L’offerta estiva della programmazione temporanea del Centro Pecci di Prato propone ben tre nuove mostre che accompagneranno il visitatore nei prossimi mesi, in aggiunta al recente riallestimento permanente della collezione disegnato da Formafantasma. Infatti, innestandosi naturalmente e senza rotture sul percorso di “Eccentrica” – chiuso proprio da un’opera “smisurata” come la “Luna” di Fabio Mauri , “Smisurata. Opere XXL dalla collezione del Centro Pecci” – il cui progetto espositivo è stato curato in collaborazione con Ibrahim Kombarji – conferma e prosegue la missione più attuale del Centro voluta dal direttore Stefano Collicelli Cagol, quella di diventare, anche attraverso la restituzione della collezione, uno spazio collettivo e condiviso di raccolta e di assemblea per le tante comunità che abitano a Prato.

Smisurata (anche nelle didascalie) rivela e conferma come la collezione crei comunità, radichi l’istituzione museale nel territorio e permetta, a chi abita la città e la regione, di riunirsi attorno a un patrimonio comune. Opere di grande formato del museo che, con le loro forme e i loro colori, la loro scala e i loro riferimenti, creano un sistema condiviso di suggestioni in un immaginario collettivo presente nella memoria.

In relazione agli spazi di Italo Gamberini e con un’attenzione specifica all’accessibilità, unendo opere storiche, spesso pensate appositamente per gli spazi generosi del Centro, a produzioni di più recente acquisizione, viene offerta una reale possibilità di confronto tra creazioni fuori scala, suggestioni potenti.

La seconda mostra è “Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi. La marcia dell’uomo“. L’opera video – entrata a far parte della collezione del Centro Pecci grazie alla vincita del bando ministeriale Piano per l’Arte Contemporanea 2024 – ha come oggetto le repressioni culturali e i grandi rimossi della storia, come il colonialismo italiano in Africa. Ispirata a riprese realizzate in Africa tra la fine del Diciannovesimo secolo e gli anni Sessanta, venne presentata per la prima volta nel 2001 alla 49ª Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, curata da Harald Szeemann, ed è stata oggetto di un’ampia installazione all’Hangar Bicocca in occasione della mostra monografica dei due artisti nel 2012.

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, attraverso la loro capacità di testimonianza e reintepretazione, affrontano i grandi temi riferendoli con una prospettiva strettamente attuale, secondo lo sguardo di quanti sono stati esclusi del racconto dominante.
L’installazione video, disposta spazialmente su tre grandi schermi, racconta di uno sguardo europeo sul Continente africano intriso di pregiudizio e disprezzo, quando non di esplicita violenza, e la presentazione dell’opera video dà vita a una suggestiva esperienza dello spazio ridisegnato dalle immagini: camminando lungo la sequenza dei tre schermi si attraversa la storia dell’uomo in un viaggio immersivo in tre tempi: fine Ottocento con il primo schermo, gli anni Venti con il secondo e infine gli anni Sessanta con il terzo.
Contestualmente alla mostra, è programmata una rassegna video presso il cinema del Centro per approfondire i temi affrontati da Gianikian e Ricci Lucchi nelle loro opere: la violenza coloniale, le grandi guerre, l’esilio, le migrazioni dei popoli, tematiche che risuonano con forza nel contesto socio-politico odierno.

La terza mostra è “Davide Stucchi. Light Lights”, prima personale dell’artista in un’istituzione italiana. Curata da Stefano Collicelli Cagol, propone sculture realizzate tra il 2019 e il 2025, tutte ispirate al tema della luce, in parte prodotte appositamente per l’evento espositivo. Il gioco di parole del titolo, traducibile come ‘Luci Leggere’, sfrutta l’ambiguità del termine inglese “light” per sottolineare l’arguzia sottile con cui Stucchi affronta l’attività artistica. Con la leggerezza impalpabile della luce, sembra quasi sfidare la gravitas solenne spesso associata all’arte contemporanea. Il titolo, inoltre, rispecchia la tendenza dell’artista a procedere per sottrazioni, con interventi spesso al limite dell’impercettibile, ma profondamente radicati nel contesto in cui si collocano.

Attraverso un faidaté autoironico e venato da un sottile feticismo della minuteria e dei ferramenta, Stucchi produce sculture che rimandano alla precarietà di storie private, mettendo in discussione e decostruendo le narrazioni di genere e le rappresentazioni sociali consolidate. Intervenendo su un gruppo eterogeneo di lampade, luci e applique, trasforma la percezione dello spazio espositivo e del corpo di chi visita la mostra, evocando assenze presentissime o corpi e storie che hanno appena lasciato il proprio posto. L’obiettivo di “Light Lights” è costruire un ambiente immersivo – che si rivela progressivamente – in un’esperienza di attraversamento che suggerisce una coreografia di gesti, sguardi e movimenti, utili a riflettere sulla fugacità di incontri e momenti, luminosi o avvolti nell’oscurità, che ciascuno vive nella propria esistenza venendo a contatto con gli altri.

Storie immaginate, sognate, sovvertite dall’ironia pungente di Stucchi e dalla sua capacità di far emergere gli aspetti più assurdi e meno visibili della quotidianità.