Alle ore 18 di domenica 13 aprile si è alzato il sipario sull’87ª edizione del Festival del Maggio Musicale Fiorentino con “Salome” di Richard Strauss, opera che debuttò il 9 dicembre 1905 alla Semperoper di Dresda e venne accolta da un successo clamoroso che garantì al compositore fama e onori. Tratta dall’omonimo dramma di Oscar Wilde, Strauss fu affascinato non solo per l’audacia del tema trattato, ma soprattutto per la presenza di personaggi così tormentati e nevrotici che gli avrebbe consentito di realizzare una musica estrema, capace di seguire i violenti turbamenti della mente della protagonista, i torbidi pensieri del re e dei suoi cortigiani e scelse di mettere in musica la traduzione tedesca di Hedwig Bachmann. Il disordine della psiche trova perfetto pendant in una partitura musicale dove la mastodontica orchestra è coinvolta in un vortice tumultuoso di dissonanze e dove prevale una vocalità agitata, isterica e lontana da ogni slancio lirico.

La vicenda, infatti, si svolge alla corte di re Erode in Tiberiade dove Giovanni Battista (Jochanaan) è tenuto prigioniero in una cisterna. La voce del profeta affascina Salome, la bella figliastra del re, desiderata da molti a corte a iniziare proprio dal patrigno che nutre per lei una passione morbosa. La principessa, sentendosi irrimediabilmente attratta da Jochanaan, tenta invano di sedurlo e, dopo l’ennesimo rifiuto, decide di chiederne la testa in pegno a Erode, che accetta, ma solo dopo l’esibizione di Salome in una sensualissima danza dei sette veli. Il desiderio viene così esaudito e l’orrore raggiunge il culmine nel momento in cui, seguendo un impulso necrofilo, la fanciulla bacia la bocca del profeta decapitato, gesto per il quale sarà giustiziata.

Nel corso delle stagioni del Maggio l’opera è andata in scena sei volte: la prima rappresentazione fiorentina avvenne nel 1948 nella versione italiana. La seconda, (1964) a La Pergola, la terza (1977) con la direzione di Zubin Mehta, la quarta (1991) eseguita in forma di concerto, la quinta (1994) con ancora Mehta sul podio e la regia di Luc Bondy, infine la sesta (2010), con la direzione di Paolo Carignani e la regia di Robert Carsen. Fra le più celebri composizioni di Richard Strauss, l’attuale Salome ha visto, sul podio, alla guida dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Alexander Soddy, al suo debutto in Teatro e che ha dichiarato: “Sono incredibilmente onorato e felice nel debuttare qui al Maggio Musicale; un posto che amo per la sua storia, in particolar modo gli ultimi trent’anni con il lavoro incredibile di Zubin Mehta come direttore principale: questo lo si può percepire attraverso la qualità e l’esperienza dei musicisti. È il mio debutto qui a Firenze e poterlo fare dirigendo un’opera che sento particolarmente vicina a me rende tutto questo ancora più speciale: ci sono legato infatti da quasi vent’anni, cominciando a interpretarla come pianista accompagnatore all’inizio della mia carriera. L’ho successivamente diretta moltissime volte; è davvero una composizione a cui sono molto legato e con cui, inoltre, ho debuttato al Covent Garden“.

Il Maestro, ha aggiunto “Conosco le sfide che essa contiene e dico sfide perché è uno dei primi lavori di Strauss, il quale scrive in un modo davvero impegnativo. Compone in modo giovanile, eccitato da tutte le opportunità che ha. Questo ovviamente può essere rischioso perché ci sono i cantanti in scena che devono riuscire a sovrastare il suono di un’orchestra enorme. Un’altra sfida presente in quest’opera è relativa al fatto che, in qualità di direttore, debbo al contempo essere musicalmente flessibile, passionale e possente ma al contempo capace di mantenere un insieme orchestrale il più possibile compatto e leggero per fare in modo che i cantanti possano sovrastarlo: il mio obiettivo in parte è anche quello di domare la bestia, ossia quest’enorme ensemble prevista dal lavoro di Strauss. Il cast è favoloso, l’intesa con Lidia Fridman è stata immediata, con una grande esperienza e conoscenza di questo tipo di musica; e in più, come detto, ho la grande opportunità di lavorare con quest’Orchestra: non suonano questo genere di musica molto spesso ma hanno una conoscenza del suono straordinaria, l’ho sentito immediatamente e questo è realmente stimolante. Posso percepire il lavoro svolto negli anni insieme a Zubin Mehta e quanto egli è riuscito a trasmettere, dalla forza del suono alla disciplina. Sono entusiasta di accompagnarli in questo percorso e poterlo fare con un’opera che non viene eseguita molto spesso”.

La regia dello spettacolo è stata firmata da Emma Dante, anche lei al suo debutto al Maggio, ha evidenziato i tratti onirici e come la sua interpretazione dell’opera l’abbia portata ad immaginare la vicenda come un vero e proprio viaggio attraverso un sogno – anzi, un incubo – capace di portare il pubblico su un’altra dimensione: “Quando sono arrivata al Maggio mi è quasi sembrato di metter piede sopra una vera e propria ‘nave spaziale’ e già questo è stato molto significativo, sia nel lavoro svolto con gli artisti sia per lo spettacolo visivo che è nato in queste settimane. Salome è senz’altro un’opera particolare, con tratti e aspetti che quasi potremmo definire “assurdi”, un’opera complessa che io ho interpretato come l’attraversamento di un vero e proprio incubo: è come se tutti, nel breve tempo della durata dell’opera, entrassimo nella testa e nella visione del profeta Jochanaan e di Salome stessa. L’idea portante di questa produzione è dunque il viaggio attraverso il sogno e l’incubo dentro la mente di quest’uomo, Jochanaan appunto. La musica stessa è altrettanto particolare, oltre che splendida, e sembra anch’essa scritta per portare il pubblico in un’altra dimensione, una dimensione dove si riescono a delineare i caratteri sentimentali ma al contempo crudeli di questo capolavoro straussiano”.

All’ultima recita, in un teatro affollatissimo come per le altre tre (la prima è stata salutata da interminabili minuti di applausi), il pubblico in attesa dell’inizio, mostrava curiosità anche per le scene realizzate da Carmine Maringola e, all’apertura del sipario, si ha davanti agli occhi un impianto fisso dominato dalla faccia dell’orco simbolo del Parco dei Mostri di Bomarzo incastonato nel verde. La prima impressione è di trovarsi in un luogo da cui non si può fuggire. Si tratta della prigione di Jochannan e si odono i lamenti del profeta.
I costumi sono di Valeria Sannino che veste Salome con un abito rosso bellissimo, in rosso – colore dominante dell’opera – anche Herodes e Herodias che sembrano usciti da un mazzo di carte.
I soldati invece come pupi siciliani, mentre quello di Jochannan è caratterizzato da lunghi capelli che vengono tenuti dai soldati come catene. Dodici ballerini, dall’inizio alla fine, interagiscono con le coreografie di Silvia Giuffre in particolare durante la “Danza dei veli”. Importartanti per l’insieme le luci usate con maestria da Luigi Buondi. Alla fine dello spettacolo il giardino di Bomarzo si trasforma in una stanza insanguinata e i numerosi lacci pendenti dal soffitto come i capelli del profeta finiscono per uccidere Salome.

Alexander Soddy reduce dal Ring scaigero, è completamente a suo agio con l’Orchestra del Maggio e accolto, già all’inizio, da calorosi applausi poi confermati sia dalla lettura tesa e drammatica delle pagine Straussiane, sia dall’Orchestra in stato di grazia con il risultato di riuscire a tenere il pubblico in apnea in un silenzio che regna assoluto e solo, alla fine, arriva la standing ovation.

Di alta levatura la scelta dei solisti: il soprano Lidia Fridman chiamata all’ultimo momento a sostenere Allison Oakes nella parte della protagonista. Reduce da Anna Bolena alla Fenice di Venezia e da Lucrezia Borgia al Costanzi, offre al pubblico una Salome seducente e ammaliante con un fisico che gioca molto sul personaggio. Inoltre affronta con disinvoltura i cambi di registro (si tratta di un’opera dove la parte per soprano ha delle difficoltà da non sottovalutare). La sua voce, sempre in crescendo, è corposa e importante con un finale mozzafiato.
A suo agio nella parte di Jochannan il baritono Brian Mulligan, la sua voce è molto incisiva e convincente. Gradita sorpresa il tenore austriaco Nickolai Schukoff che interpreta un Herodes in preda a visioni, viscido e tormentato, ma soprattutto scaramantico.
Il mezzosoprano Anna Maria Chiuri conferma di essere una certezza per il ruolo affidatole. Molto bene anche tutti gli interpreti che cantano i numerosi personaggi.

Alla fine dello spettacolo, a chiusura del sipario, la prima uscita è per Lidia Fridman che riceve una doverosa standing ovation, (tutti ci auguriamo di riascoltarla presto a Firenze in altri ruoli). Quando il sipario si riapre, tutti gli artisti vengono applauditi ripetutamente. Ancora applausi per Alexander Soddy tantissimi applausi… in sala in molti ci siamo chiesti se sarà forse lui il prossimo direttore musicale del nostro Teatro… intanto grazie per questa eccellente performance.