L’offerta del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci si è arricchita di due uleriori mostre con Peter Hujar: Azioni e ritratti / viaggi in Italia  e Margherita Manzelli. Le signorine entrambe, da visitare con calma e attenzione ai particolari, resteranno allestite fino a domenica 11 maggio.
La prima è l’iterazione italiana del progetto espositivo curato da Grace Deveney, David C. e Sarajean Ruttenberg presso l’Art Institute di Chicago nel 2023, ripensata da Stefano Collicelli Cagol per gli spazi del centro pratese con un corpus di venti immagini fotografiche – realizzate da Hujar durante i suoi viaggi in Italia tra gli anni Cinquanta e Settanta, più trentanove scatti dedicati ai protagonisti della emergente scena della performance nella Lower Manhattan degli anni Settanta.

Peter Hujar (USA, 1934-1987) ha lasciando una raccolta di fotografie complesse e profonde. Figura di punta tra gli artisti, i
musicisti, gli scrittori e la gente di spettacolo d’avanguardia nella scena culturale del centro di New York negli anni ’70 e nei primi anni ’80, e riscuoteva un enorme rispetto per l’assoluta irremovibilità dell’atteggiamento nei confronti del lavoro e della vita. Ritratti diretti, ma enigmatici, performer e nudi maschili, in stretta sintonia con l’East Village dove emergeva il linguaggio della performance e si affermava lo studio sul movimento.

La mostra mette in relazione la sperimentazione perseguita dai suoi soggetti e le nuove realtà create attraverso fotografie e performance in linea con lo spirito di collaborazione e scambio che caratterizzava la scena della Grande Mela.

La mostra include un video di Sheryl Sutton e tre opere di David Wojnarowicz, due degli artisti e performer della cerchia. In quegli anni iniziali dei Settanta, Hujar viveva in un loft nella Lower Manhattan mentre, nelle vicinanze, Robert Wilson fondava la Byrd Hoffman School of Byrds, dedicata all’esplorazione di nuovi approcci al teatro e alla coreografia. Byrd Hoffman è una delle compagnie che Hujar avrebbe fotografato a lungo, insieme alla Ridiculous Theatrical Company, fondata da Charles Ludlam, e a The Cockettes, compagine teatrale psichedelica di San Francisco.

Pur fotografando queste compagnie, ha prestato maggiore attenzione a immortalare gli attori e i ballerini dietro le quinte, nei momenti di transizione, quando indossavano i costumi e il trucco, preparandosi a incarnare i personaggi che avrebbero interpretato.

Hujar venne in Italia varie volte e, in quei decenni, visitò tra le altre, Firenze, Sperlonga, Palermo, osservando le persone, il paesaggio e gli animali in modo da rifletterne la complessità in un un dialogo reciproco con ciò che gli stava di fronte, trovando corrispondenza nel suo approccio ai soggetti legati alla performance e al tema del ritratto. Nella sua ricerca di “una nuova vita” il rifiuto alla convenzione della fotografia come documentazione e, negli scatti dei cadaveri delle catacombe di Palermo, è nettissimo il tentativo di preservare l’apparenza della vita nella morte. Quindi, la fotografia non più testimonianza della memoria, ma immagini capaci di costruire una nuova realtà attraverso scambi sottili tra lui e i suoi soggetti.

Gli scatti documentano una visione inaspettata di Paese in esponenziale trasformazione, dal Secondo dopoguerra al boom economico, con un dialogo con ciò che gli stava di fronte in modo singolare e personalissimo.

Invece, il progetto espositivo di Margherita Manzelli (Ravenna, 1968), a cura di Stefano Collicelli Cagol, riunisce una selezione di dipinti – dagli anni Novanta – insieme a una serie di disegni e un nucleo di opere realizzate appositamente per questa mostra, una delle quali ha trovato ispirazione nella Cattedrale di Santo Stefano. Il titolo “le signorine” è stato scelto perché la modalità con cui l’artista, da sempre, definisce i personaggi delle sue opere solitamente di grande formato.

Le signorine, a detta dell’artista, non sono reali, ma persone che popolano le sue fantasie. La testa, oltre a essere l’elemento da cui ha sempre fatto partire la propria ricerca (unica nel suo genere), è anche il punto da cui prende forma la visione che, di volta in volta, dà voce alle sue ossessioni. Invece, nei disegni esposti, la testa emerge da un campo bianco e sembra accentuare la consapevolezza della fragilità sperimentata con la più recente pandemia. La testa, non come il luogo della nevrosi, ma elemento formale e complesso, in grado di sintetizzare e restituire storie, emozioni, tratti somatici: una sorgente infinita delle possibilità espressive dell’arte.

Fin dai primi lavori, la pratica ruota intorno all’analisi di tre componenti: la pittura, le azioni e la scrittura e “le signorine” sono inserite in una spazialità astratta, costituita da campiture geometriche o soggetti floreali con fantasie di tessuti immaginari o reali o, ancora, da spazi regolati da bande verticali colorate.

È indubbio come Manzelli non si faccia prendere la mano e la relazione, tra soggetto e sfondo, viene mantenuta in una continua tensione per cui il soggetto principale sembra emergere, e al contempo fondersi, con il contesto in cui è inserito. Una percezione sottilissima dove, i colori dello sfondo, vanno a comporre i tratti somatici delle signorine seducendo chi osserva. Però, quei corpi, seppur nudi o in vesti succinte, non si prestano mai a strumentalizzazioni erotiche.

Durante la visita conoscerete Mercedes e, se riuscirete a interessarla, vi racconterà le poesie di Manzelli… non aggiungiamo altro per non rovinare la sorpresa. mentre, un catalogo ragionato, verrà pubblicato la prossima primavera.
Abbiamo chiesto all’artista se le signorine muteranno in futuro e ci ha risposto “è probabile invecchieranno con me“.

Dettagli

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

Peter Hujar Azioni e ritratti / viaggi in Italia
(courtesy Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci)

DUALITÀ
In due dei suoi primi progetti, Hujar ha messo in luce l’interesse per la vita e la morte che pervade la sua opera. Con le sue fotografie di cadaveri sepolti nelle catacombe di Palermo, Hujar ha catturato il tentativo di preservare l’apparenza della vita nella morte. Nella serie di autoritratti nudi mentre danza, invece, ha fissato la vitalità del movimento stesso.
Con lo sviluppo della sua pratica negli anni ’70, Hujar ha giocato sempre più con l’intreccio di opposizioni apparenti: non solo vita e morte, ma anche performance e realtà, presenza e assenza. La sua monografia del 1976, Portraits in Life and Death, che si apre con ritratti seguiti dalle fotografie delle catacombe, dimostra questo interesse a unire le dualità. Anche la sua tecnica per sviluppare le foto in camera oscura esprime il desiderio di colmare gli opposti. L’artista lavora attentamente per far emergere i toni medi – la ricchezza e varietà di sfumature di grigio – nelle sue fotografie in bianco e nero.

TRANSIZIONI
Quando realizzo un’immagine spero sempre che abbia una vita propria, che non ha davvero nulla a che fare con quel momento. Non è qualcosa di congelato. È l’eco di quel tempo e ciò che è su quel pezzo di carta ha una vita propria. Che è molto diversa dalla vita che era nel momento in cui la foto è stata scattata. (Peter Hujar)
Con ogni stampa che realizza, Hujar cerca di creare quella che chiama “una nuova vita”. In questa aspirazione, rifiuta l’associazione convenzionale della fotografia con la documentazione – l’idea che una foto congeli un momento nel tempo. Per farlo, raffigura i suoi soggetti in stati fugaci che sembrano sul punto di mutare – un approccio insolito al ritratto. I suoi soggetti sembrano spesso persi nei loro pensieri, ad esempio, o sul punto di scivolare, adagiandosi, in uno stato di contemplazione o coscienza alterata.
Hujar esplora un altro spazio di transizione – dalla vita reale al teatro – quando fotografa ballerini e attori, dietro le quinte o nel suo studio, mentre si trasformano nei costumi e nei personaggi che vanno a incarnare. (Raramente documenta le performance vere e proprie). Tale liminalità – uno stato o uno spazio di transizione tra altre dimensioni più chiaramente definite – è anche un terreno fertile per molti dei performer che Hujar fotografa, i quali abbattono i confini tra arte e vita, tra maschile e femminile, e tra altre categorie normative e binarie.

PERFORMANCE SPERIMENTALI E CAMP
Realizzo fotografie chiare e dirette di soggetti complicati e difficili. Fotografo chi si spinge all’estremo e chi
si aggrappa alla libertà di essere sé stesso (Peter Hujar)
Negli anni ’70, Hujar fotografa i protagonisti dell’eclettica scena performativa che stava emergendo nel Lower Manhattan. Realizza una serie di scatti nel backstage del Palm Casino Revue, uno spettacolo di varietà che includeva comicità, performance drag e musica punk. Si concentra anche sui membri del movimento Theater of the Ridiculous e Cockettes, che mettevano in scena spettacoli tumultuosi pieni di drag ed esagerazioni drammatiche.
Si trattava di performer che abbracciavano un’estetica camp, esaltando l’artificio e la stravaganza per sfidare gli standard imposti dalla cultura eteronormativa. La scrittrice Susan Sontag, amica di Hujar, che ha affrontato il tema del camp in un saggio del 1964, sosteneva che l’estetica camp cerca di “neutralizzare l’indignazione morale” sull’omosessualità giocando con le aspettative di genere. I soggetti e gli amici di Hujar creavano mondi scenici roboanti come forma di controcultura queer. Hujar ha dato il suo contribuito a questo contesto con fotografie che attivano tensioni nel ritratto convenzionale attraverso metodi e soggetti provocatori.

TEATRO E DANZA D’AVANGUARDIA
Hujar fotografa spesso danzatori e artisti che hanno sviluppato nuovi approcci al movimento. Molte di queste persone, anche quelle con una formazione classica, integravano gesti quotidiani nella loro coreografia per colmare il divario tra il movimento di routine e la performance, o per sfidare le gerarchie che, al tempo, separavano balletto, teatro e cultura popolare.
Come fa con gli altri soggetti dei suoi ritratti, Hujar fotografa spesso questi ballerini a riposo, durante le prove o nel suo studio, piuttosto che durante l’esibizione. Le immagini risultanti trasmettono sottili scambi tra lui e il soggetto. Come osservava Hujar: “Non sono solo un osservatore – siediti e rilassati, e quando ti vedo ben rilassata scatto la foto. È qualcosa di più sottile: davvero la persona sta rispondendo a me e io a lei. Va avanti e indietro.” Si potrebbe dire che Hujar abbia elaborato una sua coreografia improvvisata durante le sessioni di ritratto, nata da una sensibilità condivisa con coloro che fotografava.

DAVID WOJNAROWICZ E I PAESAGGI URBANI CONTRO-CULTURALI
Hujar incontra David Wojnarowicz nel 1981 e, dopo una breve relazione amorosa, i due artisti instaurano un’amicizia che dura fino alla morte di Hujar nel 1987, a causa di una malattia legata all’Aid. Questa sezione presenta opere in cui entrambi hanno utilizzato la fotografia per esplorare la performance e lo spazio tra realtà e artificio. Nella sua serie Rimbaud in New York, Wojnarowicz fotografa una persona non identificata che indossa una maschera raffigurante il volto del poeta modernista francese Arthur Rimbaud, in vari luoghi di New York. Rimbaud era una figura bohémien che sfidava le norme sessuali del XIX secolo, noto tanto per la sua tumultuosa relazione con il poeta Paul Verlaine quanto per la sua breve ma influente carriera.
La figura errante di Rimbaud appare come il testimone inquietante di una città in decadenza. In alcune di queste immagini, lo si vede aggirarsi sui moli del lato ovest di Manhattan, che negli anni ’70 divennero uno spazio sociale e di cruising per uomini gay. Anche Hujar documenta regolarmente i moli, e lui e Wojnarowicz viaggiano insieme per fotografare altri paesaggi post-industriali.

VIAGGI IN ITALIA
Nel corso della sua vita Hujar viaggia in Italia in diverse occasioni, visitando Firenze, Sperlonga, Palermo e Napoli, per citare solo alcune città. Gli scatti esposti offrono una panoramica sull’attenzione di Hujar per il paesaggio italiano e per la rappresentazione di animali e persone. In questa sala sono state riunite fotografie scattate tra gli anni Cinquanta e Settanta, in cui l’artista coglie i contrasti e le contraddizioni di un paese sospeso tra la bellezza e l’opulenza del suo patrimonio storico e la povertà in cui vive larga parte della popolazione. L’ineluttibilità della morte, la sperimentalità dei ritratti e le ricerche sul movimento entrano in dialogo con le fotografie scattate presso il sanatorio per bambine e adolescenti a Firenze, immagini di animali e giardini, e il corpus fotografico che ritrae giovani bagnanti sugli scogli di Napoli.

TESTI DI SALA

Margherita Manzelli / Le signorine
(courtesy Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci)

Sin dai primi lavori negli anni Novanta, la ricerca artistica di Margherita Manzelli si confronta con la pittura, le azioni e la scrittura. Tre aree di interesse che le hanno permesso di sviluppare una ricerca unica nel suo genere sia in Italia che a livello internazionale. La mostra Le signorine riunisce una selezione di dipinti realizzati da Manzelli dal 1997 a oggi, una serie di acquerelli dedicati al tema del volto e un robot che vaga per lo spazio con l’unico obiettivo di recitare la sua poesia a qualcuno che lo ascolti. Un alter ego che si fa portavoce delle poesie scritte dall’artista, che vengono integrate con il tempo da nuove generate dall’intelligenza artificiale a partire da quelle di Manzelli. Uno dei due volti del robot è ispirato a una sfinge scolpita da Antonio Rossellino e Mino da Fiesole per il pulpito interno del duomo di Prato.

La testa è l’elemento da cui Manzelli inizia le proprie ricerche, un elemento formale complesso, in grado di sintetizzare e restituire storie, emozioni, tratti somatici. Questo aspetto emerge dalle opere su carta qui presentate così come dai dipinti. In questi ultimi, le signorine abitano una spazialità astratta, costituita da ampie campiture con motivi geometrici o soggetti floreali, che richiamano talvolta le fantasie di tessuti, tra cui gli abiti della stessa artista.

Nei suoi soggetti, il corpo della donna diventa motivo di sperimentazione pittorica. Una ricerca in cui si rispecchia la stessa condizione di artista, divisa tra la necessità di far conoscere il proprio lavoro e il bisogno di ritrarsi, per tutelare la propria dimensione umana. A questo impulso rispondono anche le sue azioni, dove l’artista è presente ma impossibilitata a interagire con il pubblico. Un esempio in mostra è la traccia materiale dell’opera La vita felice, 1996, dove Manzelli era sospesa impercettibilmente da terra tramite un corsetto metallico calamitato al muro.

Indipendenti, fiere, senza tempo, androgine, le figure che da sempre popolano le opere di Manzelli si prendono la scena e sfidano le convenzioni della rappresentazione del corpo femminile nella storia dell’arte. Sono corpi vigli ed esangui, nudi o seminudi, che sembrano pronti per la dissezione ma che non temono di mettersi in mostra, trafiggendo con lo sguardo chi le osserva. Da sempre, Manzelli dà voce alla consapevolezza di fragilità e resilienza dell’essere umano, sperimentata a livello globale con la più recente pandemia.

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio stampa Paola Manfredi)

   Peter Hujar
© The Peter Hujar Archive/Artists Rights Society (Ars), Ny

  1. La marchesa Fioravanti, 1963, EPH3100-1
  2. Orgasmic Man, 1969  20 x 16 in. EPH1518 GSP EXH
  3. Larry Ree Backstage, 1974t. EPH0454- GSP EXH
  4. Two Italian Men and Their Girlfriends, 1978  EPH0764-1
  5. Homage to Lilo Raymond (Naples Fish), 1978  EPH0753-2
  6. Gary Indiana Veiled, 1981 in. EPH0309A-GSP EXHMargherita Manzelli
  7. Definitivamente entrata, corpo celeste, 1998, oil on linen, 200 x 250 cm (78 ¾_ × 98 38/8″). Private collection, London. Courtesy of the Artist
  8. Unità di pressione – L’inferno in me, 2011-2012, oil on linen, 300 × 195 cm (118 1/8″ × 76 3/4″)
    Private collection, London, Photo © by Marcus J. Leith. Courtesy of the Artist & greengrassi, London
  9. Il legame e la legge, 2013, oil on canvas, 200 × 300 cm (78 ¾_ × 118 ⅛). Courtesy of the Artist
  10. Senza fine, 2023. olio su tela,  200 × 300 cm (78 ¾_ × 118 ⅛_). Photo © Roberto Marossi. Courtesy of the Artist & greengrassi, London
  11. Inoxia, 2024, oil on lines, 80 x 60 cm (31 1/2″ c 23 5/8″). Photo © by Graysc. Courtesy of the Artist & greengrassi, London

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci - viale della respubblica, 277 - Prato
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Fino al: 11 Maggio, 2025