
Per dirne una, è grazie a lui che siamo tutti pazzi per Caravaggio: fu infatti lui a organizzare – nel 1951 – la grande mostra di palazzo Reale a Milano che contribuì alla riscoperta (e alla consacrazione per il grande pubblico) del pittore. Ma non solo: per chiunque si sia avvicinato allo studio della storia dell’arte, quella di Roberto Longhi è una figura quasi mitologica con la quale prima o poi si finisce per confrontarsi, o scontrarsi. E chissà se Tommaso Tovaglieri, storico dell’arte e autore di questo libro da poco pubblicato da Il Saggiatore, col fantasma di Longhi si è scontrato o meno: di certo, ha messo insieme una gran quantità di lettere, documenti, articoli e interviste per ricavarne un ritratto quanto più possibile completo del (come recita il sottotitolo del libro) più grande storico dell’arte del Novecento, dall’infanzia agli studi universitari a Torino, dall’incontro con Mina Gregori, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini e Carla Lonzi (tutti suoi studenti nel corso degli anni), dalla riscoperta non solo di Caravaggio, ma anche di Piero della Francesca, fino all’eredità culturale che ci ha lasciato, e che non riguarda solo la storia dell’arte stricto sensu ma anche il modo di scriverne: D’altronde quello storico dell’arte originario di Alba sembra il depositario di un nuovo alfabeto, in grado di unire alle doti attribuzionistiche del suo occhio una profonda conoscenza storica e un esercizio prosastico del tutto sconosciuti per le arti visive. Dietro la costruzione dei suoi testi si agitano le ombre di Manzoni, di D’Annunzio, di Proust, maestri più o meno rivelati a cui il critico deve il suo impasto narrativo, tanto che Longhi diventa un caso letterario già da vivo.
Un gigante, insomma. Addirittura Gianfranco Contini, critico, filologo e curatore dei suoi scritti, disse di avere sempre avuto l’impressione che finché Longhi era vivo anche la storia dell’arte era viva, e che la sua morte aveva segnato anche la morte della disciplina a cui si era dedicato (esatto, quasi come l’epitaffio che Pietro Bembo scrisse per Raffaello – “qui giace Raffaello dal quale, mentre era in vita, la Natura temette di essere vinta e, quando morì, temette di morire anch’essa“). Quale sia il lascito di Longhi lo capiamo anche sfogliando queste pagine.