
Presentato fuori concorso al 78° Festival di Cannes e distribuito con enorme successo in Francia, è in arrivo anche nelle sale italiane il bellissimo I colori del tempo di Cédric Klapisch, un’opera che afferma l’importanza del passato per uno sviluppo armonico del futuro; l’essenziale memoria necessaria, sapendo da dove veniamo, a capire chi siamo.
Le autorità locali di Saint-Jouin-Bruneval, piccolo centro della costa francese vicino a Le Havre, allo scopo di acquisire il lotto di terra adiacente una zona commerciale in progetto di ampliamento, hanno convocato una trentina di persone appartenenti all’asse ereditario di Adèle Meunier nata Vermillard, proprietaria del terreno; una donna nata nel 1873 e madre di tre figli, bisnonni degli eredi attuali che oltre a non conoscersi tra loro non sapevano nemmeno di avere possesso di questa proprietà. Per procedere legalmente vengono eletti quattro rappresentanti all’interno del gruppo, che saranno presenti all’apertura nella casa ‘di famiglia’ rimasta chiusa dal 1944: il giovane creatore di contenuti digitali Seb, l’ingegnere Céline progettista di trasporti ad alta velocità, l’insegnante di letteratura Abdelkrim prossimo alla pensione e Guy, non un semplice apicoltore, ma anche custode di saperi in via di estinzione. Entrando nella grande casa degli avi, saltano fuori memorie di un vissuto privato lontano, tra fotografie e documenti, per cui sorge la necessità di un inventario, mentre emergono dalle nebbie del tempo gli eventi che hanno scandito la vita della trisnonna. Ecco allora che il racconto si scinde in due percorsi narrativi, viaggi paralleli inversi e connessi che abbattono le barriere del tempo; i quattro delegati – nella Francia di oggi – diretti in Normandia a indagare il passato sconosciuto di famiglia, l’antenata Adéle in viaggio verso Parigi nel 1895 per incontrare sua madre, dopo la morte della nonna che l’ha cresciuta.

Un affresco collettivo, ritratto corale della gioventù – tema ricorrente nella filmografia di Cédric Klapisch – anche a cavallo di due epoche distanti, che mettono in risalto un confronto e una riflessione tra ciò che il progresso ha prodotto di utile e ciò che è andato inesorabilmente perduto. Il film non si schiera con estremismo ideologico, innegabile il lato positivo di poter viaggiare più veloci, quando per andare da Le Havre a Parigi nel 1895 ci volevano quattro giorni pieni, ma d’altro canto oggi l’intelligenza umana pare spesso minata dalla tecnologia.

La sequenza iniziale al Musée de l’Orangerie, con una troupe che gira uno spot davanti alle ninfee di Monet, evidenzia subito la demenza dilagante contemporanea, con il suggerimento di alterare i colori delle tele al computer perché non si abbinano bene al vestito della modella. Il film denuncia mistificazioni – aree agricole distrutte per installare pannelli solari green – e suggerisce un parallelo tra la nostra epoca di forti cambiamenti, indotti dall’innovazione, e quel momento storico in cui nuove scoperte trasformavano il mondo con l’illuminazione elettrica e il cinema.

Anche l’Arte a Parigi nel 1895 viveva un momento di fermento, l’impressionismo ridefiniva il ruolo della pittura rinnovando il suo sguardo sulla realtà, che con l’invenzione della fotografia non poteva essere più soltanto descrittivo. La ricostruzione di un momento destinato a segnare la Storia dell’Arte, come la nascita dell’iconico Impression, soleil levant di Claude Monet è una delle sequenze più toccanti di un’opera, vero e proprio omaggio all’umanità, che è celebrazione dei più alti sentimenti, a dispetto di ogni brutalità, che ha saputo esprimere l’animo umano.

Lo splendido gruppo di attori – capitanato da Suzanne Lindon nel ruolo di Adéle e Abraham Wapler in quello di Seb, lei nel passato e lui nel presente, colonne portanti del racconto, a cui si uniscono anche molti altri talenti, affermati o emergenti – sotto l’amorevole direzione di Cédric Klapisch, dà alla storia un’impronta di sentimenti fraterni di scoperta e condivisione con l’altro, che lega – o dovrebbe legare – tutti gli esseri umani, esprimendo sullo schermo il commovente senso di appartenenza in cui ognuno si può identificare.

Molti i temi toccati dal film che il titolo originale – La venue de l’avenir [L’arrivo dell’avvenire] – al solito più calzante, sembra annunciare: il fascino del passato che ha dato all’umanità il patrimonio collettivo rappresentato da figure come Victor Hugo, Claude Monet e Felix Nadar, in contrasto con la condizione femminile terribile dell’epoca, con i busti che stringendo i corpi delle donne sembrano quasi a una sorta di burqa occidentale; gli sfumati accenni alle guerre mondiali, esplose tra i due periodi narrati, devastanti per molti destini rimasti invisibili alle cronache della Storia.

I colori del tempo di Cédric Klapisch è una magnifica Emozione Visiva capace di scaldare il cuore, una visione assolutamente da non perdere che sarà sugli schermi dal prossimo 13 novembre distribuito da Teodora Film.