Negli spazi della Loggia degli Abati di Palazzo Ducale a Genova, prosegue fino a domenica 14 settembre, “Jacopo Benassi Libero!” personale dedicata alla produzione degli ultimi sette anni di attività, in un percorso di oltre cento opere che ne svelano l’intenso ed esteso lavoro compiuto con la fotografia e, soprattutto, sulla fotografia. Curata da Francesco Zanot, il lavoro di decostruzione del corpo della fotografia e della visione fotografica, ponendo così un punto sulla ricerca più recente dell’artista fotografo e concentrandosi sui passaggi fondamentali che lo hanno condotto allo sviluppo di un linguaggio personale, complesso e riconoscibile in cui si fondono fotografia, scultura, pittura, musica e performance.

Jacopo Benassi dal 2018 inizia a combinare fotografie indipendenti e distinte tra loro all’interno di cornici doppie, triple e multiple che realizza personalmente utilizzando materiali di recupero. È il rifiuto della singola immagine come icona e della fotografia come pura immagine (immateriale). Non si può parlare di dittici, trittici o polittici, perché non si tratta di fotografie pensate per stare insieme, ma, semmai, di scontri, incontri, incidenti, più o meno violenti e deflagranti. Che i risultati appaiano sotto forma di combinazioni del tutto sensate o puri deliri semantici, sono sempre il frutto di azioni di disturbo: nei confronti di ogni specifica fotografia e di chi vorrebbe trovare al suo interno qualsiasi genere di conferma. Trionfo di corpi nudi e imperfetti, il lavoro di Benassi spoglia la fotografia stessa, svelandone l’impotenza.

Un’altra strategia di accumulazione è rappresentata dalla fotografia di una statua di cera di Hitler realizzata al Madame Tussaud di Londra, appoggiata su un carrello e nascosta dietro una tale quantità di lastre di vetro da trasformare in un diaframma opaco lo stesso materiale che si utilizza per costruire lenti trasparenti.

In un’altra opera Benassi sospende, con una imbragatura a una gru da magazzino, venti ritratti tutti rivolti verso l’interno in modo che non si veda alcuna immagine, ma solo il legno delle cornici e quello del telaio sul retro.

Nell’intenzione dell’artista di trasformare la fotografia in un oggetto fisico si collocano le stratificazioni, una serie di opere che realizza dal 2022 sovrapponendo fotografie e dipinti, tenuti insieme da un sistema di cinghie e tensionatori. Qui il tema della molteplicità si somma a quello della cancellazione: dalla ipervisibilità di un mondo che Benassi ha sempre rischiarato con la luce di un flash si passa alla sua negazione. Eppure, non c’è contraddizione, perché ha sempre trattato la fotografia come gesto, evento, espressione di una volontà, prova di esistenza, al di là dell’immagine, spostando l’attenzione da ciò che si vede a tutto quello che sta intorno, sia dal lato dell’autore, sia dell’osservatore.

In quella di Genova, attraverso una grande installazione che collega e intreccia tra loro le opere, l’esposizione si interroga sul ruolo della fotografia oggi e sulla sua capacità di resistere e confrontarsi con il contemporaneo. Per Benassi la fotografia non è solo uno strumento di rappresentazione, ma, principalmente, di azione e trasformazione, e l’immagine un dispositivo aperto.
Nel presentare i soggetti più caratteristici e ricorrenti – dai ritratti ai luoghi della musica underground, dai più banali oggetti del quotidiano ai frammenti della natura – ecco la riflessione sul rapporto tra immagine, supporto e contesto, mettendo in discussione la priorità della prima rispetto a tutto il resto.

È una questione di gerarchie (che vengono fatte a pezzi), contaminazione (utilizzata come strategia di emancipazione e conoscenza) e libertà. Nell’epoca in cui la fotografia raggiunge il massimo della sua diffusione e viene contemporaneamente minacciata da sistemi generativi di immagini fotorealistiche, Benassi risponde a questa contraddizione.

Le stratificazioni costituiscono il fulcro del percorso di mostra, evidenziando la necessità di Benassi di contaminare il proprio linguaggio con quello della scultura e dell’installazione, al punto di fare della stessa impurità (nel duplice senso di ibridazione e oscenità) uno dei soggetti principali. Fotografie allucinate si sovrappongono a quadri pseudo-romantici (a metà tra Turner e un film di Terrence Malick), calchi in gesso, brandelli di muro, pezzi di vetro e molto altro ancora.

Tra le opere inedite, l’installazione fotografica Villa Croce che chiude il percorso è stata prodotta in occasione della residenza a Palazzo Ducale durante il mese di giugno. Dopo aver trasferito il suo studio da La Spezia al Museo, il fotografo ha lavorato a un progetto originale frutto di un processo di ricerca che ha attraversato la città e che ad essa si è ispirato. Al termine della mostra, l’opera sarà trasferita al Museo di Arte Contemporanea Villa Croce dove entrerà a far parte della collezione permanente.

Le opere di Benassi sono espansive, centrifughe, sfuggono in ogni direzione. Le cinghie che stringono insieme i diversi frammenti prendono il posto delle cornici, che a loro volta sono diventate parte delle opere, ma senza la stessa geometrica nitidezza. Diventate sculture, le fotografie di Benassi non appaiono semplicemente non-finite, ma precarie. É lo stesso attributo che si potrebbe utilizzare per descrivere la condizione della fotografia oggi, paurosamente in bilico tra realtà e finzione.
Così anche l’allestimento di questa mostra rimanda a un passaggio intermedio: quello in cui le opere sono poggiate a terra prima di essere appese a parete e acquisire di conseguenza uno status di superiorità. È il passaggio prima della contemplazione, quando ogni elemento si trova ancora sullo stesso piano.