«Questo viaggio pittorico nella Belle Époque parigina nasce dalla necessità di storicizzare aspetti importanti della pittura italiana che il mercato dell’arte anche internazionale molto apprezza, ma che la storia dell’arte fatica a situare in una corretta scala di valori. Scegliere come viatico i percorsi artistici di Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi nella circostanza di questa mostra pisana non vuole dire semplicemente offrire l’opportunità di godere di straordinari capolavori (spesso di proprietà privata) che esprimendo eleganza e felicità, incarnano perfettamente lo spirito dell’epoca. Il che non è di per sé poca cosa, del resto. Ma il punto è che proprio l’estrema piacevolezza di fattura e di contenuto esternata soprattutto dalle opere di Boldini e di De Nittis, inevitabilmente ha fatto in passato supporre l’opportunismo di artisti di talento pronti a tradire le proprie sane origini culturali italiane per incontrare il gradimento del fiorente mercato parigino. Questo pensa del resto il milieu macchiaiolo dinanzi alle prime opere parigine di De Nittis, nel 1870».

Così, la professoressa Francesca Dini, tra i più autorevoli studiosi ed esperti del secondo Ottocento italiano, inizia l’introduzione alla nuova mostra di Palazzo Blu, da lei curata, che esplora la nascita della modernità artistica di quella stagione d’oro dell’arte europea e lo fa attraverso lo sguardo raffinato dei tre grandi artisti, indubbiamente protagonisti assoluti della scena parigina a cavallo tra i due secoli. Fino a martedì 7 aprile 2026, “Belle Époque. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo” – promossa dalla Fondazione Palazzo Blu, organizzata da MondoMostre con il contributo di Fondazione Pisa e la collaborazione della Pinacoteca De Nittis di Barletta – propone un centinaio di opere provenienti da prestigiosi musei, anche internazionali, e da collezioni private francesi e italiane.

Il progetto espositivo quindi, non racconta solo bellezza ed eleganza della Belle Époque, ma intende storicizzare criticamente il ruolo dei pittori italiani, spesso relegati a una funzione decorativa o compiacente, eppure centrali nella definizione visiva della modernità europea. L’esigenza, soprattutto critica, di valorizzare quel contributo degli artisti italiani, riconoscendone l’originalità e la complessità, al di là dei cliché di pittura facile e gradevole. Le opere di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi, tutte caratterizzate da una raffinatezza formale straordinaria, non sono solo immagini di eleganza o piacere mondano, ma strumenti attivi di lettura del loro tempo. Forse, è venuto davvero il momento di dare voce e contesto a un periodo cruciale, restituendo profondità a un momento banalizzato dalla sua stessa seduzione estetica.

L’esposizione racconta una Parigi crocevia d’Europa e il percorso cosmopolita degli artisti italiani che lì scelsero di vivere e lavorare trasferendosi nella capitale francese tra il 1867 e il 1874, attratti dal dinamismo culturale e dalle opportunità offerte da una metropoli in pieno fermento, sospesa tra la fine del Secondo Impero e l’alba della Terza Repubblica. A Parigi trovano un terreno fertile per sviluppare la propria ricerca pittorica: collaborano con i mercanti d’arte più influenti, come Goupil, dialogano con artisti come Degas, Manet e Renoir, frequentano i circoli intellettuali e i caffè della nuova bohème. Eppure, pur immersi nel cuore pulsante della modernità europea, mantentennero un legame profondo con le proprie radici, soprattutto con la cultura toscana e l’eredità del realismo macchiaiolo.

Il milieu macchiaiolo da cui provengono li guarda inizialmente con sospetto: il successo internazionale sembrava venire a scapito dell’integrità artistica. Eppure, già nel 1878, Diego Martelli – teorico del gruppo dei Macchiaioli – riconosceva a De Nittis una grandezza superiore: non solo il migliore tra gli italiani all’estero, ma “superiore come fine dell’arte”.

Il dialogo con la modernità parigina è dunque tutt’altro che passivo. Giovanni Boldini (Ferrara, 1842-Parigi, 1931), ne diventa l’interprete più mondano, Giuseppe De Nittis (Barletta, 1846-Saint-Germain en Laye, 1884) il cronista sensibile e Federico Zandomeneghi (Venezia, 1841-Parigi, 1917) il pittore della quotidianità borghese, vicinissimo alla sensibilità impressionista. Però, tutti e tre, rielaborarono tale esperienza filtrandola attraverso una memoria culturale costruita tra Firenze, Napoli e Venezia, che rende la loro produzione profondamente originale e diversa dai colleghi francesi.

La Belle Époque fu molto più di un’epoca felice: rappresentò un momento unico in cui arte, scienza e pensiero positivista contribuirono a costruire un’immagine vincente della metropoli europea. Parigi, pur reduce da una sconfitta militare, seppe trasformarsi in simbolo globale di eleganza e modernità, anche grazie all’apporto di artisti stranieri, italiani in primis. I piccoli, preziosi quadri di De Nittis e Boldini varcarono l’oceano, furono acquistati dalle grandi collezioni americane, entrarono nei musei e nelle case dell’alta borghesia, cambiando per sempre l’idea di arte moderna.

Il percorso espositivo si declina in nove sezioni tematiche per restituire le atmosfere di un periodo denso di contraddizioni: tra progresso tecnico e disuguaglianze sociali, tra euforia borghese e ferite storiche irrisolte ed è accompagnato da un catalogo edito da Silvana. È programmato anche un ciclo di conferenze dedicate al periodo della Belle Époque per esplorarne i molteplici aspetti culturali e sociali. Inoltre, in ambito sportivo, domenica 23 novembre all’Ippodromo di San Rossore, si terrà il Premio Belle Époque. Infine, da gennaio 2026, verrà realizzata ad hoc una rassegna cinematografica, proposta in collaborazione con il Cineclub, presso il cinema Arsenale.