Lo scorso 20 novembre, con “La Clemenza di Tito” di Wolfgang Amadeus Mozart, si è inaugurata la Stagione Lirica e Balletto 2025-2026 del Teatro La Fenice, un nuovo allestimento con la regia di Paul Curran – che interpreta per la prima volta questo titolo mozartiano – con le scene (prevale il bianco) e i costumi (coloratissimi) di Gary McCann e il light design di Fabio Barettin. Cinque le recite di cui l’ultima domani sera (qui riferiamo della replica di domenica 23, in una giornata baciata dal sole dove si sono dati appuntamento melomani non solo nazionali) per un titolo che non veniva rappresentato in teatro da un decennio. Fa sempre piacere constatare la presenza di molto pubblico europeo e addetti ai lavori inoltre, è sempre con grande emozione, quando si accede in sala estasiati dalla bellezza.

Nel capolavoro mozartiano si narrano le vicende dell’imperatore Tito, che scampato a una congiura, scopre i traditori, ma, una volta arrestati e condannati a morte, sceglierà la clemenza, perdonando tutti e dimostrando la sua generosità “E se accusarmi il mondo vuol pur di qualche orrore / m’accusi di pietà, non di rigore“.

Rappresentata a Praga il 6 settembre 1791, segnò il ritorno di Mozart all’opera seria, dieci anni dopo l’Idomeneo. Nacque per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia, su richiesta dell’impresario Domenico Guardasoni, che decise di far musicare il testo di Pietro Metastasio – uno dei lavori teatrali più ammirati del secolo, lodato persino da Voltaire e musicato da un numero impressionante di compositori – affidandone la revisione e il rimaneggiamento al poeta Caterino Mazzolà.

Dopo il debutto, La clemenza di Tito ha rappresentato fino al primo decennio dell’Ottocento uno dei maggiori successi, anche internazionali, di Mozart: fu trionfale l’accoglienza a Vienna nel 1794, anche grazie all’intervento come ‘promotrice’ di Constanze, la vedova di Mozart; inoltre, la Clemenza è stata la prima opera mozartiana messa in scena a Londra, nel 1806.

Il regista Paul Curran, ha sottolineato «come nel mondo del Settecento, anche in quello di oggi la parola ‘clemenza’ dovrebbe avere molta più importanza. Le persone che detengono enormi poteri dovrebbero capire che la clemenza, ovvero la capacità di perdonare gli altri, insieme alla gentilezza, dovrebbero avere molto più peso e centralità.

Purtroppo invece viviamo in un mondo durissimo, e lo si vede soprattutto negli ultimi mesi, o meglio nell’ultimo anno. Io abito negli Stati Uniti, dove ci troviamo in una situazione di estremismo politico, ma credo che sia così ovunque. Invece di picchiare, escludere, far morire la gente, si dovrebbe comprendere che tutti possono sbagliare e fare del male, ma che bisogna anche avere la capacità di perdonare e andare avanti. Quindi questa parola dovrebbe assolutamente ritornare viva e attuale nel vocabolario di oggi».

Sul podio di Orchestra e Coro del Teatro La Fenice l’autorevole presenza di Ivor Bolton che ha spiegato «Per il pubblico di oggi La clemenza di Tito è assolutamente accattivante. Ritrae alcune delle emozioni umane più basilari come la vendetta e l’amore, in molte diverse sfaccettature: c’è il desiderio ardente di Sesto per Vitellia, il desiderio altrettanto intenso di Vitellia per il potere, e la relazione che intrecciano Annio e Servilia. Tutte queste relazioni fanno da sfondo a un dramma molto umano ma anche molto politico. La ricerca del bene è probabilmente una delle cose che meno ci aspettiamo di trovare oggi quando guardiamo al nostro mondo politico, ma quest’opera può essere da esempio per confutare quel punto di vista. Penso che uno dei pregi di quest’opera sia anche quella di mostrare una grande leadership. Infine spero che la nostra produzione catturi ed emozioni gli spettatori della Fenice e che il pubblico possa apprezzare il modo in cui abbiamo scelto di ridare vita a questo famoso dramma mozartiano».

All’apertura del sipario ci troviamo di fronte a un’impianto fisso di ambientazione moderna, in un palazzo museo dove sono posizionate statue e bassorilievi antichi. Su tutto prevale la scritta «vulnerant omnes ultima necat» (tutte feriscono, l’ultima uccide) che resterà per tutto lo spettacolo. La scena del primo atto si conclude con l’esplosione di un ordigno (portato da Sesto) e azionato da un timer che fa deflagrare la sala del palazzo museo. Nel secondo atto, nella sala piena di macerie e con un Tito che, sopravvissuto, è disteso in un letto di ospedale, ma, alla fine dell’atto, tutto cambia e la sala si ricompone creando così l’armonia iniziale.

La lettura del direttore britannico, esperto in queste partiture e nella musica Barocca, è classica e controllata con particolare attenzione per le parti strumentali soliste. L’orchestra e il Coro del Teatro forniscono così una prova eccellente e, nel secondo atto, un’autentica gemma con “Che del ciel, che degli Dei…“.
Notevole il cast vocale dove il mezzosoprano Cecilia Molinari svetta su tutti nella parte di Sesto, fraseggio morbido, tecnica che fa la differenza e presenza scenica impressionante.

Altra gradita sorpresa Vitellia del soprano Anastasia Bartoli, bellissimo timbro e un temperamento che è una carta vincente (in realtà l’avevamo già apprezzata nella Zelmira di Gioacchino Rossini all’ultimo Rossini Opera Festival). Nel secondo atto, notevole nel rondò “Non più fiori vaghe catene“. Nel ruolo di Tito, il tenore Daniel Behle, convincente e corretto.
Nelle vesti di Annio spicca il controtenore Nicolò Donnini con la sua voce limpida e un buon registro di acuti. Servilla, del soprano Francesca Aspromonte, precisa e corretta. Molto bene il basso Domenico Apollonio nella parte di Publiio.
Alla prima ci sono stati sette minuti di applausi, ma anche domenica il pubblico non si è risparmiato, soprattutto per Cecilia Molinari e Anastasia Bartoli. Insomma, una domenica nel segno della musica e del genio salisburghese.