
La Cineteca di Bologna nel suo encomiabile lavoro di recupero e valorizzazione del patrimonio mondiale della cinematografia distribuisce in sala cinque titoli della straordinaria filmografia di Akira Kurosawa, di cui almeno due sono – incredibilmente – alla prima distribuzione su grande schermo in Italia. È il caso di un capolavoro come Ikiru – Vivere, realizzato nel 1952 e giunto in Occidente solo due anni dopo al Festival Internazionale del Cinema di Berlino dove conquistò un timido Orso d’Argento, ma che per la più completa cecità della distribuzione nostrana è arrivato in Italia solo nel 1986, un colpevole ritardo di oltre trent’anni, come inedito appositamente doppiato per il ciclo AK l’imperatore in onda su RaiUno a tarda ora del sabato sera.
Nata da un’intuizione del grande cineasta giapponese, tradotta in sceneggiatura con Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni, Vivere è un’opera complessa nella sua lineare semplicità, divisa in due parti che per ricchezza di contenuti, complessità emotiva e profondità può ascriversi nel novero della grande tradizione narrativa della letteratura mondiale; forse non è un caso che il film precedente di Kurosawa fosse un adattamento cinematografico da L’idiota di Fëdor Dostoevskij, in cui si trovano le parole “Se potessi non morire, se la vita mi fosse restituita, che eternità si aprirebbe davanti a me! Trasformerei ogni minuto in un secolo di vita…” a sintetizzare il sentimento autobiografico dello scrittore russo, nel ricordo di quando, posto davanti al plotone di esecuzione, il suo tempo terreno sembrava inesorabilmente finito. Kanji Watanabe, presidente di sezione agli Affari Pubblici nel municipio della sua città, un giorno scopre di avere un cancro che gli lascia ancora poche settimane di vita; lo schock lo induce a un’impietosa analisi esistenziale, improvvisamente realizza di non aver veramente vissuto, almeno negli ultimi trent’anni, e si scatena in lui il desiderio di afferrare la vita per quel poco che gli resta, contemplando la sua miseria in cerca di qualcosa che possa dare finalmente valore alla sua intera esistenza.

Due capitoli distinti, come due film ben diversi, con la prima parte che racconta il dolore esistenziale di un uomo profondamente solo, vedovo e ormai inesorabilmente distante anche dal figlio Mitsuo, con la frenesia convulsa di voler afferrare dagli altri e dalle cose intorno a lui quella vitalità che non ha più da tempo; nella seconda parte poi assistiamo a una vera e propria indagine, durante la veglia funebre del defunto, in cui i racconti di colleghi e superiori ricostruiscono le azioni e s’interrogano sul profondo mutamento incarnato negli ultimi tempi dal signor Watanabe.

Akira Kurosawa è uno dei rari cineasti che hanno utilizzato al meglio il linguaggio cinematografico, lasciando parlare le immagini e relegando i dialoghi a ruolo subalterno di mero supporto all’azione, molte le sequenze indimenticabili che senza bisogno delle parole restituiscono tutta la ferocia dei sentimenti: la cruda tristezza del protagonista che non può confidare al figlio l’infausto verdetto, l’ipocrisia colpevole sul volto dei burocrati messi in parallelo al dolore sincero delle donne, auguri di compleanno che diventano sintomo della rinascita, l’eloquente immagine finale in cui la carta copre letteralmente ogni buon proposito formulato.

Kurosawa fa un attacco preciso agli uomini che abitano le istituzioni, denuncia l’immobilismo strutturale che deriva da una mentalità da burocrate ben precisa, che non va mai incontro alle esigenze della collettività, ma è sempre pronta ad assecondare qualsiasi istanza decisa dall’alto; le forniture di armi a paesi stranieri in luogo della cronica mancanza di risorse per sanità e strutture sociali, sono evidenze contemporanee di quanto possa essere ancor oggi attuale questo film. Il regista si rammaricava anche dell’incapacità di queste figure perfino di cogliere l’accusa che gli muoveva, sempre inclini ad autoassolversi nel solito vecchio adagio del dover obbedire ordini ineludibili.

Uno straordinario Takashi Shimura – al dodicesimo film con Akira Kurosawa, a cui ne seguiranno altri nove – è protagonista assoluto nei panni di Watanabe, perfetto nell’incarnare lo smarrimento e la paura, ma anche la quieta determinazione di chi, sapendo che non ha più tempo, non si indigna davanti all’arroganza e alle offese; da parte delle stesse tristi figure che poi tentano di arrogarsi i meriti di risultati che solo la caparbietà di Watanabe ha prodotto. Al suo fianco una quasi esordiente Miki Odagiri dà tutta la sua vitalità al personaggio della giovane Toyo, simbolo e incarnazione della gioia di vivere.

Dopo il trionfo di Rashomon, che vinse a sorpresa il Leone d’Oro a Venezia nel 1951 aprendo l’Occidente al cinema giapponese, e prima del successivo I sette samurai che seguì subito dopo, Akira Kurosawa con Vivere ha realizzato uno dei suoi capolavori, raggiungendo vette inarrivabili sul piano etico dei contenuti e su quello estetico della forma, anche grazie all’utilizzo di materiali non prettamente cinematografici; come il pane di segale grattugiato per creare l’illusione della neve nella sequenza iconica dell’altalena, che conferisce alle immagini l’atmosfera magica di una fiaba.

Tre anni fa Kazuo Ishiguro, premio Nobel per la Letteratura, ha adattato la sceneggiatura di Ikiru e traslando l’azione nell’Inghilterra della stessa epoca postbellica ha dato forma a Living diretto da Oliver Hermanus, un film pregevole, ma che non può aspirare minimamente alla grandezza dell’originale. Un’occasione da non perdere quella di vedere su grande schermo Vivere, insieme agli altri titoli di Akira Kurosawa distribuiti: Cane randagio (1949), I sette samurai (1954), Yojimbo – la sfida del samurai (1961) e Sanjuro (1962).