Dal primo giugno 2024 a Ferrara, nelle sale di Palazzo Massari, è aperto al pubblico lo Spazio Antonioni dedicato a Michelangelo Antonioni (Ferrara, 29 settembre 1912 – Roma, 30 luglio 2007) nato per raccontare quell’universo creativo tanto influente. Concepito come un museo dove esplorare le testimonianze del suo lavoro – conservate nell’Archivio Antonioni di Ferrara – e scoprire i molteplici nessi con l’opera di artisti, registi, intellettuali che l’hanno ispirato o che continuano a ispirarsi al maestro, il progetto museologico, a cura di Dominique Païni, già direttore della Cinémathèque Française e del dipartimento culturale del Centre Pompidou, è stato sviluppato, su input di Vittorio Sgarbi e in sinergia con la vedova Enrica Fico Antonioni, dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara e dalla Fondazione Ferrara Arte.

I due piani completamente ridisegnati dell’ex Padiglione d’Arte Contemporanea di Palazzo Massari ospitano una selezione dello straordinario fondo di oggetti e documenti che il Comune di Ferrara ha acquisito direttamente da Antonioni e da Enrica Fico. Quest’archivio, costituito da oltre quarantasettemila pezzi, è stato oggetto di un ambizioso progetto di ricerca e catalogazione in collaborazione con l’Università di Ferrara, Università eCampus con la Regione Emilia-Romagna ed è consultabile sulla piattaforma www.archivioantonioni.it. Si tratta della testimonianza dell’orizzonte estetico ed intellettuale del regista, che permette di addentrarsi nel suo Cinema e, più in generale, in tutta la sua attività, anche quella critica, letteraria e artistica: film, manifesti, sceneggiature originali, fotografie di scena, disegni e dipinti di Antonioni, la sua biblioteca e la discoteca privata, i premi e l’epistolario intrattenuto con i maggiori protagonisti della vita culturale del secolo scorso. Questo prezioso patrimonio è arricchito da sequenze dei film di Antonioni e dal confronto con opere visive che l’hanno ispirato, a partire dal lavoro di maestri italiani quali Morandi, Filippo de Pisis o Alberto Burri.
Il racconto si sviluppa cronologicamente esplorando le stagioni del cinema di Antonioni lungo tutto il secondo Novecento, dal tramonto del neorealismo alla cosiddetta “trilogia della modernità”, dalle pellicole angloamericane testimoni dell’esplosione della cultura pop e hippy al ritorno alle origini e alla tradizione artistica italiana e ferrarese.

Nella parte dedicata alle mostre temporanee, fino a domenica 4 maggio, prosegue l’esposizione organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara, curata da Chiara Vorrasi. Questo nuovo appuntamento allo Spazio Antonioni racconta l’incontro sul set del film Zabriskie Point del grande fotografo con uno dei padri della cinematografia moderna. Approdato negli Stati Uniti nel 1968 per ritrarre un Paese che incarnava l’essenza del suo tempo, Michelangelo Antonioni sceglie Bruce Davidson come fotografo di scena. Ad accomunare il loro lavoro è la vocazione a scrutare nelle pieghe della realtà senza preconcetti, regalando all’osservatore uno sguardo meravigliato e al tempo stesso consapevole su un mondo denso di luci e ombre. Accanto ad Antonioni, che considera «il più grande regista con cui abbia mai collaborato» Davidson trova ispirazione per alcuni dei suoi scatti più memorabili.

Entrato nella leggendaria agenzia Magnum nel 1958 dopo aver conosciuto Cartier-Bresson a Parigi, Davidson ha messo in campo sin dalla prima produzione una straordinaria capacità di addentrarsi nei territori che appaiono meno familiari, facendo emergere, anche dai soggetti più degradati, una dignità morale ed estetica. Le sue foto rivelano, tra splendore e solitudine, l’universo delle bande giovanili, dei circhi, dei movimenti per i diritti civili, dei ghetti di Harlem, dei minatori gallesi, della vita nelle metropolitane. Come altri fotografi Magnum, Davidson si è misurato anche con l’immaginario cinematografico, accettando la sfida di giocare sul terreno scelto da un regista. I suoi scatti ci hanno lasciato immagini inattese di icone come Marilyn Monroe. Il fascino della settima arte lo ha coinvolto fino al punto di impegnarsi egli stesso nella produzione di documentari.
Il reportage che Davidson dedica a Zabriskie Point è considerato uno dei servizi magistrali della storia delle foto di scena. Il soggetto del film di Antonioni propone un viaggio nell’universo giovanile delle controculture, ma è anche l’occasione per esplorare le dimensioni affascinanti e contraddittorie che l’ambiente americano esprimeva e in cui si riconoscono tratti ancora attuali. Sul set del film il fotografo statunitense trova materia infinita per dare un volto indimenticabile a ciascuna di queste sfaccettature. Ritratti, vedute di Los Angeles, paesaggi lunari della Death Valley restituiscono il mosaico composito di una società dove convivono il mito del benessere e l’evasione in territori incontaminati, la violenza e la repressione, le architetture più avveniristiche e una natura quasi primordiale. Prolungando lo sguardo oltre il consueto, con una sensibilità capace di accogliere e trasfigurare, la realtà più comune assume un significato emblematico e il paesaggio più solitario si sublima in un’opera d’arte ai limiti dell’astrazione. Un altro affascinante punto di tangenza tra Antonioni e Davidson è l’affinità con le ricerche visive, tra informale e Pop Art, che sfidano le proprietà della materia grezza o s’interrogano sull’immaginario della società dei consumi.