I quattro progetti di Matteo de Mayda (Treviso, 1984), Leonardo Magrelli (Roma, 1989), Giovanna Petrocchi (Roma, 1988) e Silvia Rosi (Scandiano, 1992) formano la nuova mostra allestita fino al 25 gennaio 2025 negli spazi multidisciplinari del MAD Murate Art District di Firenze. Frutto di un progetto di committenza e produzione promosso da Camera – Centro Italiano per la Fotografia e Fondazione Alinari per la Fotografia, per arricchire gli Archivi Alinari – patrimonio fotografico immenso diventato pubblico grazie all’acquisizione della Regione Toscana – di opere inedite, realizzate da giovani artiste e artisti. L’iniziativa, vincitrice del bando Strategia Fotografia 2022 dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura a sostegno della ricerca sui linguaggi contemporanei, la produzione artistica e le eccellenze fotografiche italiane, ha come titolo Nuova Generazione. Sguardi contemporanei sugli Archivi Alinari, è stata curata da Giangavino Pazzola con Monica Poggi e accompagnata da una pubblicazione edita da Dario Cimorelli Editore.

Partendo dallo studio dello straordinario archivio Alinari, ogni autore ha sviluppato un progetto inedito per mettere in dialogo passato e presente con approcci multidisciplinari, in modo da testimoniare la ricchezza del patrimonio e le modalità con le quali, pratiche contemporanee, ragionano sulla questione della fotografia come documento, con il risultato che, i quattro lavori, esplorano un ampio spettro di riflessioni legate al tema dell’archivio: rapporto tra verità e finzione, natura del documento, decolonizzazione e decostruzione degli immaginari e della conoscenza.

Dopo aver visionato le 223.940 fotografie digitalizzate e presenti sul portale di Fondazione Alinari, Leonardo Magrelli ha selezionato una rosa di immagini che testimoniano, dal suo punto di vista, l’eterogeneità della raccolta. Riflettendo sui meccanismi di catalogazione, nel suo progetto “57 giorni di immagini“, decontestualizza e reinquadra questi materiali per far loro assumere nuovi e differenti significati. I tagli particolarmente ravvicinati rendono ancora più complessa l’interpretazione, portando a un distanziamento fra le immagini e i riferimenti culturali e storici di cui esse erano portatrici. Lo stesso meccanismo è stato applicato anche alle didascalie, che l’artista allontana dai rispettivi scatti, al fine di suscitare nello spettatore il senso di sospensione e di incompiutezza che lo porterà ad attivarsi per dare una propria lettura a ciò che vede. Si segnala che, ogni tre giorni, verrà chiusa una scatola e, al posto delle due immagini, saranno visibili le rispettive didascalie così che, a conclusione dell’evento espositivo, tutte le scatole saranno chiuse.

Riprendendo un recente lavoro di ricerca, Silvia Rosi riflette, nel suo progetto “Protektorat“, sulla forza delle immagini e delle parole nella costruzione della verità storica. Attenta alla fallibilità della traduzione dei documenti d’archivio, così come all’urgenza di ricostruire una memoria familiare a seguito della diaspora africana, Rosi esplora i materiali raccolti nell’Archivio Nazionale di Lomé, in Togo. Cosa differenzia la storia dei coloni da quella dei colonizzati? I suoi caratteristici autoritratti ambientati, così come le scenografie che ricostruisce a partire da questa indagine, riflettono su un’identità negata dalla storia ufficiale. La messa in scena di una partita di Ludo (gioco da tavola di origine indiana ma importato in Africa Occidentale dai soldati britannici), la Bibbia, così come gli elementi decorativi presi dai tessuti a stampa Wax, sono simboli di dominazione, erroneamente attribuiti alla cultura del luogo, ma realmente importati in quelle aree geografiche dai coloni. Controstorie che, dunque, ridanno memoria a racconti dimenticati, evidenziando una riflessione sulla subalternità.

Nella sua pratica artistica, Giovanna Petrocchi riusa materiali prelevati da archivi accessibili online per mezzo della tecnica del collage digitale. In questa occasione, partendo da fotografie appartenenti al fondo Giuseppe Wulz presenti negli Archivi Alinari, Petrocchi scansiona delle insolite carte de visite per dare vita a un’ironica e divertita schedatura in divenire di un inedito paesaggio fantastico. Tradizionalmente, questo tipo di fotografie riproducono ritratti in piccolo formato molto diffusi a fine Ottocento per far circolare immagini di famiglia ma, nel caso più unico che raro di Wulz, immortalano esclusivamente interni di un palazzo triestino. Colpita da tale anomalia, Petrocchi decide di far abitare questo mondo a insospettabili personaggi di fantasia. Per il suo progetto “Archivio di G.” seleziona dunque parti di queste fotografie e, facendole incontrare con altri materiali provenienti da archivi d’arte accessibili sul web – come quello del British Museum di Londra o del Metropolitan Museum di New York, nonché con le fotomicrografie di insetti del fondo Giorgio Roster sempre appartenente alla Collezione Alinari – dà vita a una classificazione immaginaria di Flora e Fauna, Uomo, Macchinari e Scrittura che riflette sul potenziale estetico, atemporale e non neutrale degli archivi.

Matteo de Mayda, invece, lavora in collaborazione con enti di ricerca ambientale per esplorare la dimensione di trasformazione della laguna di Venezia, in particolare delle sue ‘barene’ (terreni di forma tabulare tipici delle lagune). Le ‘barene’ costituiscono uno degli ambienti più caratteristici e allo stesso tempo più fragili dell’ecosistema veneziano svolgendo funzioni fondamentali per l’equilibrio lagunare. Venezia, fra le mete predilette dei gran tour dei secoli scorsi e del turismo di massa di oggi, è uno dei soggetti maggiormente presenti negli Archivi Alinari. De Mayda, nel suo progetto “Una barena intera” esce però dalle traiettorie turistiche per raccontare la fragilità di un ecosistema dove coesistono diverse specie di uccelli, la cui sopravvivenza è messa a rischio dall’azione umana. Mixando la tecnica della fotogrammetria con immagini storiche di varie specie che abitano le barene, il dialogo fra passato e presente ci obbliga inevitabilmente a una riflessione sul futuro delle terre che abitiamo.