Innumerevoli in Italia i piccoli centri urbani con valenza di “spiccato interesse storico e artistico”; sono borghi riqualificati, risorti, protetti. Non tutti hanno potuto fregiarsi di una sorte così naturale e propizia. Non Poggioreale, non quel gioiello dalla regalità indiscussa (come ci suggerisce anche il nome) che nel 1968 è stato travolto dal devastante terremoto della valle del Belice. Ma è stato calpestato dal cinismo, dall’incuria, da azioni scriteriate, ancor più della calamità naturale.

Qui i beni storico-artistici, dai palazzi nobiliari ai loro vivaci affreschi, alle vetrate in stile Liberty, alle balconate barocche, sono depredati e abbandonati. Il sisma infatti, seppur nefasto, ha lasciato intatto il tracciato urbanistico dalla forma a scacchiera e molte case hanno resistito grazie alle pietre d’angolo negli spigoli. Case costruite con perizia e oculatezza, come il pozzo che raccoglieva e incanalava le acque reflue, oggi utilizzato come discarica per le macerie. Come il suggestivo cisternone del convento dei Padri Cappuccini, all’ingresso del paese, che ricorda gli impianti termali romani, che ancora sopravvive assicurando litri e litri d’acqua, nonostante l’ostruzione provocata all’inizio di corso Umberto, e che conferma capacità ingegneristiche e idrauliche avanzate.

Esiste un paese che quasi non esiste più. Dove una casa è stata costruita con i guadagni della guerra combattuta in Africa; dove c’è chi ha perso la vita sotto un balcone crollato per convincere un’anziana signora a uscire di casa dopo le forti scosse.
Dopo il terremoto si è deciso di non restaurare i ruderi e di costruire una nuova città, più a valle, ma gran parte degli edifici di Poggioreale antica svetta ancora verso il cielo, quasi a voler resistere all’oblio.

Nel 2011 nasce l’associazione Poggioreale antica, per volontà dell’attuale presidente Giacinto Musso, con l’obiettivo di recuperare il paese. Ivi l’associazione ha operato per più di otto anni, liberando e pulendo strade da erbacce e macerie. Si è deciso di allestire persino un albero di Natale al centro della piazza principale durante le festività. Adesso l’accesso è bloccato anche per l’associazione e il paese soffoca tra gli sterpi e la vegetazione incolta; giorno dopo giorno si assiste a un crollo in più, a una pietra mancante, a una bottiglia di birra abbandonata sul davanzale di un’abitazione. Sempre meno tracce del vecchio ciottolato. Gli spazi rimasti sono utilizzati per le esercitazioni dei vigili del fuoco o per girare qualche film.

Qui fino a poco tempo fa si vedeva ancora passeggiare amabilmente qualche capretta e un’oca accompagnava i visitatori in giro per il paese, partecipando attivamente, sino a essere nominata mascotte dell’associazione. È poi improvvisamente scomparsa, senza lasciare traccia.
L’ingresso della città impressiona per la nobiltà di Palazzo Agosta Tamburello e degli archi scultorei che incorniciano le sue finestre, mentre il baldacchino aggiunto dall’amministrazione degli anni duemila al cancello, con le sue cuspidi e il frontone, sembra voler ribadire al visitatore una dignità e un decoro mai realmente scomparsi.
Dopo quasi sessant’anni si intravedono gli arredamenti interni alle abitazioni, i mirabili e ancora coloratissimi affreschi sulle volte a crociera dei palazzi nobiliari, i banchi della scuola. Il teatro sventrato mostra le sue tribune. Il secondo Palazzo Agosta reca una pregiata scala autoportante, in marmo, che ha retto ai crolli.
Si erge ancora, accanto, la chiesa di Sant’Antonio da Padova (patrono del paese) con il suo pronao scandito da colonne con capitelli corinzi.

Riconosciamo gli uffici postali dal dipinto murale interno dei telegrafi, visibile camminando lungo corso Umberto. Presenti ancora, tra le altre, l’insegna della biblioteca limitrofa e quella di Piazza Elimo, più avanti, dove è collocata la statua di una Venere alata. Qui l’ampiezza pianeggiante e silenziosa dello spazio urla ancora rispetto e sacralità.
Poco più sotto c’è Largo Cannoli, con la relativa fonte, un abbeveratoio in pietra di circa diciotto metri, mentre da Piazza Elimo una scenografica gradinata conduce alla Chiesa Madre, notevolmente mutilata.
Molte case ed edifici storici non esistono più, perché fatte crollare con la dinamite per costruire le baraccopoli. Pezzi di capitelli e cornici delle chiese vengono ripetutamente trafugati. Nelle catacombe della chiesa di Gesù e Maria niente protegge più le ossa dei defunti, esposte agli sguardi e agli agenti atmosferici.

Hanno resistito anche i banchi granitici della pescheria di epoca fascista, dove la gente accorreva con l’acquolina in bocca dopo aver sentito il tamburo risuonare in strada per annunciare l’arrivo del pesce.
Sì, il paese è ancora in piedi, nonostante i tetti caduti e i danni successivi al terremoto. Poggioreale cela una vita che aspetta di risorgere, oltre i blocchi pericolanti e le porte divelte, sotto le sue cicatrici. Può farcela, può rinascere, con l’impegno di tutti. Viceversa, afferma Giacinto Musso, rischia di scomparire in pochissimo tempo. Ci auguriamo che il sole non continui più a tramontare sugli oltraggi e sullo scempio. Lo dobbiamo alle vite stroncate, alla memoria obliata, ai luoghi massacrati. E all’arte, alla bellezza che l’uomo ha prodotto e che si può ancora preservare. Si ricordino le lezioni tramandate da Cesare Brandi, storico caposaldo delle teorie del restauro, a difesa della conservazione, del mantenimento dello status originario dei luoghi. Tutelare e proteggere i beni storici e artistici è un dovere, così come il recupero senza stravolgimenti e affrettate derive demolitive.
Che Poggioreale sia salvata e che rinasca, nel suo primigenio splendore.
