“Io, grande Antioco, ho ordinato la costruzione di questi templi, della strada cerimoniale e dei troni degli dei, su fondamenta che non verranno mai demolite. Ho fatto questo per provare la mia fede negli dei. Alla fine della mia vita qui entrerò nel mio eterno riposo e il mio spirito si unirà a quello di Zeus-Ahura Mazda in cielo”
Così recita l’iscrizione fatta apporre da Antioco I di Commagene sulla terrazza orientale del Nemrut Dağı (il monte divino), la cima di oltre duemila metri che domina a perdita d’occhio le aride montagne della Turchia sud-orientale. Qui il piccolo regno di Commagene, situato in un’area montuosa che oggi è divisa tra Turchia e Armenia, toccava il suo punto più elevato, dominando su un paesaggio selvoso, ricco di foreste che ne costituivano la principale ricchezza: gli affluenti dell’Eufrate, che solcano profonde valli, fornivano le vie per trasportare il legname verso le città lungo le sponde del grande fiume. Il regno ebbe vita breve: nato intorno alla metà del II secolo a.C. in seguito alla frammentazione dei regni ellenistici, fu assorbito dall’impero romano nel 72 d.C.

Antioco I era figlio di Mitridate I, sovrano di Commagene, e di Laodicea, principessa dei Parti, e per questa sua duplice origine si considerava discendente di Alessandro Magno e di Dario, ritenendosi in grado di dare vita a un sincretismo che fondesse la religione greca e lo zoroastrismo, praticato nell’impero persiano. Con il complesso monumentale eretto sulla vetta del Nemrut Dağı, lo hierothèsion, santuario e mausoleo allo stesso tempo, Antioco I celebrava la divinizzazione della propria persona, ponendola come elemento catalizzatore tra due concezioni religiose fondamentalmente antitetiche, che contrapponevano il multiforme e fantasioso pantheon greco, popolato da dei e semidei litigiosi e lussuriosi, ad Ahura Mazda, il “Signore sapiente” dello zoroastrismo, prima religione monoteista nella storia dell’umanità.

Sul Nemrut Dağı, Antioco I volle collocare anche la propria sepoltura, che rimane tuttora inviolata e inviolabile: alla cima del monte è stato infatti sovrapposto un tumulo alto cinquanta metri, composto da schegge di roccia frantumata, semplicemente accumulate a formare un grande cono senza nessun materiale che le fissi tra loro. In questo modo, ogni tentativo di penetrare all’interno del tumulo porterebbe inevitabilmente alla sua distruzione, facendolo franare a valle. Dai rilievi effettuati, è stata evidenziata la presenza di una camera all’interno, ma non è stato possibile accertare se essa contenga effettivamente la sepoltura del re.

Alla base del cono formato dal tumulo, si trovano tre terrazze rivolte a est, ovest e nord. Su quella a nord passava la via sacra, che veniva percorsa dalle processioni nei giorni di festa. Sulla terrazza orientale e su quella occidentale, cinque statue colossali, alte tra otto e dieci metri, rappresentano le stesse cinque divinità, incluso Antioco, ciascuna delle quali riunisce in sé figure greche e persiane: Apollo-Mitra-Helios-Ermes, la dea della Fertilità della Commagene, Zeus-Ahura Mazda, Antioco I, Eracle-Artagnes-Ares.

Sulla terrazza orientale, al piede delle cinque statue colossali si trovava una serie di stele raffiguranti da un lato gli antenati greco-seleucidi della madre di Antioco I e dall’altro gli antenati persiani di suo padre Mitridate I, a testimoniare come in Antioco I si riunissero i due principali popoli che vivevano nella Commagene. Su questa terrazza ardeva il fuoco sacro.

Sulla terrazza occidentale, accanto al gruppo dei colossi raffiguranti le varie divinità, si trovava una serie di cinque stele in pietra: su quattro di queste erano rappresentate figure regali (Antioco I e suo padre Mitridate I) nell’atto di stringere la mano destra a una delle divinità raffigurate sulle terrazze. Il gesto, definito dexiosis in greco, aveva in antico un alto valore simbolico e si diffuse soprattutto in epoca romana, quando la mano destra era consacrata alla dea Fides, divenendo protagonista di un gesto che dichiarava fiducia e lealtà nei confronti dell’altro, e che sanciva accordi e alleanze, fino all’appartenenza a una stessa confraternita. Sulla quinta stele è rappresentato un leone, sul cui corpo sono disposte le stelle della costellazione che prende il suo nome. Chiudevano i due lati della sfilata di lastre, le grandi statue di un’aquila e di un leone, che tuttora figurano in questo luogo.

Antioco I professò una forma di Zoroastrismo ellenizzato, lasciando ampia documentazione del culto regale da lui promosso in una serie di iscrizioni incise sulle terrazze. Il sovrano vi enuncia i principi che lo hanno ispirato nella realizzazione del complesso monumentale e indica dettagliatamente tutti i festeggiamenti previsti nel corso dell’anno: il genetliaco del re, coincidente con il giorno consacrato al dio Mitra, e l’anniversario dell’incoronazione di Antioco.

Non lontano dal Nemrut Dağı, nel luogo dell’odierna Eski Kale, sorgeva Arsameia al Nymphaios, città fondata da Mitridate I che vi soggiornava con la corte durante il periodo estivo: qui Antioco volle celebrare la memoria e istituire il culto della figura paterna. Meno nota e frequentata del monumentale complesso del Nemrut Dağı, Arsameia rimane per molti aspetti misteriosa. All’ingresso dell’antico nucleo urbano, una grande stele raffigurante Mitra si affaccia sulla verde vallata del fiume Kahta, l’antico Nymphaios celebrato per le fresche e abbondanti acque, mentre restano solo le basi di altre due stele che si ritiene rappresentassero Mitridate I e Antioco I.

Più in alto sulla collina, un rilievo in pietra con Mitridate I nell’atto di stringere la destra a Eracle richiama alle analoghe raffigurazioni sulle terrazze del Nemrut Dağı. Accanto al rilievo, una galleria, che probabilmente conduceva a un tempio ipogeo dedicato a Mitra, scende ripida nella roccia per oltre centocinquanta metri. All’ingresso, una lunga iscrizione in greco narra la fondazione della città e le opere realizzate da Antioco I per abbellirla e arricchirla, in onore e memoria del padre.

Lo hierothèsion di Antioco I sul Nemrut Dağı è una delle costruzioni più ambiziose del periodo ellenistico: la struttura complessa e le dimensioni gigantesche rappresentano un progetto unico nella propria epoca, per il quale fu utilizzata una tecnologia costruttiva molto avanzata, che non ha uguali in tutto il mondo antico. Il tumulo del Nemrut Dağı testimonia inoltre, attraverso il disinvolto sincretismo nella creazione di un pantheon del tutto originale, il clima di un’epoca di passaggio in rapido divenire. L’assimilazione di Zeus con Ahura Mazda, divinità persiana, e di Eracle con Artagnes (il dio iraniano Verathragna), trova il suo corrispondente figurativo nella coesistenza di principi estetici Greci, Persiani e Anatolici, che si esprimono nelle statue e nei bassorilievi, dando vita a uno stile ibrido, unico e assimilabile solo a quello degli edifici sacri nella città siriana di Palmira, realizzati nella stessa epoca.

Palmira, la “sposa del deserto” era collegata con Samosata, capitale della Commagene situata sull’Eufrate, da un’importante via carovaniera che a Samosata si incrociava con quelle dirette verso l’Armenia e il Mar Nero. La nuova forma espressiva, coerente nella sua originalità, che prendeva forma in questi territori tra il I secolo a.C. e il II d.C., creava i presupposti per un’arte nella quale l’abbandono delle convenzioni classiche e l’intento di esprimere valori rispondenti alla realtà di un mondo che guardava sempre più a Oriente, avrebbero dato vita al linguaggio figurativo che caratterizzerà il fiorire della civiltà bizantina.