Questa sera va in scena l’ultima replica – la prima assoluta è stata salutata da dodici minuti di applausi – delle cinque rappresentazioni tutte esaurite da tempo de Il Nome della rosa, la nuova opera tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco che il Teatro alla Scala ha commissionato a Francesco Filidei. Lo spettacolo è coprodotto con l’Opéra de Paris e il Teatro Carlo Felice di Genova e sarà ripreso da Rai Cultura. Il nome della rosa, pubblicata da Casa Ricordi, è la terza opera di Filidei dopo Giordano Bruno, su libretto italiano di Stefano Busellato (Oporto, Casa da Musica, Teatro Valli di Reggio Emilia 2015, presentato al Piccolo Teatro di Milano nel corso del Festival Milano Musica dello stesso anno), e L’inondation, su libretto francese di Joël Pommerat (Parigi, Opéra Comique 2019). Questa volta i librettisti sono lo stesso compositore e Stefano Busellato con la collaborazione di Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti; hanno lavorato su due versioni, italiana e francese, per le prime a Milano e Parigi.

Per impostare il lavoro compositivo, Francesco Filidei (nato a Pisa il 5 maggio 1973, diplomato al Conservatorio di Firenze e al Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi) si è chiesto innanzitutto quale sarebbe stato il percorso narrativo di Eco, se fosse stato un musicista invece che uno scrittore. Per rispondere è necessario analizzare la struttura narrativa del romanzo e tradurla in drammaturgia musicale. Un nodo centrale è la relazione che il testo intrattiene con il romanzo popolare ottocentesco, soprattutto francese (Il conte di Montecristo, I misteri di Parigi, ecc.), che Filidei estende all’opera popolare ottocentesca, soprattutto italiana (Don Carlos, Il trovatore). Eco stesso, spiega Filidei, indica la strada da seguire quando nelle Postille al romanzo parla di “un libro che assumeva una struttura da melodramma buffo, con lunghi recitativi, e ampie Arie”. Eco racconta inoltre di aver compiuto un lavoro analogo a quello realizzato da Mahler nelle sue sinfonie; in questo senso non si può non ricordare la sua amicizia con Berio e il Terzo Movimento di Sinfonia, gravitante intorno allo Scherzo della Seconda di Mahler.

Filidei sviluppa quindi il suo discorso musicale come una struttura portante di tipo sinfonico su cui si innesta una successione di arie e recitativi, quasi forme chiuse, il cui materiale è derivato principalmente dalla variazione di melodie gregoriane. È la dimensione del sacro a giustificare il passaggio dalla parola al canto. Drammaturgicamente l’opera, che ha la struttura di un autentico grand-opéra con oltre una quindicina di personaggi, sfrutta la struttura del romanzo, in cui i fatti sono sempre presentati “de relato”, per dare a ciascuno un’aria. Le riflessioni teologiche e filosofiche, inserite da Eco nel libro e difficili da tradurre in linguaggio teatrale, sono riflesse nella costruzione formale di alcune sezioni del lavoro, attraverso madrigalismi e strutture leitmotiviche associate alle varie tematiche proposte.

Infatti, Filidei condivide la passione di Eco per la materia linguistica, si tratti di parole o di note, e il gusto per la struttura e la simmetria. Il nome della rosa è diviso in sette giornate, tre delle quali formano il primo atto e quattro (l’ultima è una chiusa di breve durata) il secondo. I due atti hanno forma simmetrica e le scene sono costruite ciascuna su una nota: do, do diesis, re bemolle, re… e poi specularmente fino a tornare al do. Ne consegue un’architettura formale rigorosa, ma anche la rappresentazione grafica di un labirinto, o dell’abbraccio dei petali: un’opera in forma di rosa.

Al Piermarini, Il nome della rosa, diretto da Ingo Metzmacher, è firmato da Damiano Michieletto con scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Fabio Barettin, drammaturgia di Mattia Palma e coreografia di Erika Rombaldoni. Presenti alla terza rappresentazione, di cui riferiamo, il silenzio regna assoluto e, all’apertura del sipario, un impianto fisso, che si animerà nel corso dello spettacolo. Nella parte più alta è disposta un’austera cantoria nella quale è sistemato il Coro in abiti scuri, inoltre, osservando in alto, si scorge una struttura labirintica da dove scendono veli bianchi e, al centro, troneggia una croce bianca luminosissima che rimarrà tale fino alla fase conclusiva e, cambiando colore, prenderà fuoco. Il simbolismo medioevale è ovunque e le luci sono, usate veramente con maestria, di grande impatto visivo come le scene che si susseguono; in particolare l’altorilievo del portale dell’abbazia di Saint-Pierre de Moissac che raffigura il “Giudizio Finale” e da dove escono uomini seminudi che si contorcono, sollevando poi Adso.

A seguire un’imponente statua della Vergine Maria dipinta nel quattrocento da Jan Van Eyck, poi ancora le salme dei  fratelli uccisi mentre dentro delle teche compaiono anche codici miniati che prendono forma animalesca, con costumi coloratissimi; tutti i costumi sono colorati, ma eleganti e nulla è  lasciato al caso. I monaci benedettini vestono tuniche arancioni, quelle dei francescani sono azzurre, mentre i delegati papali indossano abiti ricchi e sfarzosi. La scena finale, che non sveleremo, è un capolavoro con al centro labirinto e biblioteca. Come non mai, colpisce il sincronismo tra la parte musicale e quella visiva con un plauso a Damiano Michieletto e al suo team.

La direzione, affidata al maestro tedesco Ingo Metzmacher, specialista nel repertorio del Novecento, alla guida dell’Orchestra del Teatro, con gestualità precisa, rigore e tecnica inossidabile, ci ha guidato all’ascolto della nuova partitura permettendoci di percepire nettamente anche strumenti e suoni particolari. Riteniamo di importanza vitale i tre Cori utilizzati e quasi sempre in scena. Di eccellenza il cast del canto, a partire da Guglielmo da Baskerville del baritono Lucas Meachem – voce autorevole, perfetta nel ruolo – e dalla parte complessa del suo novizio Also da Melk, affidato al mezzosoprano Kate Lindsey (ruolo en travesti) che ha entusiasmato il pubblico; quando sono insieme palcoscenico, tengono tutti con il fiato sospeso.
Anche il mezzosoprano Daniela Barcellona interpreta alla perfezione l’inquisitore Bernardo Gui, non è una sorpresa, ma una splendida conferma, dal momento che siamo abituati ad ascoltarla in molti ruoli en travesti nelle opere di Gioacchino Rossini.

Il basso Gianluca Buratto è Jorge da Burgos, demoniaco, ma anche solenne e severo. Il baritono Roberto Frontali nelle vesti del deforme monaco Salvatore è perfetto nella parte e vocalmente ineccepibile. Voce bella e solida per l’abate Abbone di Fossanova affidato al basso Fabrizio Beggi, come quella del tenore Giorgio Berrugi per il suo Remigio da Voragine.
Due sono i controtenori in quest’opera: Carlo Vistoli – nella doppia veste di Berengario da Arundel e Adelmo da Otranto, che incanta con quella voce abituata a ruoli barocchi – e Owen Willetts che offre una buona performance nella parte di Malachia
Bravi; il soprano Katrina Galka nella doppia veste di Ragazza del villaggio e Statua della Vergine, il tenore Paolo Antognetti (Severino da Sant ‘Emmerano) e il tenore Leonardo Cortellazzi (Venanzio / Alborea).
Sorprende il basso Adrien Mathonat (Cuciniere / Girolamo vescovo di Caffa). Bravi anche gli altri: il mezzosoprano Cecilia Bernini (Ubertino da Casale), il tenore Flavio d’Ambra (Michele da Cesena), il tenore Ramin Ghazavi (Cardinal Bertrando) e il baritono Alessandro Senes (Jean d’Anneaux).

Alla fine dello spettacolo grandissimi applausi non solo per il Direttore e i due interpreti principali, ma per tutto il cast. Ha sorpreso l’accoglienza tributata a Francesco Filidei che, salito sul palcoscenico, ha scatenato una standing ovation. 
Concludiamo suggerendo di non perdere quest’opera quando verrà ripresa dal Teatro Carlo Felice di Genova e, appuntamento per tutti a Parigi, quando debutterà in versione francese.

Dettagli

Il libretto in sintesi

courtesy Ufficio stampa Teatro alla Scala

  • Prologo
    Il vecchio Adso da Melk ripensa a un episodio vissuto in gioventù quando, ancora novizio, era diventato discepolo del dotto francescano Guglielmo da Baskerville, la cui missione gli era inizialmente ignota. Siamo nel 1327, al tempo della cattività avignonese, in un contesto segnato da forti tensioni tra Ludovico di Baviera e papa Giovanni XXII. Guglielmo è stato inviato dall’imperatore a mediare un incontro con una delegazione papale, previsto nell’abbazia guidata da Abbone da Fossanova. Mentre i due sono in viaggio, in una cella dell’abbazia il giovane miniatore Adelmo da Otranto supplica invano Jorge da Burgos, vecchio monaco cieco, di assolverlo dai suoi peccati. Sul sentiero che conduce all’abbazia, Guglielmo e Adso incontrano il cellario Remigio da Varagine, che rimane sbalordito dalle capacità deduttive del frate, in grado di intuire che il cavallo dell’abate è fuggito poco prima.
  • Atto I
    Primo giorno
    Giunti all’abbazia, Adso contempla il portale della chiesa, dove Cristo in trono è circondato dai quattro animali terribili e dai ventiquattro vegliardi, come descritto nell’Apocalisse di Giovanni. All’improvviso, alle sue spalle, compare Salvatore, un monaco deforme, che esclama “Penitenziagite”, detto che insospettisce subito Guglielmo per l’uso che ne facevano i dolciniani, eretici seguaci del temibile Fra Dolcino. Abbone accoglie i due ospiti e chiede a Guglielmo di aiutarlo a risolvere il mistero della morte di Adelmo, il cui corpo è stato ritrovato
    in una scarpata. Guglielmo sarà libero di interrogare i monaci e di indagare in tutta l’abbazia, tranne che nella celebre biblioteca, il cui accesso è riservato al bibliotecario Malachia e al suo assistente Berengario da Arundel. Nello scriptorium, Guglielmo scorre con Berengario il catalogo della biblioteca e si sofferma su un segno a forma di “F”. Malachia mostra al frate i fantasiosi e divertenti marginalia realizzati da Adelmo, ma Jorge interviene severamente inveendo contro il riso. Ne segue una discussione tra il vecchio monaco e Guglielmo alla quale prende parte anche il traduttore Venanzio, che fa riferimento alla seconda parte della Poetica di Aristotele, dedicata alla commedia. Guglielmo comincia a sospettare che Adelmo si sia suicidato. Durante la notte, Salvatore conduce di nascosto nelle cucine una ragazza del villaggio, che si concede a Remigio in cambio di un involucro di frattaglie. Poco dopo, Venanzio entra agonizzante con un libro in mano e muore; Berengario trova il corpo e lo porta via.
    Secondo giorno
    In chiesa Adso avverte il richiamo della statua della Vergine e si raccoglie in preghiera. Mentre i monaci intonano un inno, alcuni porcai irrompono terrorizzati: un corpo è stato rinvenuto in un orcio colmo del sangue dei maiali. È il cadavere di Venanzio. I monaci, sconvolti, iniziano a collegare le morti alle sette trombe dell’Apocalisse. Esaminando il corpo insieme all’erborista Severino, esperto di veleni, Guglielmo nota che le dita del traduttore sono macchiate di nero.
    In seguito, interroga Berengario sulla notte in cui Adelmo è morto e intuisce che questi gli sta nascondendo qualcosa sul loro rapporto. Guglielmo decide che, con il calare della notte, entrerà nella biblioteca insieme a Adso. Berengario si trova nello scriptorium intento a leggere un libro, quando sente arrivare Guglielmo e Adso: si nasconde con il volume ma perde una pergamena con delle annotazioni in greco. Prima di allontanarsi riesce a sottrarre gli occhiali di Guglielmo. Avvicinando una lanterna, Guglielmo e Adso vedono affiorare dei simboli, che si collegano alla “F” notata quella mattina: Secretum finis Africae. Entrati nella biblioteca, i due osservano che ogni stanza reca un cartiglio con versi tratti dall’Apocalisse. A un certo punto si ritrovano davanti a uno specchio deformante: è la porta del finis Africae, ma non sanno ancora come aprirla. Usciti dalla biblioteca, Abbone gli comunica che Berengario è scomparso.
    Terzo giorno
    Il corpo di Berengario viene ritrovato nei balnea, dove è annegato. Esaminandolo insieme a Severino, Guglielmo nota ancora che le dita sono annerite, come la lingua: con ogni probabilità si tratta di un veleno. Severino ricorda che, tempo prima, dal suo laboratorio era scomparsa un’ampolla contenente una sostanza pericolosa. Guglielmo ritrova i suoi occhiali nel saio di Berengario. Nel frattempo, all’abbazia giunge la delegazione papale. Nelle cucine il cuciniere si scaglia contro Salvatore che, come suo solito, è intento a rubare del cibo. Fa il suo ingresso l’inquisitore Bernardo Gui, a capo della delegazione avignonese. L’abate ha appena incaricato anche lui di indagare sui delitti che sconvolgono il monastero.
    Adso, incuriosito dalla vicenda di Fra Dolcino, si avventura da solo nella biblioteca per cercare informazioni e finisce per avere una visione. Poco dopo incontra la ragazza del villaggio e si unisce a lei. Al risveglio, lei è scomparsa. Accanto a sé Adso trova un cuore e sviene per lo spavento.
  • Atto II
    Quarto giorno
    Adso confessa a Guglielmo di aver violato i voti, ma il frate si mostra comprensivo e intuisce che la ragazza viene sfruttata da Remigio e Salvatore. Decide quindi di interrogarli. Adso sorprende Salvatore mentre prepara un incantesimo d’amore, mentre Guglielmo riesce a ottenere da Remigio la confessione di essere stato un seguace di Fra Dolcino. Salvatore e la ragazza vengono colti sul fatto mentre il monaco sta per compiere il suo rito magico. Bernardo Gui li accusa immediatamente di stregoneria. Adso teme per la vita della ragazza e si dispera.
    Quinto giorno
    Nella sala capitolare si riuniscono le due delegazioni: da una parte i francescani legati all’imperatore, dall’altra Bernardo Gui con i delegati papali. La disputa verte sulla povertà di Cristo, fermamente sostenuta dai francescani e respinta dal papa: una questione cruciale, da cui dipende se la Chiesa abbia o meno il diritto di esercitare il potere sulle cose terrene. La discussione degenera presto in una rissa. Nella confusione, Severino si avvicina a Guglielmo e gli sussurra di aver trovato uno strano libro; poi si ritira nel suo laboratorio, dove viene raggiunto da Malachia, che lo uccide colpendolo alla testa con una sfera armillare, e fugge con il volume. Poco dopo Remigio, preoccupato che Severino possa aver scoperto alcune sue carte compromettenti, entra nel laboratorio ignaro dell’omicidio appena avvenuto, quando tutti accorrono nella stanza e lo trovano sulla scena del delitto.
    Durante il processo, Bernardo Gui accusa Remigio sia di eresia sia di essere l’autore di tutti gli omicidi, chiamando a testimoniare Salvatore e Malachia. Temendo la tortura, Remigio confessa ogni cosa. Per Gui condannarlo al rogo rappresenta una vittoria anche politica: in questo modo, riesce ad associare al mondo dell’eresia la delegazione francescana, e quindi l’imperatore.
    Sesto giorno
    In chiesa, durante l’ufficio dei morti, Adso si addormenta e ha una visione, interrotta dalle grida dei monaci poiché Malachia muore all’improvviso, avvelenato dal “potere di mille scorpioni”. È evidente che l’assassino è ancora in circolazione. Abbone ha un colloquio con Guglielmo e lo accusa di avere fallito, ma il frate ha capito che la chiave delle morti sta nel furto di un libro proibito nascosto nel finis Africae. Guglielmo deve andarsene l’indomani: le legazioni hanno lasciato l’abbazia e la sua missione è terminata, ma vuole entrare in biblioteca un’ultima volta. Di fronte alla porta-specchio, grazie a un’intuizione di Adso, Guglielmo riesce finalmente a entrare.
    Settimo giorno
    Jorge li sta attendendo, mentre dietro il muro si sentono i colpi disperati di Abbone, che muore asfissiato in un passaggio segreto che conduce alla biblioteca. È Jorge l’assassino: ha ucciso per impedire la divulgazione dell’unica copia superstite della seconda parte della Poetica di Aristotele. Non c’era alcuno schema legato alle trombe dell’Apocalisse: Jorge voleva semplicemente impedire che il grande filosofo allontanasse gli uomini dalla paura del peccato: per questo ha avvelenato le pagine del libro. In preda al delirio, il vecchio strappa le pagine del manoscritto e inizia a divorarle. Guglielmo e Adso si lanciano su di lui, Jorge getta la lanterna tra i volumi e dà fuoco alla biblioteca.
    Ultimo folio
    Nessuno riesce a fermare l’incendio, e l’intera abbazia va in fiamme. Dopo aver lasciato quel luogo, Guglielmo e Adso si separano, e il frate dona al discepolo i suoi occhiali.
    Il vecchio Adso ricorda di essere tornato, anni dopo, a visitare le rovine dell’abbazia: tra le macerie scorge ciò che resta della statua della Vergine, e il pensiero corre all’unico amore terreno della sua vita, di cui non saprà mai il nome.

IL NOME DELLA ROSA

opera in due atti di Francesco Filidei
libretto di Francesco Filidei e Stefano Busellato
con la collaborazione di Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti
Casa Ricordi Editore
libero adattamento dall’opera di Umberto Eco “Il nome della rosa” edita da La Nave di Teseo

Prima assoluta commissione Teatro alla Scala e Opéra National de Paris
nuova produzione Teatro alla Scala
in coproduzione con Opéra National de Paris e Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova

Direttore Ingo Metzmacher
Regia Damiano Micheletto

Orchestra e Coro del Tetro alla Scala
(Maestro del Coro Alberto Malazzi)
Con la partecipazione del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
(Maestro del Coro di Voci Bianche Bruno Casoni)

Personaggi e interpreti

  • Adso da Melk Kate Lindsey
  • Guglielmo da Baskerville Lucas Meachem
  • La Ragazza del Villaggio / Statua della Vergine Katrina Galka
  • Jorge da Burgos Gianluca Buratto
  • Bernardo Gui Daniela Barcellona
  • Abbone da Fossanova Fabrizio Beggi
  • Salvatore Roberto Frontali
  • Remigio da Varagine Giorgio Berrugi
  • Malachia Owen Willetts
  • Severino da Sant’Emmerano Giovanni Sala
  • Berengario da Arundel / Adelmo da Otranto Carlo Vistoli
  • Venanzio / Giovanni Dalbena Leonardo Cortellazzi
  • Girolamo Vescovo di Caffa / Cuciniere Adrien Mathonat
  • Ubertino da Casale Cecilia Bernini
  • Michele da Cesena Flavio D’Ambra
  • Cardinal Bertrando Ramtin Ghazavi
  • Jean d’Anneaux Alessandro Senes

Scene Paolo Fantini
Costumi Carla TetiA
Luci Fabio Barettin
Drammaturgia Mattia Palma
Coreografia Erika RombaldoniI

ultima replica questa sera ore 20

Didascalia immagini

alcuni scatti durante l’esecuzione dell’opera
foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
courtesy Ufficio stampa Teatro alla Scala