Officina Libraria ha pubblicato un volume che non può mancare nelle raccolte degli appassionati d’arte. Curato da Dario Donetti, Sabine Frommel e Alessandro Nova, che hanno selezionato saggi concentrati su ambiti meno indagati dell’attività di Giuliano Giamberti – scultore, architetto e ingegnere – negli ultimi anni oggetto di attenzione da parte degli studiosi, anche se, alcuni aspetti della sua figura, pur presente sulla scena maggiore della storia dell’arte, ma in ombra rispetto alle narrazioni prevalenti, rimangono ancora sfuggenti.
Giuliano e il fratello minore Antonio, vengono indicati con il nome “da Sangallo”, per la località di provenienza in quanto abitarono, per molti anni, fuori porta San Gallo a Firenze. Una famiglia di artisti al servizio di Lorenzo il Magnifico di cui, Giuliano, fu probabilmente l’architetto preferito e, il lavoro più famoso per i Medici è la villa di Poggio a Caiano.
Figlio di Francesco di Bartolo di Stefano di Giamberto, nacque a Firenze, probabilmente nel 1445 in quanto, nel 1487 Giuliano dichiarò di avere quarantadue anni, tra l’altro la nascita nel 1445 viene confermata anche da un pagamento, fatto al padre dai frati dell’Annunziata il 2 settembre 1454, dove veniva specificato che “portò Giuliano suo figliolo” quindi doveva essere in età da lavoro. Se nel 1451, Francesco non dichiarò alcun figlio maschio, è invece documentato che, nel 1460, attribuì a Giuliano otto anni. Infine, Giorgio Vasari afferma che Giuliano avesse settantaquattro anni quando morì nel 1517 (in realtà il 16 ottobre 1516).

«Cosa ancora ha da dire Giuliano Giamberti, meglio noto come Giuliano da Sangallo, alla storia dell’arte, oggi? In che termini lo studio di questo “autore” – vissuto a cavallo dei due secoli che più hanno contribuito a definire i fondamentali della stagione classicista, cioè il Quattro e il Cinquecento, e attivo tra due centri propulsori come Firenze e Roma – può offrire un contributo di novità alla storia dell’architettura? Quanto è utile per la ricostruzione della storia materiale, sociale e culturale delle forme tornare nuovamente su questo artefice, così rappresentativo dell’osmosi tra le arti, nella cui produzione convivono pratica artigianale dell’intaglio, figurazione, studio dell’antico, ingegneria e, soprattutto, progettazione architettonica? E vi è ancora spazio per ripensare il giudizio formulato dalla storiografia nei decenni precedenti, tanto indicativo delle tendenze, talvolta delle semplificazioni, della disciplina?»
Sono queste le domande che i curatori si sono posti mentre riunivano i saggi di cui il volume è composto, domande già condivise con i relatori del convegno organizzato al Kunsthistorisches Institut in Florenz – 17 e 18 novembre 2016 in occasione dei cinquecento anni dalla morte – per offrire l’occasione di tracciare un bilancio sulla discontinua fortuna storiografica di un autore, cruciale e insieme elusivo, presente sulla scena maggiore della storia dell’architettura, eppure rimasto appartato. Sempre di Sabine Frommel e Dario Donetti, insieme a Marzia Faietti, va ricordata la mostra aperta nel maggio 2017 al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie degli Uffizi – dove fu esposta la produzione grafica di Giuliano insieme a quella della sua larga bottega di famiglia – il cui catalogo riesaminava il corpus grafico di Giuliano pressoché nella sua interezza.
Tra i testi che formano “Giuliano da Sangallo e le arti, Disegno, scultura, architettura e ingegneria militare a cavallo del 1500“, lo studio, della calligrafia di Giuliano realizzato da Christoph Frommel e i conseguenti aggiustamenti alla cronologia dell’opera grafica (particolarmente per i codici), nonché con le aggiunte documentarie di Doris Carl «che danno maggior corpo all’impressione di un progetto di costruzione di identità famigliare attentamente pianificato, qui fatto risalire sino alla generazione precedente a quella dello stesso Giuliano».
Oppure i crocifissi inediti – uno dei quali sorprendente per le eccezionali condizioni in cui si è conservato – e la ricostruzione di un progetto di Kleinarchitektur lignea finora non noto, presentati rispettivamente dai contributi di Francesco Caglioti e Alexander Röstel, «che offrono l’opportunità di osservare in maniera unitaria l’ampiezza dei generi esplorati dalla bottega polimorfa dei Sangallo, e l’intrecciarsi nello stesso ambiente produttivo di immaginario figurativo e invenzioni architettoniche».
Proprio al riesame di progetti specifici o di metodi compositivi si rivolge un nucleo di contributi tra cui lo studio sulle proposte per San Pietro di Christof Thoenes, recentemente scomparso, che «ricalibra il giudizio sul ruolo di Giuliano, tradizionalmente considerato una figura di secondo piano in quella vicenda». L’analisi della fortezza medicea di Pisa proposta da Giovanni Santucci, invece, si addentra nel territorio ancora largamente inesplorato delle opere militari, «con un esempio di puntualizzazione documentaria, tecnica e morfologica che sarebbe auspicabile per l’intero catalogo di fortificazioni, collocabili entro un arco cronologico di quasi mezzo secolo, attribuite in passato ai due fratelli Sangallo».
Relativamente alla casa di Borgo Pinti, il riesame tipologico di Gianluca Belli, dimostra come, un progetto così sperimentale si ponga, anche nella concezione degli arredi, a cavallo tra due secoli tanto da divenire premessa a molte delle novità dell’architettura civile cinquecentesca.
Il saggio a quattro mani di Dario Donetti e Alessandro Nova, sulla scorta del testo vasariano e di altre fonti, riposiziona il percorso di Giuliano tra i momenti fondativi della «terza maniera», valutando anche le conseguenze formali della svolta degli ultimi anni per la generazione successiva.
Infine, il saggio di Francesco Benelli rivela come i codici di Giuliano – particolarmente il Senese – contengano anticipazioni delle ricerche vitruviane cruciali per gli sviluppi del classicismo architettonico nei decenni a venire.
Indubbiamente un volume che ambisce anche alla rivalutazione dell’impatto della prassi artistica e progettuale sangallesca portandone alla luce la fortuna, dalla scala regionale, proposta da Costantino Ceccanti con l’analisi comparata delle opere di Ventura Vitoni a Pistoia, a quella europea nella conclusione di Antonio Brucculeri, che ne documenta la ricezione nella Francia neorinascimentale del primo Ottocento.
Se nel 1983, un breve testo di Arnaldo Bruschi indicasse come ancora da esplorare una «linea del marmo» che, a suo parere, attraversava tutta l’architettura italiana della prima età moderna e aveva origine proprio nell’opera di Giuliano da Sangallo; se allora questo potenziale – di un racconto alternativo del nostro Rinascimento che poteva scaturire dallo studio dell’autore – si intravedeva soltanto, le ricerche degli ultimi anni sembrano finalmente aver dato seguito a tale intuizione, e proprio in questa direzione i tre curatori hanno orientato la loro raccolta di saggi.