Per una nuova lettura dei luoghi attraverso il linguaggio della contemporaneità, il programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche – pensato e realizzato appositamente per l’Antiquarium di Boscoreale e Villa Regina – è stato inaugurato con la mostra site-specific dal titolo Pompeii Threnody, personale di Cerith Wyn Evans, a cura di Andrea Viliani con Stella Bottai, Laura Mariano, Caterina Avataneo, che resterà allestita fino a domenica 11 gennaio 2026. Come un canto funebre, viscerale e profondo, un’antica trenodia greca, che nell’alternanza di cori e voci soliste accompagnavano nell’ultimo saluto il defunto, così la mostra conduce il visitatore in un dialogo inconscio e involontario, “con chi e con ciò che, in fondo, continua a vivere a Pompei” rievocandone la perdurante vitalità della memoria.

Pompeii Threnody esplora la memoria, il tempo e la trasformazione, elementi centrali nell’opera dell’artista gallese (classe 1958), tra i più raffinati e poetici del panorama internazionale. Dodici le opere in mostra, di cui dieci realizzate appositamente per l’occasione, in un dialogo tra materia archeologica e immaginario contemporaneo.

  • nove fotoincisioni dedicate ai cipressi della piana del Sarno, che evocano la dimensione geologica e memoriale del paesaggio vesuviano;
  • un’installazione luminosa ispirata al carro cerimoniale rinvenuto a Civita Giuliana, con il celebre palindromo latino “in girum imus nocte et consumimur igni“ (andiamo in tondo nella notte e siamo consumati dal fuoco)
  • due lampade-scultura in forma di palme dorate, poste nel patio dell’Antiquarium, in dialogo con l’architettura della vicina Villa Regina.

La mostra è introdotta dalla statua bronzea di un efebo lampadoforo. Le sue labbra recano solo alcune tracce dell’antica colarazione dorata, ricordo frammentario ed eco soffusa di una materia e di una celebrazione vitali ormai quasi, ma non ancora del tutto, scomparse. Lo stesso colore accompagna, come una traccia riportata sui muri, nel percorso.
Salite le scale, nella prima sala al primo piano, è esposta la serie delle nove fotoincisioni (The Ancient Cypress Trees of the Sarno Plain) in cui, sulla carta, appaiono dettagli dei resti fossilizzati di antichi cipressi della piana del fiume Sarno.

L’artista, ha sottolineato «dettagliando la profonda bellezza di questi esemplari naturali, preservati e venerati, sono studi altamente estetizzati, formalmente severi, ed elegantemente presentati, meditazioni sulla messa in luce della materia occlusa. Allo stesso modo, gli alberi (radici) scavati ed esposti (agli elementi) vengono qui documentati, arrestati ed esposti (all’ambiente fotochimico). Rappresentazione della pulsione a contenere e catturare, a reificare e abitare con il feticcio, a soffermarsi
sulla sua meraviglia organica trascendente, sul suo status e capacità di produrre stupore: Sic transit…
».

Tecnicamente, la fotoincisione, corrisponde a un procedimento fotografico di stampa in piano su lastra di zinco, in cui l’immagine non viene disegnata come nelle normali incisioni, ma fotografata su uno strato di vernice sensibile, poi steso su una lastra tipografica. Utilizzando la tecnica combinatoria e processuale della photogravure (fotoincisione), Wyn Evans condensa in una matrice multipla e in un impasto paziente, sia il tempo passato che il tempo presente, sia la consistenza naturale che quella culturale di queste antiche radici, sopravvissute a un’eruzione vulcanica e conservate ora in Antiquarium museale.

Qui, per l’artista, divengono dei memoriali interspecie dell’attivismo di queste materie organiche antiche, ma anche la testimonianza della loro disponibilità a trasformarsi in possibili documenti storici e in meditazioni sul mistero di ciò che definiamo come “opera d’arte”.

Nella contigua sala è allestito il carro di Civita Giuliana, che costituisce l’apice e il fulcro della mostra in dialogo con una delle versioni della serie di opere di Wyn Evans intitolate “in girum imus nocte et consumimur igni“, installazione luminosa ispirata al carro cerimoniale rinvenuto nel 2021 – sempre diverse per dimensioni e colore della luce, nelle loro varie iterazioni – e questa ulteriore versione prende le dimensioni dalle ruote del carro, assumendo il colore e la temperatura di 6500 Kelvin: ‘daylight’, ovvero luce del giorno.

Al riguardo, l’artista ha commentato: «Il famoso palindromo latino (a cui fui introdotto dall’autore situazionista francese Guy
Debord, che ne fede il titolo di un suo film) è variamente tradotto in inglese spesso come “Andiamo in tondo nella notte e siamo consumati dal fuoco”. Ricordando il ‘mito’, ancora e ancora l’Eterno Ritorno, l’infrastruttura temporale del trauma… è condannata alla ripetizione. Qui torniamo a un’opera ‘riciclata’ per essere reiterata a e su Pompei. Mi sono reso conto che l’opera ha trovato di fatto la sua casa, anche se sono tornato più volte su questa frase e ho realizzato, attraverso diverse iterazioni, opere con testo, immagini in movimento, neon, fuochi d’artificio… questa occasione di situare l’opera a Pompei porta con sé un significato e una pertinenza singolari non raggiunti in precedenza. L’opera ‘appartiene’ a Pompei. L’oscillazione sempre circolante, avanti e indietro, manifesta una singolarità come un ‘feedback’. Qui – in situ – corollario alle ruote immobilizzate del carro… veicolo fantasma, costellato di ciò che sopravvive all’erosione del tempo… come un’ulteriore fonte di luce da aggiungere alla squisita complessità delle ombre proiettate dall’ armatura in Perspex nell’attuale display. Una cerimonia. Suona. Un epitaffio sospeso nel gas e nel vetro… con parenti in altri distretti del senso, come, ad esempio, la fotografia (un ritornello leggero). Un’interfaccia tra materia (artefatto materiale) e rappresentazione – il cardine su cui oscillano – l’attrito come contatto, il punto in cui toccano
».
A Boscoreale, l’opera diventa una ruota del tempo e la manifestazione dell’oscillazione perpetua e interconnessa di ogni materia, di ogni significato e di ogni rappresentazione.

Infine, passaggio più intimo che riporta la dimensione pubblica della mostra a una dimensione quasi domestica, in cui l’Antiquarium sembra prendere le sembianze e assecondare i comportamenti che avremmo potuto osservare nell’antica Villa romana accanto al museo. Nel patio esterno che congiunge piano terra e il primo piano, sono allestite due lampade-scultura della collezione dell’artista, oggetti di arredo moderno che riproducono i tronchi e le foglie di due palme dorate. Il riflesso
luminoso delle loro silhouette metalliche si sparge lungo i muri perimetrali e accompagna con le sue vibrazioni le volute tracciate da alcuni pesci rossi nella vasca che, su un alto del patio, riproduce l’impluvium delle antiche domus.

Chiudendo (o riaprendo?) il cerchio della mostra stessa, in questo angolo appartato, un momento di quiete imprevista che l’artista sembra cercare, per far incontrare fra loro, come se fossero un’unica cosa luce e buio, istante e durata, presenza e assenza, storia e quotidianità, pubblico e privato, umano e non umano, come se l’Antiquarium e la Villa si fossero riuniti, e qualcuno ci stesse sussurrando, al contempo “benvenuti” o “bentornati”!

Dettagli

Didascalia immagini

alcuni scaatti dell’allestimento
foto © Amedeo Benestante.
Courtesy Cerith Wyn Evans e Parco Archeologico di Pompei

(courtesy Ufficio stampa PCM Studio di Paola C. Manfredi)

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Antiquarium - Viale Villa Regina, 1 - Boscoreale
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Fino al: 11 Gennaio, 2026