
Arriva finalmente nelle sale l’ultimo film di Bertrand Bonello che aveva esordito in concorso l’anno scorso all’80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia; La bête – al solito, fedeli a un passivo colonialismo linguistico, esce da noi col titolo in inglese – è un’opera semplice e complessa allo stesso tempo, l’avrei tanto voluto Leone d’Oro al posto delle Povere creature! di Yorgos Lanthimos che non mi ha mai convinto del tutto.
Lo spunto iniziale che ha fatto da germoglio al soggetto è un racconto di Henry James del 1903, La bestia nella giungla, che racconta l’amicizia profonda tra un uomo e una donna nell’Inghilterra del XIX secolo, con il personaggio maschile costretto ad attraversare l’intera esistenza atterrito dal presentimento di una catastrofe imminente, qualcosa di irreparabile quanto inevitabile che incombe, come una bestia in agguato pronta a colpire. Sullo schermo al centro del racconto è invece la figura femminile di Gabrielle Monnier ad avere questa paura profonda, nella Parigi del 2044 vive in una società dominata dall’intelligenza artificiale, che ha individuato i sentimenti come qualcosa di pericoloso per la stabilità del tessuto sociale e invita a estirparli. Gabrielle come ogni persona che aspiri a una crescita professionale è posta davanti a una scelta, per poter accedere a un lavoro di responsabilità dovrà andare a indagare nelle sue vite precedenti per rimuovere ogni trauma, cancellando ogni residuo emozionale che ancora inquina i recessi più profondi del suo inconscio. La donna, nel contrastare il senso di pericolo imminente che domina e attanaglia ogni sua incarnazione esistenziale, intreccerà il proprio destino karmico con quello di Louis, l’amore delle sue molte esistenze la cui presenza è costantemente reiterata, in un rincorrersi attraverso i secoli.

Strutturato in tre diverse epoche che s’intrecciano nell’evolversi del racconto, La bête ci porta nella Parigi del 1910 l’anno del terribile diluvio che sommerse l’intera città, nella Los Angeles del 2014 con ricorrenti scosse telluriche e nel futuro prossimo del 2044, di nuovo a Parigi, per raccontare il cambiamento di approccio degli individui verso le proprie emozioni, vissute ed espresse prima, poi negate e respinte, infine cancellate e rimosse, con la paura indomabile che impera in ogni tempo.

Protagonista assoluta, spesso unica presenza in scena a dare fisica rappresentazione al pressante sentimento di solitudine interiore, Léa Seydoux è Gabrielle in ogni incarnazione, intensa in ogni tappa di vita della sua anima. L’inglese George MacKay è chiamato a dare forma a un ventaglio ancora più ampio di sfaccettature nel ruolo di Louis, che inizialmente era destinato al compianto Gaspard Ulliel, scomparso improvvisamente in un incidente e a cui La bête è dedicato.

In uno scenario come quello attuale con lo sviluppo sempre più veloce dell’intelligenza artificiale applicato diffusamente in ogni campo, con il canadese Geoffrey Hinton – tra i padri di questo ‘progresso’ tecnologico – che mette in guardia da una potenziale minaccia all’esistenza dell’umanità, il film di Bertrand Bonello vuole dare voce alle posizioni critiche che invitano alla prudenza su un utilizzo massiccio, con inevitabile perdita di umanità e senso etico, estraneo alle macchine.

La bête di Bertrand Bonello è un oggetto inconsueto che ha la straordinaria capacità di parlare all’inconscio, con una buona dose di amara ironia si conclude con un asettico codice quadrato sullo schermo invitando il pubblico a scansionarlo, per vivere sul dispositivo personale i titoli di coda come tradizionale catarsi emotiva – tanto più indispensabile quanto più il film ci ha coinvolto – qui accompagnata da una postilla visiva.
