“A nostro avviso c’è una sola arma di difesa e una sola scappatoia
per sfuggire alla generale automazione e robotizzazione.
Questa è costituita dall’immaginario
e dalla necessità di fantasticare che portiamo in noi“
(Enrico Baj)
A cento anni dalla nascita, Milano celebra Enrico Baj (1924 – 2003), uno dei maestri della neoavanguardia internazionale: la retrospettiva “Baj chez Baj” in corso a Palazzo Reale dall’8 ottobre 2024 al 9 febbraio 2025 offre una carrellata attraverso tutti i temi e i soggetti di una lunga, articolata e poliedrica parabola creativa che attraversa mezzo secolo di storia italiana. Dal dopoguerra agli anni di piombo e fino al passaggio verso il nuovo millennio, Baj riesce mirabilmente a mettere in evidenza, con spirito giocoso e sarcastico al tempo stesso – e proprio per questo denso di ombre inquietanti – gli scenari che il futuro apre alle sorti dell’umanità.

Nell’immediato dopoguerra, dopo avere frequentato l’Accademia di Brera ed essersi laureato in legge, il giovane Baj inizia la sua parabola creativa partecipando ai movimenti d’avanguardia italiani e internazionali: espone e pubblica saggi, collaborando con artisti quali Lucio Fontana, Arman e Yves Klein; insieme al gruppo CoBra fonda il Movimento Internazionale per un Bauhaus immaginista, che contrappone il libero volo della fantasia a quella razionalizzazione e geometrizzazione dell’arte propria del Bauhaus tedesco.

Alla fine degli anni Cinquanta, Baj inizia a esporre in alcune gallerie parigine, e nel 1960 partecipa all’Esposizione Internazionale del Surrealismo a New York, curata da André Breton e Marcel Duchamp. Vive a Parigi, dove conosce Max Ernst che gli affitta il suo vecchio studio, nel quale lavora per lunghi periodi. Membro del College de Pataphysique di Parigi, fonda l’Istituto Patafisico Milanese. La Patafisica, definita dal suo fondatore, lo scrittore e drammaturgo francese Alfred Jarry “scienza delle soluzioni immaginarie“, e basata su una “logica dell’assurdo, uno schema metafisico eccentrico“, ha influenzato letteratura, cinema e pittura fino a divenire una vera e propria corrente artistica che fa dell’ironia e dell’assurdo il fondamento delle proprie espressioni.

Nel corso degli anni, Baj intrattiene rapporti con numerosi poeti e letterati, tra i quali figurano Umberto Eco, Italo Calvino ed Edoardo Sanguineti. La Biennale di Venezia gli dedica nel 1964 un’intera sala, seguita da un’importante personale a Palazzo Grassi. Nel 1974, al Palazzo Reale di Milano Baj è protagonista di una grande retrospettiva, nella quale viene esposto Nixon e Kissinger alla parata del Columbus Day, che fa riferimento allo scandalo Watergate: su un pannello di nove metri rivestito di stoffa con motivi floreali sfilano nove grotteschi personaggi, parodie dei potenti della terra. Una delle sue ultime opere è la serie di centosessantaquattro ritratti ispirati ai Guermantes di Marcel Proust, che realizza nel 1999.

Le dieci sezioni tematiche della mostra in corso a Palazzo Reale illustrano lo sviluppo del pensiero dell’artista e i suoi soggetti dal forte potere immaginifico. Accoglie i visitatori la ricostruzione scenografica dell’Apocalisse, una folla di figure immaginarie e oniriche che occupa un polittico di quasi cento metri quadrati, sviluppato in altezza, ispirato idealmente ai modelli medioevali e al Giudizio Universale della Cappella Sistina, e popolato di demoni danzanti sospesi nel vuoto. Seguono poi le Opere nucleari, gli Ultracorpi, le Parate, le Dame, mentre le otto sculture della serie Meccano si adagiano fluttuando sul Lago delle sculture.

Cuore del percorso espositivo, la Sala delle Cariatidi ospita la grande e drammatica opera-installazione I Funerali dell’anarchico Pinelli: un capitolo fondamentale nel lavoro di Baj, nel quale sviluppa una narrazione articolata e scenografica, con soluzioni ambientali e suggestioni teatrali. Il titolo richiama quello dei Funerali dell’anarchico Galli (1911), in cui Carlo Carrà fissò sulla tela i disordini verificatisi in occasione dei funerali di Angelo Galli, anarchico ucciso durante una sciopero generale.

L’opera torna a Palazzo Reale a distanza di dodici anni dall’esposizione nella stessa sala e a oltre mezzo secolo dalla sua realizzazione: nel 1972, la mostra in cui avrebbe dovuto essere esposta per la prima volta venne cancellata per l’assassinio dei commissario Luigi Calabresi nel giorno stesso dell’inaugurazione. L’allestimento attuale valorizza l’importanza dei Funerali nella parabola creativa dell’artista, accostandovi alcune opere d’ispirazione picassiana che sottolineano il richiamo ideale alla lezione di Guernica: Baj rende infatti un esplicito omaggio alla grandiosa tela di Picasso, inserendo nei Funerali una serie di citazioni.

L’arte di Baj è anche una esaltazione della manualità, grazie alla sua celebre estetica del ninnolo e della passamaneria, delle nappe e dei bottoni lucidi come medaglie. Nelle creazioni di Baj gli schemi abituali della raffigurazione pittorica vengono travolti, dando vita a uno straordinario “bestiario” di personaggi nel quale ritratti, caricature e veri e propri mostri vengono realizzati utilizzando specchi, corde, ritagli di stoffa, perline di vetro e conchiglie, potenziando così l’effetto ironicamente dissacrante in una rappresentazione del potere nella quale il re appare sempre, inevitabilmente, nudo.

Correva l’anno 1990 quando Enrico Baj pubblicava il volume Ecologia dell’arte, nel quale alla voce Arte e Tecnologia esprime un giudizio di straordinaria attualità: “Recentemente è stata formulata una ipotesi ‘forte’ dell’intelligenza artificiale. Il computer cioè sarebbe in grado di pensare, capire, astrarre, ragionare e fare inferenze, allo stesso modo della mente umana: e quindi tali funzioni dovrebbero venire a lui delegate. Trattasi di una ipotesi pericolosissima perché vi è il rischio, anzi la certezza, che alla fine ogni nostro modo di pensare, concettualizzare e programmare venga influenzato dalla logica e dalla sensibilità o insensibilità dell’intelligenza artificiale, l’AI“.