“Affronterò il problema partendo da un ricordo, credo condiviso con alcuni lettori. Quando ero bambino, erano particolarmente ambite le matite colorate della marca Giotto. Sull’astuccio di cartonato lucido era disegnata una scena indimenticabile: inginocchiato su un rigoglioso prato verde lattuga, un pastorello seminudo, con bisaccia a tracolla, disegna su un masso il ritratto di una pecora placidamente accovacciata, mentre di fianco l’osserva ammirato un nobile signore, compostamente vestito e acconciato in inequivocabili abiti medievali, con tanto di cappuccio e calzamaglia”.
Ecco, prima di andare avanti con la lettura del libro, dal momento che anche io ho il ricordo vivido di
quella scatola di pastelli, ho controllato: esiste ancora l’immagine del pastorello, ma relegata in un angolo della confezione. Peccato, i bambini che oggi usano i colori non penseranno a Giotto (quando lo sentiranno nominare per la prima volta) come qualcuno di familiare.
Detto questo, e fugato ogni dubbio, ho letto con gran piacere il libriccino di Stefano Zuffi, Giotto e Dante, paradiso per due. Dalle pecore alle stelle (Enrico Damiani Editore e Associati). Ancora pecore? Sì, perché l’autore ci porta proprio in mezzo a un gregge (metaforicamene parlando) per farci capire la grande novità della pittura di Giotto, che nasce pastore prima che quel formidabile talent scout di Cimabue se lo prendesse con sé, e da pastore conosce bene le pecore, anzi le sa addirittura riconoscere l’una dall’altra, le chiama forse per nome. E, quando dipinge, non pensa all’idea della pecora, ma dipinge proprio quella lì, quella che lui ha portato per anni al pascolo che è diversa da ogni altra. Tra la pittura precedente e quella di Giotto c’è insomma la stessa differenza che passa tra un’icona bizantina e la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio: Merisi non dipinge l’idea di una Madonna, ma le dà una faccia che lui conosce bene. E se nel Seicento qualcuno ancora si stupisce, pensate l’eco che deve aver avuto l’invenzione della quotidianità di Giotto.
E Dante? Come Giotto, Dante è figlio del Duecento e, come lui, rimette l’uomo al centro della sua opera, e lo fa rivolgendosi a tutti, usando per questo il volgare e non il latino per la sua Commedia. Per questo ci viene quasi naturale dare ai personaggi che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno le facce e i corpi che Giotto dipinge nella cappella Scrovegni. I due però non potevano forse essere più diversi: allegro e gioviale Giotto, sempre pronto allo scherzo, altezzoso e permaloso (mutrignoso, lo definisce Stefano Zuffi) Dante. Eppure, una stessa sensibilità li ha portati ad essere due punti di riferimento per l’arte e la letteratura che chiamiamo moderna.