Nell’ambito del Monteverdi Festival 2025 – due date, 27 e 29 giugno – al Teatro Ponchielli di Cremona, per una delle opere più affascinanti e potenti del barocco italiano: Ercole amante di Francesco Cavalli che incarna l’intensità e la bellezza di quel genere musicale in un viaggio nell’eroismo, nell’amore e nel destino. Allievo prediletto di Claudio Monteverdi, Cavalli seppe raccogliere l’eredità del maestro creando un linguaggio musicale che, pur nell’evoluzione stilistica, conserva la profondità espressiva caratterizzante la scuola veneziana. Ercole amante, inserita perfettamente in questa tradizione è, senza alcun dubbio, tanto rara quanto preziosa per la sua bellezza musicale.

Ispirata alla mitologia classica, narra passioni e contraddizioni di Ercole, tormentato dall’amore impossibile per Iole e lacerato tra gloria del destino e fragilità in un intreccio di passioni umane e divine, di cui la ricchezza musicale accentua la drammaticità sollecitando emozioni intime e personalissime in un rimando tra luce e ombra, bellezza e sofferenza.

L’opera venne commissionata dal cardinale Mazzarino – per i festeggiamenti delle nozze fra Luigi XIV di Borbone (il Re Sole) con l’Infanta di Spagna Maria Teresa d’Asburgo celebrate il 9 giugno 1660 – e, inizialmente, Cavalli declinò con la scusa dell’età avanzata, ma poi decise di accettare per l’ottimo compenso e, forse, il timore che l’incarico passasse al collega e rivale Antonio Cesti. Memore dell’insuccesso de L’Egisto, per soddisfare il gusto francese, vennero inseriti (a ogni inizio e conclusione di atto) degli intermezzi danzati composti da Isaac de Benserade e Jean-Baptiste Lully. Tra l’altro il musicista decise di modificare una peculiarità del suo stile e ridusse le voci dei castrati, poco graditi in Francia, utilizzando per i ruoli principali maschili quelle di tenore o basso.

La nuova sala teatrale, costruita appositamente nel Palazzo delle Tuilerie, a causa degli intrighi di corte non venne completata in tempo per i festeggiamenti reali e il debutto della nuova opera fu rinviato (ci sarebbe da scrivere un articolo solo per raccontare questo boicottaggio in favore di Jean-Baptiste Lully, nato Giovanni Battista Lulli e nominato dal Re – 16 marzo 1653 – compositeur de la musique instrumentale). Una volta inaugurato il teatro, l’opera venne finalmente rappresentata 7 febbraio 1662, seguita da sette repliche fino alla primavera, ma non incontrando il gusto del pubblico francese, sia per le musiche giudicate troppo noiose, sia per l’allestimento troppo macchinoso, sia per il contenuto del libretto, troppo licenzioso per essere considerato un gradito omaggio alle nozze del Re Sole.

Cavalli non riuscì neppure a far riprendere l’opera in Italia, a causa dei numerosi cambi di scena e del nuovo gusto teatrale più orientato verso i drammi storici, tanto che la rappresentazione in tempi moderni avvenne (dopo quasi trecento anni) al Teatro La Fenice di Venezia, il 17 febbraio 1961.

In una Cremona quasi deserta, presenti all’ultima recita a chiusura del Monteverdi 2025, un Festival che negli ultimi anni ha ospitato ensemble barocche, direttori e cantanti specialisti in questo repertorio considerato di nicchia. Tante sono state le sorprese di questa edizione, preceduta da un’anteprima di grande richiamo quando, lo scorso 7 giugno, il direttore Jordi Savall ha diretto il Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi con i due gruppi di musica antica spagnola da lui formati: la Cappella Real de Catalunya e le Concerts des Nation. Mercoledì 11 giugno, invece, Les Musiciens du Prince diretti da Gianluca Capuano e con le voci soliste di Cecilia Bartoli e Melissa Petit, hanno eseguito la rara versione di Parma 1769, atto di Orfeo da Le feste di Apollo musicato da C.W. Gluck.

La direzione musicale è stata affidata a un esperto barocchista, il direttore e clavicembalista Antonio Greco che, con l’Orchestra e il Coro del Monteverdi Festival, infonde alla partitura una freschezza straordinaria, rivelando ogni sfumatura della musica con passione e precisione. Senza esagerazioni, l’intensa espressività delle voci e la cura nei dettagli strumentali fanno di questa produzione un’esperienza di altissimo livello anche per la regia di Andrea Bernard, che reinterpreta l’opera barocca ed esalta, nei protagonisti, tensione emotiva e intensità psicologica. Il suo sguardo contemporaneo non tradisce la tradizione, ma la rinnova, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza teatrale potentissima.
Lo spettacolo è ambientato in una location dove si dovrebbe svolgere il matrimonio di Ercole e Deianira, messinscena molto minimalista ma efficace. All’apertura del sipario camerieri intenti nelle preparazioni, iniziano ad arrivare gli invitati, ma lo sposo non si vede perché invaghito di un’altra donna, Iole. Durante questa attesa, Deianira in abito da sposa è molto in ansia, decide di affidarsi alla dea Giunone per difendere i suoi diritti coniugali (in fondo alla location c’e una specie di sipario da dove gli dei usciranno durante lo svolgimento dell’opera e interagiranno con gli umani).

I costumi sono di Elena Beccaro: moderni per gli umani e barocchi per gli dei; le luci usate alla perfezione da Mario Alba fanno la differenza. Molto belle le coreografie di Giulia Tornarolli eseguite da mimi / danzatori per una gradevole visione. Doveroso ricordare, a chi si è lamentato delle coreografie, che oggi i balletti – come quelli al tempo del re Sole – sono improponibili. A quel tempo gli spettacoli si allestivano in teatri di corte per pochi eletti, o, addirittura, nei giardini con effetti da sogno e un gran numero di maestranze impegnate; soluzione impossibile di questi tempi per molte ragioni, a iniziare dai costi. Le scene di Alberto Beltrame sono moderne e creano uno spettacolo piacevole. La compagnia di cantanti specialisti della musica barocca è giovanissima, ma talentuosa anche scenicamente.
Ha sorpreso positivamente il fraseggio elegante di Ercole del baritono milanese Renato Dolcini.
Deianira, del mezzosoprano Shaked Bar, sempre in crescendo offre una bellissima prova, in particolare nel lamento del secondo atto “Misera, ohime, ch’ascolto“.

Molto bene Iole, del soprano Hilary Aeschliman, in coppia con l’amante Hyllo del tenore Jorge Navarro Colorado.
Molto convincente la Giunone di Teodora Raftis, una bellissima sorpresa la riserva, il basso Federico Domenico Eraldo Sacchi (Nettuno / ombra di Eutyro): la sua voce è possente e la presenza scenica impressionante.
Il soprano Paola Valentina Molinari dà voce a tre personaggi: Venere / Bellezza / Cinzia con ottimi risultati.
Molto bene lasithea del soprano Chiara Nicastro, Mercurio del tenore Matteo Straffi e Tevere del basso Arrigo Liverani Minzoni.
Due voci da seguire quelle dei controtenori: il torinese Danilo Pastore nel ruolo en travesti, veramente un Licco straordinario e Maximiliano Danta (nel ruolo del Paggio) che si è fatto notare nell’ultimo concorso Cesti.
Non ultime le Tre grazie dei due soprani Benedetta Zanotto e Giorgia Sorichetti con il mezzosoprano Isabella di Pietro.

Alla fine dello spettacolo, durato più di tre ore, grandissimi applausi per tutti con la speranza che anche altri teatri inseriscano le opere di Francesco Cavalli, confidiamo nel Festival Monteverdi perché inserisca una sua opera ogni anno, questa, è stata davvero speciale.