“Sin dai miei esordi come collezionista di arte contemporanea sono particolarmente sensibile alla capacità degli artisti di cogliere le sfide del loro tempo e di evidenziare i disequilibri del mondo che li circonda.
La pittura di Michael Armitage fa sue le storie e le realtà proprie dell’Africa, rivelandone al contempo il significato universale.
Nell’incontro con Armitage si coglie immediatamente la levatura dell’artista.
Sono stato profondamente colpito dalla finezza e dalla profondità della sua riflessione sul proprio lavoro, alimentata da riferimenti alla storia dell’arte, al cinema e alla letteratura, che egli riesce a integrare in un linguaggio singolare, coerente e innovativo. Questa convinzione mi ha portato ad affidargli una mostra di grande rilievo, rendendolo così il più giovane artista a cui sia stata dedicata una monografica a Palazzo Grassi.
L’esposizione, intitolata The Promise of Change, svela pienamente la forza della sua pittura attraverso una serie di opere importanti realizzate negli ultimi anni nei suoi atelier di Londra e Nairobi e, più di recente, in Indonesia.
Voglio esprimere la mia profonda gratitudine all’artista, ai curatori e a tutti coloro che hanno preso parte alla realizzazione della mostra, oltre ai numerosi prestatori, alle gallerie che seguono l’artista e agli autori del catalogo.”

Così François Pianault introduce, nel catalogo di una delle mostre di punta 2026 della Pinault Collection. Il keniota-britannico Michael Armitage (classe 1984), tra i pittori più singolari della contemporaneità che, dividendosi tra Kenya e Indonesia, trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Oscillando tra figurazione e astrazione, ne escono un racconto documentario e visioni oniriche attraverso opere capaci di declinare ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici.

A Palazzo Grassi un nucleo di oltre centocinquanta dipinti interroga le nozioni di identità, memoria, spiritualità e tensioni sociopolitiche del mondo attuale. Tra lavori storici e nuove produzioni la scoperta di un linguaggio ricco e sensibile, ma con figure e composizioni complesse, di forte intensità cromatica, uniscono diversi canoni estetici dove, scelta dei soggetti e allusioni interpretative, condividono in lui la stessa forza espressiva. Per lui l’arte non può esimersi dalla realtà, ma deve impadronirsene, per questo affronta temi violenti e difficili: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui, o ancora, gli abusi di potere che costituiscono lo sfondo di alcune opere particolarmente significaive.

Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale – il Kenya in particolare – esplorati con sensibilità anche critica, satirica e profondità visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate – quando seguì una squadra di giornalisti inviati a documenare i movimenti d’opposizione, e la loro violenta repressione, durante le elezioni keniane del 2017, o quando rappresentò fatti legati al confinamento del 2020/2021 – altre restano più elusive, universali, ed è tale ambiguità a condurlo verso territori fluttuanti.
Il percorso veneziano esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all’apparizione di visioni, con scene che si addensano o offuscano, proprio per laciare spazio alla personalissima interpretazione di chi osserva, però, con la consapevolezza, che, di fronte a un suo dipinto, l’occhio possa esitare o essere messo in scacco dal coesistere di più racconti, più linee d’orizzonte. Gli spazi reali e immaginari s’intrecciano, le versioni e i punti di vista si sovrappongono.
Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni sfolgoranti nonostante l’asprezza dei temi, permettono di dare libero corso alle sue visioni, paesaggi abitati, se non addirittura allucinati con personaggi reali e immaginari, provenienti tanto dalla letteratura africana contemporanea quanto dalla mitologia greca incarnando un certo stato interiore, seppur testimoniano una condizione esterna.

Altre volte, sono individui anonimi a essere rappresentati, come nella serie dedicata alla migrazione, che tenta di raccontare, in grandi composizioni pittoriche, il viaggio pericoloso attraverso l’Africa, la traversata marittima spesso mortale verso l’Europa e la disillusione di coloro che riescono a raggiungerla. Talvolta, ispirandosi a scene di film del regista senegalese Sembène Ousmane (1923-2007), ai personaggi dei romanzi dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o (1938-2025), o ancora a composizioni pittoriche di Francisco de Goya (1746-1828), Diego Velázquez (1599-1660) o di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe (1940-2018) e Peter Mulindwa (1943-2022). L’artista unisce tali influenze in una forma di sintesi dando vita a un nuovo vocabolario contemporaneo.

Le opere, dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiana, si liberano così dalla tela convenzionale occidentale e le naturali irregolarità – fori, pieghe e una texture ruvida – influenzano direttamente le composizioni visive, spesso molto elaborate ed eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale. Risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione, la pittura viene applicata, raschiata, poi nuovamente applicata, dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. Inoltre, la pratica del disegno, cui è dedicata una vasta sala all’interno della mostra, rivela anche l’attenzione che l’artista riserva ai dettagli, alla composizione e agli studi preparatori.

Un percorso da effettuare in silenzio, concentrati e disconnessi per qualche ora, per entrare nel suo universo e vivere un’esperienza unica.