Per chi è in Versilia o nelle vicinanze, imperdibile una visita alla retrospettiva dedicata a Eugenio Cecconi, figlio di Carlo e di Amalia Chellini, nato a Livorno l’8 settembre del 1842. Dopo gli studi nel Collegio nazionale di Torino – tra il 1853 e il 1858 – rientrò a casa assistendo ai preparativi dei patrioti livornesi per la seconda guerra d’indipendenza alla quale prese parte anche il padre, fervente patriota. Durante gli studi in legge a Pisa, studiò anche pittura con il paesaggista Romedio Fezzi. Una volta laureato fece oratica legale presso lo studio fiorentino del deputato liberale Leopoldo Cempini, continuando a coltivare l’interesse per la pittura (sembra) frequentando i corsi dell’Accademia di belle arti tenuti da Enrico Pollastrini.

Un anno dopo la morte del padre, nel 1866 si arruolò volontario tra i bersaglieri del generale Cialdini, senza però prendere parte alle operazioni militari. Conclusa la guerra, decise di dedicarsi esclusivamente alla pittura aprendo uno studio in corso Amedeo, con l’amico Adolfo Belimbau iniziando a frequentare Diego Martelli e il ritrovo dei macchiaioli a Castiglioncello. I suoi ritratti di cani conquistarono il pubblico e Telemaco Signorini, amico ed estimatore, osservò: “c’è gente nei cani di Cecconi”, aggiungendo che “quando il Cecconi dipinge un cane ne fa il ritratto morale e fa capire ciò che ha già fatto e quello che sta per fare”.

Al pittore amico dei Macchiaioli è dedicata, promossa al Forte Leopoldo I dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Società di Belle Arti, Eugenio Cecconi. Giornate di caccia e di colore, curata da Elisabetta Matteucci e accompagnata da un catalogo Nomos Edizioni. Una ragionata selezione di dipinti di diversi periodi e generi, in sette sezioni ordinate secondo un criterio tematico, presenta maestose vedute, scene di vita e di caccia in Maremma, ma anche l’umile, fiera quotidianità dei suoi abitanti.

Cecconi amava raffigurare, oltre a butteri e cacciatori, soprattutto le “fiere donne” impegnate nei lavori domestici e nei campi o dedite a offrire i doni della terra; figure di fienaiole e, più in generale, raccoglitrici, lavandaie, traghettatrici, venditrici di arance e di polli. Per la sua profonda capacità di penetrazione psicologica, ciascun volto ritratto è nobilitato dalle fattezze tipiche di una bellezza etrusca e animato da un’austera dignità, acquisendo così il valore di documento sociale di un’epoca.

Un’empatica vicinanza dell’artista si avverte oltre che nell’esecuzione dei ritratti, nell’affrontare scene corali raffiguranti le attività legate al lento succedersi delle stagioni, come la fienagione o le pratiche venatorie. Con spirito antiretorico il pittore fissa sulla tela momenti faticosi della vita contadina e, per l’indubbia abilità pittorica, anche quando alzano al cielo i forconi carichi di enormi fasci di fieno, i contadini sembrano impegnati nell’esecuzione di una sorta di coreografia bucolica.

Quanto alle scene di caccia, ben poco hanno da spartire con quelle della coeva pittura ufficiale inglese: più che un’esigenza documentaristica, in esse si palesa la partecipazione di chi, in quelle medesime situazioni ha potuto essere tra i protagonisti, restituendone tutta l’eccitazione e la vitalità di un atavico rito sociale condiviso.
La Curatrice sottolinea quanto sia evidente e intimo il legame con la Natura e in particolare con il genius loci, spirito generatore dello spunto creativo.

Entrando nel dettaglio del percorso eespositivo, è il momento atmosferico a nutrire le prime sezioni dell’esposizione: Luce dell’Etruria i cui ritmi antichi di vita contadina, apprezzati in particolare nelle zone limitrofe alla tenuta di Diego Martelli a Castiglioncello o a Ceppato di Lari, dove l’artista si dedica al paesaggio assieme all’amico Francesco Gioli, vengono attentamente registrati e riversati in liriche composizioni quali Il ritorno delle fienaiole e Caccia alle folaghe.

A seguire, Maremma fatale e fatata, terra incontaminata di forze primigenie, assiduamente frequentata dall’artista nella pratica venatoria. Poi a riprova dell’unione tra pittura e vita, nelle sezioni Inseguendo la preda e Dando la via agli stivali la caccia emerge non solo come semplice passione privata e condivisa, ma come sorgente principale, non scevra di eco epica, della poetica sia figurativa che letteraria di Cecconi. Tra i leitmotiv pittorici più apprezzati dalla ricercata committenza, è variamente declinata, dalle scene più aspre che fotografano la lotta per la vita e definitiva sconfitta della preda, alle sequenze di acceso dinamismo nelle quali la muta di cani si affanna nell’impeto di ricerca e inseguimento, fino alle placide composizioni corali in cui la figura umana si fonde con lo studio paesaggistico e che della caccia sottolineano l’aspetto di forte coesione sociale, illustrando i diversi momenti di partecipazione più estesa quali i preparativi, l’attesa, il viaggio ed il ritorno.

La cifra pittorica e l’indipendenza espressiva, emergono ulteriormente nel ritratto, come si apprezza nella sezione Le fiere donne, vera e propria galleria di effigi dedicate a queste straordinarie Madonne delle messi. Maestria nella gestione delle peculiarità formali di questo genere e nella qualità mimetica raggiungono l’apice nel ritratto canino e, nel nucleo L’amico fedele, in cui si susseguono le istantanee degli amati compagni di vita e di caccia, colti nella tensione della punta o nella lenta e paziente attesa.

Infine, la mostra intende evidenzia aspetti di una personalità complessa: pittore, letterato, poeta e cacciatore ma “soprattutto un’anima sensitiva e operante” come lo ricordò il suo amico Guido Biagi.