
A Firenze il Museo Stefano Bardini, in occasione del proprio centenario – venne inaugurato nel maggio 1925 – con “Thomas Patch a Firenze. La memoria del Medioevo e del Rinascimento” rende omaggio al pittore a trecento anni dalla nascita, avvenuta in Inghilterra (Exeter, 13 marzo 1725 – Firenze, 30 aprile 1782). Stabilitosi a Firenze nel 1755, dopo il periodo romano interrotto da un’espulsione di Papa Benedetto XIV, trovò, sull’Arno, la patria di elezione dove divenne figura di spicco della comunità anglofona – riunita attorno a Sir Horace Mann – e fu allo, stesso tempo, interlocutore di eruditi, artisti e aristocratici.

Conociuto come talentuoso pittore di vedute e sagace caricaturista (in contemporanea, alla Lewis Walpole Library di Farmington, nel Connecticut, che possiede la maggiore raccolta di carcicature realizzate dall’artista, è in corso fino al prossimo 15 dicembre “Caricatures, Campagna, and Connoisseurs“) Patch coltivò anche un profondo interesse per l’arte dei grandi maestri toscani del Trecento e del Quattrocento – i così chiamati “primitivi” – anticipando l’ampia fortuna critica che avrebbero conosciuto nell’Ottocento.

“Eclettico uomo del suo tempo, Thomas Patch ha praticato tecniche e generi artistici diversi – ha sottolineato la curatrice Giulia Coco – e la mostra si concentra su uno dei suoi molteplici interessi, forse il più “sperimentale”, che lo ha portato a praticare l’incisione e l’estrazione di parti di affreschi da autodidatta, mosso dalla curiosità e da un gusto abbastanza precoce per i primitivi, condiviso dai suoi connazionali, oltre che dalla preoccupazione di preservare testimonianze figurative del passato, tema attuale nel dibattito culturale di quegli anni a Firenze“.


Infatti, presenta le sue pregevoli pubblicazioni su Giotto, Masaccio, Ghiberti, Fra Bartolomeo della Porta, unitamente ad alcune porzioni di affreschi della Cappella Manetti in Santa Maria del Carmine, recuperate dallo stesso artista prima dello smantellamento della cappella: interventi preziosi che contribuirono in modo significativo alla diffusione del gusto per il tardo Medioevo e per il primo Rinascimento. Fu proprio attraverso le incisioni, che Patch restituì al pubblico europeo i capolavori di questi artisti, promuovendone la conoscenza e la valorizzazione.

Valentina Zucchi, coordinatrice scientifica della mostra, ha aggiunto “Dopo aver omaggiato il soggiorno fiorentino di sir Joshua Reynolds due anni fa, torniamo a evocare le atmosfere che hanno connotato Firenze nel tardo Settecento con un’esposizione centrata su un grande artista e amatore dell’arte fiorentina, Thomas Patch. La sua sensibilità verso gli antichi maestri – e le pubblicazioni che ne seguirono – contribuirono a diffondere il gusto e il desiderio di Firenze in Inghilterra e in tutta Europa. In ossequio ai Musei Civici Fiorentini e alla loro storia, la mostra riserva un’attenzione speciale agli affreschi della cappella Manetti in Santa Maria del Carmine, cui Patch si dedicò, e al Museo Stefano Bardini, segnando un’ideale continuità fra il collezionismo e il mercato dell’arte che nacquero intorno alla comunità anglosassone a Firenze in quel periodo e che conoscerà un’importante espansione fra Otto e Novecento, vedendo proprio Bardini fra i suoi protagonisti”.

Opere come The life of Masaccio (1770), The life of Fra Bartolomeo della Porta (1772), The life of Giotto (1772) e la serie di incisioni dedicate alla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze (1772-74, in collaborazione con Ferdinando Gregori) – Thirty-four Engravings of the Third Gate of the Baptistery of St. John in the city of Florence – rappresentano infatti imprese di straordinaria importanza, capaci di diffondere il prestigio dell’arte fiorentina anche Oltremanica.
In particolare, The life of Giotto preservò per sempre la memoria delle pitture della Cappella Manetti al Carmine, allora attribuite a Giotto e oggi riferite a Spinello Aretino. Patch riuscì non solo a raffigurare le scene e alcuni dettagli tramite incisione ma anche a salvarne alcune porzioni, subito avviati al commercio estero e oggi distribuiti in collezioni italiane e internazionali. L’esposizione ne presenta al pubblico una larga parte: attualmente, infatti, sono noti dodici frammenti delle Storie di San Giovanni battista, di cui sette sono esposti in mostra, offrendo la rara occasione di comparare le scene immortalate da Patch con gli affreschi superstiti, anche grazie a un allestimento particolarmente suggestivo.



Il tutto evidenzia la sensibilità di un raffinato artista, conoscitore e divulgatore, in grado di diffondere la memoria e il desiderio di Firenze in tutta Europa. La sua figura – sotto il segno del Grand tour e in stretto dialogo con il collezionismo inglese – si pone così in dialogo ideale con Stefano Bardini, che fondò la propria attività proprio sul recupero e la valorizzazione di opere antiche e affreschi staccati, a cui è dedicato il museo civico.