È indubbio che il linguaggio simbolico proceda di pari passo con la storia, accompagnandola nei mutamenti sociali e adattandosi ad essi tramite la sua capacità di creare nuovi disegni e significati esplicativi delle realtà in divenire. Così, la precedente iconografia simbolica della giustizia – la spada della punizione, la bilancia dei meriti e delle colpe e la benda della cecità – ha subito ulteriori trasformazioni: in particolare, tra il Seicento e il Settecento, complice il propagarsi del pensiero illuminista.
Un primo cambiamento ha come protagonista la spada la quale, nell’esprimere la forza e il potere sanzionatorio della figura femminile, palesa anche una realtà evidente: essa è un odioso strumento di minaccia e oppressione, che colpisce le classi povere tenute ai margini della società. In proposito, sono eloquenti i versi della Favola delle api, poemetto satirico di Bernard Mandeville:

«[…] tuttavia si pensava che la spada che essa – la Giustizia – reggeva
colpisse solamente i disperati e i poveri
che, pressati dalla dura necessità,
venivano appesi all’albero dell’infamia,
non per delitti che meritassero quella sorte,
ma per dar sicurezza al ricco e al potente
».

Un esempio ancor più importante è il lavoro portato a termine da Pietro Verri e Cesare Beccaria nel riformare il sistema dei delitti e delle pene in Italia. Nella lettera che Beccaria scrive a Pietro Verri per accompagnare «le aggiunte e le correzioni» fatte sino a quel momento, egli invita l’amico ad «avvertire Aubert […] che col restante delle correzioni» avrebbe inviato «lo schizzo disegnato per il rame del frontispizio». Così, nel frontespizio dell’edizione livornese del 1765 del suo celebre saggio Dei delitti e delle pene troviamo raffigurata la giustizia seduta in trono che, senza bilancia e spada, distogliendo lo sguardo, respinge inorridita con le mani le teste mozze di condannati alla pena capitale che il boia le offre, ancora grondanti di sangue, tenendole in alto per sottolineare il valore pubblico della sua azione.

Gli occhi della donna si volgono inoltre verso alcuni strumenti da lavoro – una pala, un maglio e una grande sega – e delle catene, tutti posti ai suoi piedi, come ad indicare, a parere dell’esperta di storia ed iconografia Genoveffa Palumbo, «un’alternativa concreta al triste rito appena eseguito»; tanto più che la bilancia, lontana dal boia, è posta accanto a quegli arnesi, verso i quali – peraltro – pende, «quasi a dire, appunto, che quelli sono il vero simbolo della giustizia». Abbiamo quindi una giustizia raffigurata senza spada, segno del suo assoluto rifiuto di una pena basata sulla vendetta e sull’afflizione, poiché questo era stato, fino ad allora, il messaggio veicolato dal simbolo posto nelle sue mani: «era stato coi patiboli e con le teste mozzate che il potere politico aveva garantito l’offerta della sicurezza alla popolazione», ricorda puntualmente Adriano Prosperi.
Come è noto, l’opera di Beccaria ebbe circolazione e successo ove il dibattito illuminista era più forte, soprattutto per la proposta di abolizione non solo della tortura e delle pene crudeli, ma della stessa pena di morte; insieme al libro iniziò altresì a diffondersi l’immagine della giustizia sprovvista di spada, immagine che non mancò di suscitare reazioni avverse, atte a disconoscere il nuovo valore simbolico che la raffigurazione portava in sé. Ne è un esempio l’immagine illustrata nel Saggio intorno diverse opinioni di alcuni moderni politici sopra i delitti e le pene di Francescantonio Pescatore, in cui la giustizia torna nuovamente ad essere armata di una spada resa luminosa sia da una piccola lucerna, sia dai raggi del sole che sorge alle spalle del trono su cui siede. Il significato al quale si allude è inciso nella pietra che orna il trono stesso: «Non sine causa gladium portat» – “non senza causa porta la spada”.

Un altro simbolo che ha subito una “mutazione genetica” è quello della bilancia. Come abbiamo visto, nella sua originaria connotazione essa era ritratta nell’atto di soppesare qualcosa oppure in palese squilibrio, per esplicitare la dicotomia tra il giusto e il cattivo, il bene e il male. In seguito, invece, i due piatti vuoti e perfettamente allineati, vettori dell’equilibrio, furono utilizzati per esprimere l’uguaglianza e, dunque, la necessità che la giustizia, virtù dell’aequitas, fosse amministrata in modo eguale, paritario, senza distinguere ricchi e potenti da poveri e sconosciuti. Con ciò la bilancia dismette il duplice compito distributivo e retributivo consistente nell’assegnare a ciascuno il suo – come nella giustizia raffaellesca sopra esaminata – sulla base dei meriti e delle colpe del singolo, mentre i suoi diritti e obblighi rimanevano ancorati ad un contesto sociale medievale permeato da differenze fondate e insuperabili. D’ora in poi sarà invece preordinata a garantire, come magistralmente affermato da Prosperi, «l’imperturbata e serena applicazione di un codice interno a colei che impugnava la bilancia: la Legge», conformemente alla nascente concezione illuminista per cui le pene avrebbero dovuto essere uguali per tutti e regolate dal principio impersonale della proporzione tra delitto e sanzione.
Intanto, nei secoli precedenti anche il simbolo della benda ha avuto un mutamento di significato, passando da negativo a positivo. Così ha fatto l’edizione della Wormser Reformation – la Costituzione penale di Worms – pubblicata da Christian Egenholf a Francoforte nel 1531. In quest’opera, l’incisione riccamente decorata del frontespizio raffigura l’immagine di una giustizia bendata in posizione dominante, perché in piedi sopra un basamento, al di sotto del quale tre donne con in braccio altrettanti neonati appaiono sorridenti sotto la sua protezione.

Essa reca anche i simboli della spada e della bilancia, quest’ultima dai piatti in perfetto equilibrio, a simboleggiare la neutralità della sua posizione, indifferente alla ricchezza o alla povertà dei due personaggi posti ai lati, rispettivamente un sovrano sulla sinistra e un contadino sulla destra. Con ciò la benda è posta a garanzia dell’imparzialità del giudice, affinché ogni individuo sappia, prendendo in prestito le parole di Mario Sbriccoli, che «la nuova Giustizia penale non vi guarda più, non vi riconosce, quindi non saprà chi siete quando verrete in giudizio». Tale passaggio da segno di accecamento – ostacolo imposto da altri allo sguardo della giustizia – ad attributo nobilitante – liberamente assunto e orgogliosamente esibito, emblema dell’imparzialità di un potere superiore -, è legato ad un innovativo avvenimento istituzionale dell’epoca: l’affermazione del potere di giudicare come prerogativa esclusiva dell’autorità centrale dello Stato ed il conseguente passaggio dalle consuetudini processuali locali al diritto comune.
Ciò fa capo a un preciso momento di svolta nello sviluppo del diritto in Germania, ovvero all’imposizione, grazie anche alla diffusione dell’Umanesimo, di un diritto penale scritto – sul modello della Costituzione Criminale Carolina – al posto delle forme tradizionali di giustizia consuetudinaria.
Si diffonde quindi una nuova concezione del diritto, la cui evoluzione permette al giudice di svincolarsi da qualsivoglia relazione sociale e da ogni forma di corruzione; ecco che, in un siffatto contesto, non vi poteva essere simbolo migliore della benda posata sul volto della giustizia per esprimere il valore dell’imparzialità del giudice.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Giovanni Lapi, La giustizia respinge dalle mani dei boia le teste mozze, dal frontespizio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, incisione, Livorno, 1765
    foto © FondiAntichi Unimore
  2. La giustizia che non senza causa porta la spada, da Saggio intorno diverse opinioni di alcuni moderni politici sopra i delitti e le pene di Francescantonio Pescatore, Torino, 1780
  3. Giustizia bendata, dal frontespizio della Costituzione penale di Worms, edita da Christian Egenholf, incisione, Francoforte, 1531

IN COPERTINA
Giovanni Lapi, La giustizia respinge dalle mani dei boia le teste mozze, dal frontespizio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, incisione, Livorno, 1765
[particolare]
(fonte)
OPERE CITATE
• B. Mandeville, The fable of the bees: or private vices, public benefits, tr. it. di C. Parlato Valenziano, Boringhieri, Torino 1961
• P. Villari, Le Opere di Cesare Beccaria, precedute da un discorso sulla vita e le opere dell’autore, Le Monnier, Firenze 1854
• G. Palumbo, Le porte della storia. L’età moderna attraverso antiporte e frontespizi figurati, Viella, Roma 2012
• A. Prosperi, Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine, Einaudi, Torino 2008
• F. Pescatore, Saggio intorno diverse opinioni di alcuni moderni politici sopra i delitti e le pene, presso Giammichele Briolo, Torino 1780
• E. Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici nell’arte del rinascimento, Einaudi, Torino 1975
• M. Sbriccoli, Storia del diritto penale e della Giustizia. Scritti editi e inediti (1972-2007), Giuffrè, Milano 2009