Attesa palpabile per il ritorno del maestro Riccardo Muti alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio – domani in Sala Grande alle ore 20:00 – per il concerto commemorativo nei cinquant’anni dalla morte di Vittorio Gui, fondatore della Stabile Orchestrale Fiorentina e del Festival del Maggio Musicale Fiorentino.

Il concerto si aprirà con una delle più celebri composizioni di Franz Schubert, la Sinfonia n. 8 in si minore D. 759, Incompiuta, alla cui stesura iniziò a lavorare il 30 ottobre 1922, come attestato dal manoscritto autografo, proseguendo per tutto l’autunno. La penultima sinfonia di Schubert deve il suo appellativo di ‘Incompiuta’ al fatto che sia formata dai soli due movimenti iniziali. Tra l’altro, nessuna delle ipotesi sulle possibili ragioni che lo indussero a non ultimarla, è mai riuscita a fornire una risposta univoca e definitiva. Eseguita solo quarant’anni dopo la morte del compositore, grazie al fortuito ritrovamento del direttore d’orchestra Johann Herbeck, la Sinfonia sembra risentire della drammatica condizione di spirito in cui si trovava Schubert in quel periodo, consapevole di essere affetto da una malattia incurabile. Lo Schubert delle melodie incantevoli noto ai più si presentava nella Sinfonia n. 8 sotto una nuova luce fatta di ombre e disperazione. Si pensi al contrasto insanabile nel primo movimento tra la tragicità del primo tema e le movenze danzanti di ländler del secondo tema, o al gioco di chiaroscuri carichi di pathos dell’Andante con moto che lasciano aperto l’orizzonte su questo gioiello di perfezione musicale a dispetto della sua incompiutezza.

La serata proseguirà con il “Requiem in do minore per coro misto e orchestra” di Luigi Cherubini, compositore fiorentino classe 1760 (del quale il maestro Muti chiede di portare le spoglie nella Basilica di Santa Croce), visse e operò a lungo a Parigi dove ottenne fama e incarichi prestigiosi. Su richiesta di re Luigi XVIII, nel 1816 compose il Requiem in do minore per commemorare l’anniversario della morte di Luigi XVI. L’opera, eseguita nella chiesa parigina di St. Denis il 21 gennaio 1817, fu immediatamente apprezzata dai contemporanei per il tono solenne e meditativo che rifugge da ogni intento meramente celebrativo. Tra i molti estimatori del Requiem in do minore vi furono anche Berlioz, che lo giudicò il capolavoro di Cherubini, e Beethoven che ne lodò la pacatezza e il distacco emotivo. L’organico prevede infatti solo coro e orchestra senza impiego di voci soliste per concentrare tutta l’attenzione sulla dimensione collettiva della preghiera. La prima sezione dell’Introitus mostra subito la prevalenza, ricorrente in quest’opera, di impasti timbrici scuri e di una scrittura corale lineare e omofonica che rinuncia volentieri al contrappunto in favore dell’intelligibilità della parola. Nell’antica sequenza del Dies Irae la descrizione del giudizio universale assume toni più teatrali e il ritmo si fa incalzante e concitato fino al Lacrymosa. Nel rispetto di una lunga tradizione, nell’Offertorio Cherubini si prodiga in una fuga grandiosa al versetto Quam olim Abrahae, mentre nel Sanctus celebra le parole della preghiera con un accompagnamento orchestrale imponente in cui spiccano le sonorità degli ottoni. Le due ultime sezioni, Pie Jesu e Agnus Dei, si distinguono per l’eleganza e la sobrietà della scrittura orchestrale che sostiene un canto corale sempre attento a cesellare ogni singola parola fino alla fine.
