“L’Italia di oggi è nel suo polso molto più etrusca che romana; e sarà così sempre.
L’elemento etrusco è in Italia come l’erba dei campi e come il germogliare del grano;
e sarà così sempre
”
(D.H. Lawrence, Luoghi etruschi, 1927)

È trascorso ormai un secolo da quando, nel 1926, il primo Convegno Nazionale di Studi Etruschi sanciva la nascita di una nuova disciplina nell’ambito dell’Archeologia, l’Etruscologia. Il mondo degli Etruschi, così vicino – le sue vestigia si trovano alle porte di casa, tra Toscana e Lazio – e al tempo stesso così misterioso, a cominciare dall’origine e dalla lingua, non ancora decifrata, aveva già da tempo affascinato numerosi artisti, italiani e stranieri, tra i quali Gabriele d’Annunzio. Volterra, la “città di vento e di macigno”, visitata fugacemente nel 1897, divenne lo sfondo sul quale si muovono i personaggi del romanzo Forse che sì, forse che no, pubblicato nel 1909. Nello stesso anno, Ardengo Soffici, pittore, poeta e saggista, scriveva all’amico Pablo Picasso invitandolo a Firenze per visitare il museo etrusco e poi recarsi insieme a Chiusi, Volterra e Perugia, dove “sono tombe etrusche con delle pitture decisamente divine”.

A Volterra, nelle sale del museo Guarnacci, d’Annunzio rimase colpito dall’aspetto dei personaggi raffigurati sui coperchi delle urne funerarie, che gli apparvero immersi in un’atmosfera di domestica semplicità, offrendo una visione alternativa a quella classica, caratterizzata dall’aulica solennità propria della tradizione greco-romana. In tal modo, alla meditazione sulla classicità, frequente negli artisti del primo Novecento, si contrapponeva la cultura figurativa deli Etruschi, fonte d’ispirazione per coloro che si ponevano in una posizione “anti-classica”, alla ricerca di un linguaggio espressivo originale.

La grande rassegna Etruschi del Novecento, in corso al Mart di Rovereto dal 7 dicembre 2024 al 16 marzo 2025, che proseguirà presso la Fondazione Luigi Rovati di Milano dal 2 aprile al 3 agosto 2025, narra quanto sia stata significativa l’influenza della civiltà etrusca sulla cultura visiva del secolo scorso, anche grazie agli importanti ritrovamenti archeologici avvenuti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del XX secolo: nel 1916 tornava alla luce presso Veio un gruppo di grandi figure in terracotta tra le quali spiccava una statua di Apollo, il cui misterioso sorriso arcaico ancora oggi ci affascina.

Gli oltre duecento pezzi riuniti a Rovereto testimoniano come nel corso del Novecento furono numerosi gli artisti che trassero ispirazione dal mondo etrusco: Massimo Campigli, Marino Marini, Arturo Martini, Alberto Giacometti, Pablo Picasso, Michelangelo Pistoletto, Gio’ Ponti, Mario Schifano, Gino Severini. Dalla pittura all’arte orafa, dalla scultura alle arti grafiche, emerge nelle opere moderne la rielaborazione di forme, tecniche e materiali di origine antica, intessendo un dialogo di rimandi e citazioni, simboleggiato dall’opera di Michelangelo Pistoletto L’Etrusco (1976), che introduce al percorso della mostra.

La cultura etrusca fornì agli artisti italiani anche l’ispirazione per dare vita a un universo di nuove forme: Gio’ Ponti crea una serie di recipienti sul modello della cista etrusca, un contenitore in bronzo di forma cilindrica utilizzato per custodire gioielli o cosmetici; l’askos, il vaso a due bocche dalla forma antropomorfa o zoomorfa, ispira ceramiche e vetri, fino a divenire uno dei temi prediletti da Pablo Picasso e Fausto Melotti.

Gino Severini, autore di bronzetti che richiamano statuette esposte nel Museo di Cortona, verrà seguito su questa via da Fausto Melotti e Marino Marini, che modellano giocolieri, danzatori e cavalieri di piccole dimensioni, nei quali appare evidente il richiamo al linguaggio figurativo della scultura etrusca. Alberto Giacometti, infine, predilige un allungamento delle forme che presenta evidenti affinità con opere come la celebre Ombra della sera, la statuetta votiva custodita presso il Museo Guarnacci di Volterra.

Le figure adagiate sui coperchi delle urne cinerarie o dei sarcofagi sono tra i manufatti che colpirono maggiormente non solo d’Annunzio ma anche altri illustri visitatori del grand tour etrusco, come lo scrittore David H. Lawrence, che nel 1927 intraprese un viaggio tra Lazio e Toscana in compagnia di un amico: dopo la visita al museo di Villa Giulia, a Roma, si diressero a nord, toccando Tarquinia, Vulci e Volterra.

Il resoconto di questo viaggio, Luoghi etruschi, fu pubblicato postumo nel 1932: nelle pitture delle tombe di Tarquinia e nelle necropoli tagliate nel tufo, Lawrence non vedeva soltanto opere d’arte o testimonianze di una grande cultura dimenticata, ma  un senso profondo del rapporto fra vita e morte: “E la morte, per gli Etruschi, era una piacevole continuazione della vita, con gioielli, vino e flauti per la danza… Era semplicemente una naturale continuazione della pienezza della vita”.

Ancora una volta, Arturo Martini, che forse più di ogni altro seppe interpretare nelle sue sculture la lezione dell’arte etrusca, è tra i primi artisti a guardare alla densa corposità di quelle figure adagiate nel rilassato piacere di un eterno convivio, e ad offrirne una meditata rivisitazione in un linguaggio figurativo che propone un’interpretazione dell’arte arcaica in chiave moderna.

Considerata fra gli esempi più significativi della scultura etrusca in bronzo, la Chimera di Arezzo assunse fino dal suo ritrovamento, avvenuto nel 1553, il valore di un simbolo. Il Granduca Cosimo I volle che l’ opera entrasse a far parte delle sue collezioni e la trasferì nel proprio studio a Palazzo Pitti dove, come ricorda Benvenuto Cellini nella sua Autobiografia, “il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo“. A proposito della Chimera Giorgio Vasari scrisse: “ha voluto il fato che la si sia trovata nel tempo del Duca Cosimo il quale è oggi domatore di tutte le chimere“. Il ritrovamento apparve come un segno del destino, in un momento in cui Cosimo I sosteneva il primato della cultura e dell’arte etrusca nei confronti di quella classica e romana. Alla Chimera si richiamano opere plasmate da Arturo Martini negli anni Trenta, come il Leone di Monterosso (Chimera) dalle fauci spalancate, il capo rivolto da un lato e la coda in forma di serpente che si insinua fra le zampe.

Negli anni Ottanta, gli Etruschi tornano al centro dell’interesse grazie alle mostre realizzate in Toscana nel 1985 nell’ambito del Progetto Etruschi, una serie di iniziative promosse da Ministero dei Beni Culturali e Regione Toscana. In questo contesto, su invito del regista Aldo Rostagno, Mario Schifano dà vita a Firenze a una spettacolare performance: l’artista, la cui velocita esecutiva era leggendaria, realizza la sua gigantesca Chimera – una tela di quaranta metri quadrati – di fronte a oltre seimila spettatori che affollano piazza SS. Annunziata, mentre il critico d’arte Achille Bonito Oliva commenta in diretta l’evento come in una telecronaca sportiva. Ricorderà Monica de Bei, all’epoca compagna di Schifano: “Davanti ai nostri occhi aveva preso vita un paesaggio con la linea dell’orizzonte molto bassa. Dal terreno le sagome grondanti delle chimere partivano in volo verso il blu profondo del cielo, capovolgendosi e volteggiando nell’aria verso il bianco accecante della luce al lato opposto, a dissolversi come sogni al mattino”.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Testa raffigurante il dio Hermes/Turms, 510-500 a.C., Proveniente da Veio, Santuario di Portonaccio – Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia in Roma
  2. Veduta della mostra ”Etruschi del Novecento”, Rovereto, MART, 7 dicembre 2024 – 16 marzo 2025 – foto Mart
  3. Massimo Campigli: La canicola, 1928 – Collection Stedelijk Museum Amsterdam / on loan from the Cultural Heritage Agency of the Netherlands
  4. Gio’ Ponti, Società Ceramica Richard-Ginori, Doccia: Cista Triumphus Mortis e Triumphus Amoris, 1930 c. – Museo Ginori, Sesto Fiorentino (FI)
  5. Pablo Picasso : Canard pique-fleurs (R102), 1951 – Centre national des arts plastiques, en dépôt au Musée national de la Céramique, Sèvres
  6. Veduta della mostra ”Etruschi del Novecento”, Rovereto, MART, 7 dicembre 2024 – 16 marzo 2025 – foto Mart
  7. Veduta della mostra ”Etruschi del Novecento”, Rovereto, MART, 7 dicembre 2024 – 16 marzo 2025 – foto Mart
  8. Canopo maschile da Sarteano (Chiusi), fine VII-inizio VI secolo a.C. – Museo Civico Archeologico di Bologna / Arturo Martini: Testa di Dicomana, 1921 – Mart, Collezione privata, comodato a lungo termine
  9. Arturo Martini: Leone di Monterosso (Chimera), 1934-1935 – Casa Cavazzini Museo di Arte Moderna e Contemporanea, Udine
  10. Mario Schifano: Amare chimere (La Chimera), 1985 – Collezione privata

in prima pagina:
Veduta della mostra ”Etruschi del Novecento”, Rovereto, MART, 7 dicembre 2024 – 16 marzo 2025 – foto Mart

courtesy Uffici stampa MART Trento / Fondazione Luigi Rovati Milano

Sito web: https://www.mart.tn.it/mostre/etruschi-del-novecento-156600

Dove e quando

Evento: Etruschi del Novecento

Indirizzo: Mart - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea, Corso Bettini, 43 - Rovereto (TN)
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Fino al: 16 Marzo, 2025