A Vercelli, nell’ex chiesa di San Marco – Spazio Arca – prosegue fino a domenica 11 gennaio 2026, un viaggio tra alcuni capolavori dell’Espressionismo italiano per raccontare un segmento della storia dell’arte italiana, a tutt’oggi ancora poco esplorato, attraverso un nucleo significativo di opere, realizzate tra il 1920 e il 1945, appartenenti alla sezione storica della Collezione Giuseppe Iannaccone, una delle più rilevanti collezioni private italiane, raccolte con passione da oltre trenta anni dall’Avvocato Giuseppe. Una collezione “romantica” che ha seguito e inseguito quell’arte che – dopo la grande stagione delle avanguardie – non ha coltivato gli ideali classici, ma ideali diversi, incentrati sull’intensità del colore; sulla fantasia, la visionarietà e la soggettività dell’io, sull’espressione dei sentimenti e delle emozioni. Un pezzo di storia dell’arte, realtà inquieta e turbolenta tra le due guerre: corpi sbilanciati, sguardi intensi, una pittura che resiste al potere, indaga il quotidiano, riapre ferite e infrange l’ordine stabilito. Immagini che trattengono l’invisibile, le crepe dell’animo, le dissonanze della vita.

L’Espressionismo Italiano, movimento potente, viscerale, seppe dare voce al turbamento e alla passione del Novecento attraverso i suoi esponenti che affermarono, con forza, una visione indipendente, sottraendosi alle imposizioni culturali dominanti, scegliendo, attraverso una ricerca personale spesso coraggiosa e controcorrente, di raccontare, appunto, fragilità, solitudine e tensione esistenziale dell’uomo, anziché aderire ai modelli celebrativi imposti. Curata da Daniele Fenaroli, “Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo Italiano” con il patrocinio della Regione Piemonte, promossa dal Comune di Vercelli, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone, accompagnata da un catalogo edito da Silvana, è il primo appuntamento di un progetto espositivo pluriennale pensato anche per creare un dialogo tra diverse discipline, che ha come obiettivo rivelare come la creatività e l’arte possano arricchirsi attraverso l’interazione tra linguaggi differenti attraverso la sinergia tra la storia del luogo, l’arte contemporanea e altre forme di espressione culturale.

Tra le opere esposte Nudo in piedi (1939) di Lucio Fontana, Composizione (Siesta Rustica) (1924-1926) di Fausto Pirandello, Il Caffeuccio Veneziano (1942) di Emilio Vedova, I poeti (1935) di Renato Birolli, Lo schermidore (1934) di Angelo Del Bon, Ritratto di Antonino Santangelo (1942) e Ritratto di Mimise (1938) di Renato Guttuso. Il percorso si sviluppa per nuclei tematici, il colore come forma di resistenza, il ritratto come ricerca dell’identità, il presente come soglia inquieta della memoria, il visitatore è invitato a mettere in discussione ogni idea pacificata di storia e di rappresentazione. Perché non è solo questione di ciò che vediamo, ma di come lo guardiamo, e da dove.

Ci piace sottolineare quattro aspetti: in un tempo che tende a semplificare, questa mostra difende l’ambiguità; in un presente che spesso dimentica, riattiva la memoria; in un contesto che premia la superficie, propone profondità; non un’esposizione “sulla storia”, ma “dentro la storia”, dentro le sue ferite, le sue tensioni, i suoi fantasmi e, soprattutto, dentro le sue possibilità di trasformazione. Perché, come ci suggeriscono le opere esposte, la pittura, oggi come ieri, può ancora essere uno strumento critico, un atto etico, una forma di resistenza.

In tale contesto, ogni anno, si metterà in luce un artista contemporaneo attraverso la relazione con le opere esposte nelle mostre e iniziando con Norberto Spina: classe 1995, si forma tra Milano e Londra, la sua poetica si fonda sulla sovrapposizione di memoria personale e collettiva; un lavoro alimentato dalla ricerca di immagini d’archivio, fotografie storiche, momenti di vita quotidiana e iconografie della tradizione popolare italiana che, rielaborati e sovrapposti, si manifestano come frammenti di ricordi.
Sono esposti alcuni suoi lavori, oltre a un prestito proveniente dalla Royal Academy di Londra e altre opere inedite e site specific che lo stesso ha realizzato appositamente per questa occasione.

La rilettura storica che ispira le opere di Norberto Spina suggerisce una possibile linea di continuità nel modo in cui l’arte può divenire una fedele, seppur personale, visione della realtà. Se negli anni Trenta gli artisti selezionati si sono sottratti alla monumentalità celebrativa del potere, Spina, da artista contemporaneo, si muove a lato della memoria collettiva, rielaborando figure, gesti e atmosfere che sembrano emerse da un archivio dimenticato, che risuonano, oggi più che mai, come una potente cassa di risonanza. Le sue opere non illustrano la storia, la attraversano. Prendere in mano un’immagine del passato e farla rivivere – o semplicemente rievocarla – non è un’operazione neutra, non è sinonimo di nostalgia ma significa, al contrario, tornare consapevolmente a quei momenti che hanno inciso a fondo il nostro immaginario collettivo.
Come suggeriscono le opere esposte, la pittura, oggi come ieri, può ancora essere uno strumento critico, un atto etico, una forma di resistenza.