tra il 1621 e il 1627 in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose altre eseguite nei diversi momenti della carriera. Nonostante la morte a soli quarantadue anni, visse un incredibile successo tanto da essere il ritrattista più rinomato d’Europa e la sua parabola artistica corse sul filo della storia, anche economica e politica, del Vecchio Continente. Un genio in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche riuscndo a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative ben riconoscibili nel percorso espositivo che non segue una rigorosa sequenza cronologica, ma le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera giovanile nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese.
Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi accostando, a esempio, il ritratto di una dama genovese a quello di una di Anversa o di Bruxelles e a quello di una inglese. Ritratti realizzati non solo in momenti diversi, ma, soprattutto, per committenze caratterizzate da gusti profondamente differenti palesando la prodigiosa capacità di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò e mettendo in luce il confronto, estetico e tematico, tra richieste di committenze sempre diverse. La tangibile testimonianza di come abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.
All’inizio del percorso è stato posto il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando era ragazzino, circa quindicenne, (in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna) che dà subito la misura della genialità artistica. Tra gli altri prestiti eccellenti, il Ritratto di Carlo V a cavallo (Uffizi), il ritratto dei piccoli Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (National Gallery), il Sansone e Dalila (Dulwich Picture Gallery di Londra), il Ritratto dei Principi Palatini (Louvre), un “modernissimo” studio per la figura di San Gerolamo (Phoebus Foundation) e Le tre età dell’uomo come Vanitas (Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza).
Non solo il Van Dyck ritrattista, il visitatore può scoprire, forse per la prima volta, quello delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte, quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente tra cui il Matrimonio mistico di Santa Caterina (dal Prado), il San Sebastiano (National Gallery di Edimburgo) e alcuni inediti l’Ecce Homo di collezione privata europea. Ammirabile inoltre la monumentale Crocifissione eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck eseguì per la Liguria.
Dalla mostra a Palazzo Ducale il percorso prosegue in città, con tappe nei luoghi che custodiscono opere dei maestri fiamminghi: un itinerario diffuso tra Musei di Strada Nuova (Palazzo Bianco, Palazzo Rosso, Palazzo Tursi), Musei Nazionali di Genova (Palazzo Reale, Palazzo Spinola) segnalando che, con le istituzioni citate, è stata prevista una convenzione reciproca sul biglietto. Per chi non ama il “fai da te”, un percorso di due ore e mezzo sulle tracce di Van Dyck viene organizzato ogni sabato alle ore 10 (fino al 18 luglio) con partenza dall’Ufficio IAT di via Garibaldi.