«Sia noto che gli abitanti della Maina non appartengono alla stirpe dei predetti Slavi ma a quella dei più antichi Romani, che fino ai tempi presenti sono definiti Elleni dai locali in considerazione del loro essere stati in tempi antichi idolatri e adoratori di idoli come gli antichi Greci, e che furono battezzati e divennero Cristiani durante il Regno del glorioso Basilio. Il posto in cui vivono è privo di acqua e inaccessibile, ma ha olivi dai quali essi traggono qualche consolazione». Così descriveva la penisola del Mani l’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito nel suo De Administrando Imperio, scritto alla fine del X secolo, rilevando che gli abitanti della penisola del Mani si erano convertiti al cristianesimo solo nel secolo precedente (Basilio I regnò infatti dall’867 all’886).

Estrema propaggine del Peloponneso, il Mani si spinge a sud fino al capo Tenaro, noto anche come Matapan, e questa sua posizione, lontano da tutto, ha fatto si che sia rimasta una terra selvaggia, raggiungibile solo dal mare e isolata per molti secoli: l’affermazione di Costantino VII sulle origini dei Manioti ha trovato recentemente conferma. Infatti, uno studio di genetica condotto dall’Università di Oxford e pubblicato nel febbraio 2026, che ha esaminato la popolazione del Mani allo scopo di individuarne le origini, ha dimostrato che gli abitanti della parte estrema della penisola, il cosiddetto Mani profondo, sono effettivamente i discendenti diretti degli antichi greci, non essendosi mescolati con i popoli di origini esterne arrivati e transitati in terra di Grecia, dapprima slavi e poi turchi. E così, mentre della città più vicina, l’antica Sparta, restano oggi solo scarse tracce, i Manioti sono gli ultimi discendenti dei suoi abitanti, leggendari per il carattere bellicoso e il rigore dei loro costumi.

Il massiccio del Taigeto che domina Sparta – e sul quale la leggenda vuole si abbandonassero i neonati fragili e malformati – costituisce il naturale baluardo di difesa del Mani. Qui si entra in un mondo a parte, arido e roccioso, dove le costruzioni in pietra, alte e severe, non hanno niente in comune con le case imbiancate a calce, caratteristiche dei villaggi che popolano le coste dell’Egeo e le isole Cicladi. La cittadina di Areopoli è la porta d’ingresso al Mani profondo, con le sue antiche case-torri – alcune delle quali trasformate in museo – e le strette vie lastricate che convergono verso la piazza principale, dove la cattedrale dei Pammegisti Taxiarches spicca con il suo campanile a gradoni. La zona di Areopoli svolse un ruolo molto importante nella lotta di liberazione greca del 1821: su questa piazza il 17 marzo 1821 il popolo del Mani dette inizio alla rivoluzione contro l’occupazione turca, innalzando quella bandiera della rivolta nazionale che ora è esposta nel Museo Storico Nazionale di Atene.

«Il largo crinale era irto di torri in rovina, parevano le punte sul dorso di un’iguana, e si spargevano e salivano con esso alla scogliera, crescendo di numero e di altezza. Un fascio spigoloso di torri era radicato in una nuvola di cactus e olivi», annotava a metà del secolo scorso Patrick Leigh Fermor, scrittore e viaggiatore britannico, nel suo Mani. Viaggi nel Peloponneso. A settanta anni di distanza, l’immagine della cittadina di Vathia evocata dalle parole di Fermor, appare ancora pienamente attuale, con le sue vie petrose, silenziose e deserte, con il profilo tormentato di un centro urbano nel quale ogni torre rappresentava una famiglia, chiusa e impenetrabile nelle sue storie di lotte e faide destinate a durare generazioni. Un’architettura che riproduce il tessuto sociale, fatto di clan in perenne e sanguinoso conflitto, analoga a quella che si trova in altre comunità montane dove la terra è matrigna, scarsa di acque e di pascoli: così nel nord dell’Albania e nello Svaneti georgiano.

Non lontano da Vathia, il capo Tenaro segna l’estremo limite meridionale del Peloponneso e della Grecia continentale. Un luogo di grande significato religioso e intenso misticismo per gli antichi Greci, che qui edificarono un tempio dedicato a Poseidone Nekromanteion (Oracolo della Morte), e ritenevano che su questo promontorio si trovasse una delle porte dell’Ade: eretto nel V secolo a.C., il tempio era famoso soprattutto come centro di quella che si definiva “Necromanzia” (o “negromanzia”), e cioè la capacità di mettere in contatto i vivi con i defunti, ai quali si attribuivano poteri divinatori. Un’arte oscura, spesso associata alla magia nera, fino alle evocazioni diaboliche: il cuore del santuario era costituito da un ambiente sotterraneo immerso nella penombra, al quale accedevano solo i sacerdoti preposti alla divinazione che vi incontravano gli spiriti dei defunti e facevano da tramite nell’interpretarne i responsi. I pellegrini, che giungevano qui da ogni parte della Grecia, rivolgevano le loro richieste restando all’esterno del sacro recinto.

Al luogo si attribuiva un grandissimo valore spirituale, esaltato dal complesso cerimoniale che i pellegrini dovevano seguire, offrendo sacrifici e praticando riti di purificazione. Si credeva che dopo la morte l’anima si staccasse dal corpo per discendere negli Inferi, e che i defunti avessero la capacità di predire il futuro. Per questo motivo i santuari dedicati al Nekromanteion venivano edificati nei luoghi in cui si riteneva si trovassero gli accessi all’Ade. Oggi, sul desolato e solitario promontorio, nel sito dell’antico tempio si trova una modesta chiesetta bizantina di pietra, isolata in mezzo alle sterpaglie, edificata utilizzando materiali di recupero, come dimostrano le decine di figurine votive in bronzo ritrovate durante gli scavi. Da una piccola anticamera si accede a un ambiente con un altare sul quale si affastellano piccoli oggetti eterogenei, candele, monete, caramelle, conchiglie e altro ancora: sono le offerte che i visitatori lasciano a Poseidone per ingraziarselo ed evitare la sua furia. La navigazione in queste acque è sempre impegnativa e spesso pericolosa: oltre alle forti correnti marine, venti impetuosi si alternano alle nebbie frequenti che avvolgono il capo, specialmente durante la primavera e l’autunno, esaltando l’atmosfera di mistero che pervade il luogo.

Oscure leggende e tragici eventi hanno come sfondo il capo Tenaro: lo storico ateniese Tucidide narra che gli spartani trucidarono un gruppo di schiavi Iloti che si erano rifugiati nel tempio di Poseidone in cerca di protezione. Per questo sacrilegio gli spartani considerarono una punizione divina il terremoto che poco tempo dopo devastò la loro città riducendola in rovine (464 a.C.). Si narrava che attraverso la cavità vicina al santuario, dove la leggenda collocava uno degli accessi all’Ade, Ercole avesse trascinato Cerbero dagli Inferi sulla terra. E anche Virgilio, narrando nelle Georgiche il mito di Orfeo ed Euridice, pone qui l’ingresso nell’Oltremondo: è varcando le Tenariae fauces (le gole del Tenaro), che Orfeo inizia il suo viaggio agli Inferi. Ai piedi del promontorio su cui sorgeva il tempio di Poseidone, Porto Sternes è un piccolo approdo artificiale scavato nella roccia in epoca antica per permettere l’attracco delle navi e lo sbarco di passeggeri e merci, ma Pausania, geografo e viaggiatore del II secolo d. C., lo descrive come il punto di partenza della barca di Caronte che trasportava le anime dei defunti.

Capo Tenaro è noto anche come Matapan (dal dorico Metepea Akra, “promontorio fra due mari”) e con questo nome è passato alla storia recente. Non fu l’ira funesta di Poseidone a spalancare le porte dell’Ade quando, tra il 28 e il 29 marzo 1941, la flotta italiana venne sbaragliata da quella britannica in queste acque, subendo la più sanguinosa e tragica disfatta in tutta la storia della Marina: infatti, a fronte di oltre duemilatrecento morti italiani e cinque navi affondate, le perdite per l’esercito britannico si limitarono ai due piloti di un aerosilurante. Una pagina di storia rimasta per molti versi oscura, la cui unica certezza è quella di migliaia di vite drammaticamente sperperate. Undici anni dopo, nell’estate del 1952, su una spiaggia non lontana da Cagliari approdava una bottiglia, tappata con cera fusa e contenente un pezzo di tela al quale uno dei marinai imbarcati sull’incrociatore Fiume aveva affidato il suo messaggio di commiato. Indirizzato alla madre, il messaggio venne recapitato dopo aver percorso per lunghi anni le infinite e misteriose vie del mare «che unisce e divide» (J.L. Borges).

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Kardamili vecchia: Chiesa di Agios Spiridon (XVII secolo)
    foto © Donata Brugioni
  2. Areopoli: La piazza principale con la cattedrale dei Pammegisti Taxiarches
    foto © Donata Brugioni
  3. Veduta di Vathia
    foto © Donata Brugioni
  4. Vathia: Una casa-torre
    foto © Donata Brugioni
  5. Il capo Tenaro (o Matapan) è spesso immerso nella nebbia
    foto © Donata Brugioni
  6. Capo Tenaro: La solitaria chiesetta bizantina di Agios Asomatos sorge sulle rovine dell’antico tempio dedicato a Poseidone Necromanteion
    foto © Donata Brugioni
  7. Capo Tenaro: L’approdo di Porto Sternes, ritenuto anticamente il punto d’attracco per la barca di Caronte che traghettava le anime dei defunti verso l’Ade
    foto © Donata Brugioni

In prima pagina:
Nelle grotte di Diros (Penisola di Mani – Grecia)
foto © Donata Brugioni