
Ho una memoria di ferro. Quasi sempre: quando si tratta di antico Egitto, tendo a fare confusione tra faraoni, capitali, divinità buone e cattive. Ecco perché spesso, piuttosto che le classiche monografie, occhieggio con gran gusto i libri dedicati ai più piccoli, come una delle ultime uscite di Edizioni Lapis, Tutankamon. I misteri del faraone, di Béatrice Bottet con le illustrazioni di Dimitri Zegobro.
Il libro inizia in Egitto nel 1922, quando l’archeologo inglese Howard Carter continua cocciutamente i suoi scavi nella valle dei Re, contrariamente all’opinione di tutti gli altri (convinti non ci fosse ormai niente altro da trovare) e soprattutto contrariamente a lord Carnarvon, che gli scavi di Carter li finanziava. Ma Carnarvon decise di concedere a quell’archeologo – evidentemente un po’ suonato, avrà pensato – un po’ più di tempo, e un po’ più di denaro. La ragione fu dalla sua: a scavi appena ripresi, ci si accorse di quello che, sepolto nella sabbia, poteva sembrare un gradino. Era il gradino della tomba di Tutankhamon, tomba che (almeno in tempi recenti) nessuno aveva mai violato. “Vedo cose meravigliose” disse, e il resto è storia.
La storia, appunto, nel libro torna a qualcosa come tremila anni prima per raccontarci del padre di Tutankhamon (non sto a dirvi il nome, perché non me lo ricordo io e lo dimenticherete presto anche voi) e di come si trovi padre di una nidiata di femmine prima che arrivi il tanto sperato erede, Tutankhamon appunto, che però da piccolo è Tutankhaton per una faccenda di culti ammessi e culti vietati. Sarà poi lui stesso, preso il potere, a cambiare nome (come Prince) e a ripristinare la religione degli antichi dei. Finalmente qualcosa – grazie a questo libro – l’ho capita pure io.