A Urbino, negli ambienti storici di Palazzo Ducale recentemente riallestiti, prosegue fino a domenica 12 ottobre la mostra-evento dedicata a Simone Cantarini (Pesaro, 12 aprile 1612 – Verona, 15 ottobre 1648) che, curata da Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa, ne testimonia l’estro pienamente moderno attraverso una selezione di cinquantasei dipinti, accostando per la prima volta numerosi suoi capolavori a quelli di maestri contemporanei al fine di presentarne al pubblico l’intera parabola artistica nel suo contesto. 

Scomparso prematuramente in circostanze ancora misteriose, Simone Cantarini è il maggiore pittore marchigiano del Seicento e il progetto espositivo si è quindi posto l’obiettivo di approfondire aspetti ancora poco noti della produzione artistica: la sua prima attività nella terra d’origine, i rapporti con la famiglia Barberini – in particolare con il cardinal legato Antonio Barberini junior – il funzionamento della sua bottega, il rapporto con Guido Reni a Bologna, segnato dal litigio a seguito della Trasfigurazione di nostro Signore commissionata dai Barberini nel 1637 per la chiesa del Forte Urbano a Castelfranco. 

I suo fu un un linguaggio straordinariamente innovativo, frutto della sua formazione marchigiana sotto il segno di Raffaello e Barocci, unita al modello reniano appreso a Bologna tra il 1630 circa e il 1639 e allo studio dell’antico al quale si era dedicato nel biennio romano dai Barberini (1640-1642). Un’originalissima sintesi di classicismo e naturalismo, riconducibile al suo ritorno a Bologna nel 1642 (a seguito della morte di Guido) e alla disfatta dei Barberini segnata dalla guerra di Castro del 1641 e dalla morte del papa nel 1644, chiudeva un’epoca gloriosa, all’insegna di nuovi orizzonti.

Con il ritorno a Bologna, Simone si dedicò all’invenzione e all’elaborazione del progetto e il suo linguaggio divenne vera e propria maniera che non guardava soltanto ai modelli aulici, ma si apriva a ventaglio a stimoli più aggiornati e i temi del percorso espositivo si declina su i nuclei tematici:

  • il ritratto – per cui secondo Carlo Cesare Malvasia (1678) Cantarini era “provisto di una particolar dote” – (Autoritratto, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Galleria Corsini; Ritratto di Guido Reni, Bologna, Pinacoteca Nazionale; Ritratto di Eleonora Albani Tomasi, Pesaro, Collezione Banca Intesa Sanpaolo; Ritratto di Antonio Barberini junior, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini)
  • i temi profani (Allegoria della pittura, Repubblica di San Marino, Collezione Cassa di Risparmio; Ercole e Iole, Roma, Collezione privata; Giudizio di Paride, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, in deposito presso Urbino, Galleria Nazionale delle Marche) e
  • il rapporto di Cantarini con gli altri maestri del suo tempo, a partire appunto da quello col Reni, che verrà mostrato nel percorso espositivo attraverso il confronto con alcune delle produzioni che Simone emulò come il San Girolamo (Parigi, Galerie Canesso), il Davide e Golia (Urbino, Galleria Nazionale delle Marche – donazione Volponi), il San Giuseppe (Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Galleria Corsini) e il San Giovanni Battista (Londra, Dulwich Picture Gallery). 

Peculiarità è l’accostamento delle doppie versioni delle sue invenzioni più celebri, infatti sono presenti quattro tele con San Girolamo (una proveniente dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna e le restanti da collezioni private italiane ed estere), due versioni di Loth e le figlie (collezione privata e Rivoli, Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte), San Giovanni Battista (Roma, Galleria Borghese e collezione privata), le variazioni sul tema della Sacra Famiglia (Roma, Galleria Colonna; Gallerie Nazionali di Arte Antica, Galleria Corsini; Galleria Borghese e Madrid, Museo del Prado).

In mostra, inoltre, viene focalizzato il contesto storico e culturale in cui l’artista visse prima e dopo il 1631, anno della devoluzione di Urbino allo Stato della Chiesa: esemplare a tal proposito è il San Giovanni Battista di Valentin de Boulogne (Apiro, collegiata di Sant’Urbano), commissionato da Giovan Giacomo Baldini, archiatra di papa Urbano VIII e appartenente alla cerchia intellettuale dei Barberini.

La mostra è accompagnata dal catalogo scientifico edito da Officina Libraria, con saggi e schede delle opere in mostra trattati dai massimi studiosi dei temi affrontati. 

Dettagli

Tracce storiche

(courtesy Ufficio stampa Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino) 

Il 28 maggio del 1621 allo scoppiare della primavera, il corteo festoso che accompagnava la coppia ducale composta da Federico Ubaldo della Rovere e Claudia dei Medici, freschi sposi, attraversa gli archi trionfali effimeri eretti in Pian di Mercato, decorati dalle tele a monocromo di Claudio Ridolfi e Girolamo Cialdieri, conservate alla Galleria Nazionale delle Marche e presentate in apertura della mostra, raffiguranti “fatti diversi matrimoniali della Serenissima Casa d’Urbino” e otto figure allegoriche. Il popolo celebrava la continuità dinastica che avrebbe assicurato lunga vita al Ducato fondato da Federico da Montefeltro, raffinato enclave politico e culturale ormai accerchiato dallo Stato Pontificio.
Fu solo una speranza, terminata con la morte prematura di Federico Ubaldo il 29 giugno del 1623, cui segue la firma il 4 novembre del 1626 di un atto formale dove il vecchio Francesco Maria II rinunciava al potere e cedeva il ducato a Urbano VIII Barberini. Ritiratosi da tempo in una sorta di fuga mundi nel silenzio delle colline del Montefeltro a Casteldurante, nel palazzo eretto da Francesco di Giorgio che domina un’ansa del Metauro, l’ultimo duca aveva creato intorno a sé una corte aristocratica e coltissima, dove eccelsero personalità talentuose come Federico Barocci, traccia palpitante di un mondo cortese in disfacimento.
Negli ultimi penosi anni, depresso e senescente, il duca cedeva il governo dello Stato fino alla sua morte avvenuta a Casteldurante il 28 aprile 1631. Finalmente Urbano VIII, il 12 maggio, proclamava l’annessione del Ducato allo Stato Pontificio, cambiando per sempre il destino di una terra che perdeva la sua indipendenza e da centro si faceva periferia, per citare le seminali indagini di Enrico Castelnuovo e Carlo Ginzburg. La stessa Casteldurante cambiava nome in Urbania in omaggio a Papa Barberini. Urbino, Pesaro e le terre ducali sono ormai una patria perduta, origine ideale per artisti e intellettuali che prendono il via verso Roma e Bologna, dove si cristallizza il nuovo potere.
Eppure, la perdita di identità politica non corrisponde, almeno nei primi anni, alla fine di uno specifico linguaggio artistico manifestatosi nel Rinascimento con l’opera di Raffaello, Genga, Zuccari e Barocci: una tradizione figurativa complessa e variegata, aggiornata alle tendenze caravaggesche con l’esperienza più tarda di Guerrieri, che trova esiti pienamente autonomi nell’opera di Simone Cantarini, nato a Pesaro nel 1612 – lo stesso anno in cui scompare Barocci – e morto drammaticamente a soli trentasei anni.

Didascalie immagini opere Simone Cantarini

  1. Autoritratto,
    Galleria Corsini, Roma
  2. Madonna con Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio,
    Galleria Nazionale delle Marche, in deposito dalla Pinacoteca di Brera (2021), dalla chiesa di San Cassiano a Pesaro
     
  3. San’Antonio,
    Galleria Nazionale delle Marche, in deposito dalla Pinacoteca di Brera (2021), dalla chiesa di San Francesco a Cagli
     
  4. San Girolamo,
    Pinacoteca Nazionale di Bologna
     
  5. San Giacomo in Gloria,
    Rimini, Museo della Città “Luigi Tonini”
  6. Sant’Andrea,
    Firenze, Palazzo Pitti

Dove e quando

Evento: Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma

Indirizzo: Galleria Nazionale delle Marche - Palazzo Ducale di Urbino - Piazza Rinascimento, 13 - Urbino
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Fino al: 12 Ottobre, 2025