Meraviglioso Orso d’Oro alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, al secondo lungometraggio Mati Diop – cineasta francese con padre senegalese – realizza un’opera che sarebbe enormemente riduttivo catalogare semplicemente come documentario; adesso nelle sale italiane distribuito da Mubi in collaborazione con Lucky Red.
Il regno del Dahomey – Danxomé in lingua locale – nei trecento anni della sua Storia, dal 1600 circa fino al 1904, aveva una società ben strutturata e la posizione strategica con affaccio sull’oceano Atlantico – complici le relazioni con potenze europee che dalle sue coste imbarcavano gli schiavi verso le Antille – ad assicurare prosperità; finché i francesi dichiararono guerra, si presero le sue ricchezze e lo distrussero imprigionando il re. Nel 2021 il governo francese ha restituito alla Repubblica del Benin, l’attuale entità politica che fu il Dahomey, ventisei manufatti sottratti dalle truppe coloniali nel 1892 durante le razzie del tesoro reale: sculture antropomorfe in legno dipinto e metallo con teste di animale, ritratti dei re Ghezo e Behanzin, ma anche rappresentazioni del dio Gu della guerra, cassapanche e troni finemente scolpiti, maschere e amuleti. Oggetti sacri cerimoniali del culto vudù, ancora oggi ampiamente diffuso nel Paese africano. Dahomey di Mati Diop si apre sul parigino Musée du Quai Branly – Jacques Chirac, dove queste preziose opere d’arte sono state in ostaggio per quasi centotrent’anni, e documenta nella parte iniziale le operazioni di smontaggio dell’allestimento, imballaggio dei tesori e spedizione verso la terra d’origine. Con il predominare del silenzio, appena incrinato solo da rumori naturali come il tintinnio di un lampadario al vento, parole a commento ridotte all’essenziale, il film lascia ampio spazio a profonde riflessioni sull’identità trafugata di un popolo, su senso e valore del patrimonio collettivo, sulle responsabilità criminali del colonialismo predatorio, esercitato dalla così detta società ’civilizzata’ europea a danno dell’Africa.

Straordinaria l’intuizione di dare voce al manufatto Numero 26 – che rifiuta tale nome, efficace tuttavia a equipararlo al detenuto rimesso in libertà a cui il numero ha tolto a lungo identità, con libertà e dignità – introducendo un elemento ancestrale magico, che crea un filo diretto col film precedente di Mati Diop – Gran Premio della Giuria a Cannes 2019 – il magnifico Atlantique, con la manifestazione sullo schermo della potenza del dio/re Ghezo (1818-1858) nelle parole di lingua fon che sembrano arrivare a noi direttamente dall’Oltre, il regno delle ombre.

Autore del testo, ma anche voce dello spirito antenato che lo porta a noi, è il prestigioso scrittore haitiano Makenzy Orcel – la sua opera è totalmente inedita per noi, mai tradotta in italiano – che, complice il tocco del sound design, infonde immortale sacralità ultraterrena al personaggio; uno stratagemma che eleva il film al di sopra del semplice divulgare di un documentario, conferendo un valore che approda direttamente ai territori più alti della pura poesia, amplificata dalla sua raffinata semplicità.

Nella seconda parte poi il film, già ipnotico di per sé nel catturare l’attenzione, si apre al dibattito fortemente politico che l’evento storico di questa restituzione ha aperto in Benin, con alcuni che la definiscono semplicemente un insulto perché, a fronte delle sole ventisei opere d’arte tornate indietro, sono almeno settemila gli oggetti trafugati. Oggi i manufatti restituiti sono in mostra al museo della capitale Abomey, ma anche questa collocazione che nega ogni sacralità rituale religiosa a quegli oggetti, è esposta a contestazioni.

Gli studenti dell’Università di Abomey-Calavi che alimentano la discussione portano vari elementi che dovrebbero indurre riflessioni profonde anche in Europa, per comprendere chi vede la propria identità culturale depredata e divisa in tanti altrove del mondo, o chi con l’orgoglio di appartenere all’etnia fon si rammarica nel doversi esprimere in francese per essere compreso; in Benin si parlano quaranta lingue e l’idioma del predone colonizzatore è innegabilmente unificante, come era l’inglese nell’India britannica.

Dahomey di Mati Diop è uno di quei miracoli la cui visione arricchisce l’animo, non soltanto di informazioni utili a nutrire Cultura e annientare ogni pregiudizio razziale, ma anche di forti emozioni che vanno a nutrire le sfere più nobili dell’Essere umano. Un piccolo, grande, capolavoro.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. Tesori antichi di un mondo ancestrale scomparso
  3. La presenza di altre dimensioni oltre il tangibile
  4. Fierezza e orgoglio, festeggiamenti e contestazioni
  5. Più che un insulto, una goccia nel mare
  6. Il dibattito animato dalle nuove generazioni
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    © 2024 Les Films Du Bal / Fanta Sy / Arte France Cinéma

IN COPERTINA

Uno dei manufatti restituiti dalla Francia al Benin
© 2024 Les Films Du Bal / Fanta Sy / Arte France Cinéma

courtesy Ufficio stampa Lucky Red

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Dahomey
  • Regia: Mati Diop
  • Con: Gildas Adannou, Josea Guedje, Gaël Sankara Daavo, Habib Ahandessi, Rose Ouemeho, Maryline Agbossi, Raïmi Bassitou Nouatin, Didier Sedoha Nassangade, Imelda Batamoussi, Joël Tchogbe, Diane Cakpo, Chamelie Dognon, Morias Agbessi, Gilbert Godovo, Yvon Kossou-Yovo, Donald Gbossa, Edah Gontran, Messi Boco, Odilon Gbenontin, Kevin Da-Silva, Calixte Biah, Abdoulaye Imorou, Paul Timothee Doto, Jules Bocco, Richard J. V. Sogan, Didier Donatien Alihonou, Alain Godonou, Lucrece Houegbelo, Parfait Viayinon, Didier Sedoha Nassegande, Sabine Badjogoumin, Dowoti Desir
  • Sceneggiatura: Mati Diop
  • Testi della voce del Tesoro: Makenzy Orcel
  • Fotografia: Joséphine Drouin Viallard
  • Musica: Dean Blunt, Wally Badarou
  • Montaggio: Gabriel Gonzalez
  • Suono: Corneille Houssou, Nicolas Becker, Cyril Holtz
  • Produzione: Eve Robin, Judith Lou Levy e Mati Diop in associazione con Ama Ampadu per Les Films Du Bal e Fanta Sy in coproduzione con Arte France Cinéma con il supporto del Gouvernement De La République Du Bénin, del Centre National Du Cinéma et de l’Image Animée, La Région Île De France, Fopica – Fonds de Promotion de l’Industrie Cinématographique e Audiovisuelle du Sénégal con Arte France
  • Genere: Ancestrale
  • Origine: Benin / Francia / Senegal, 2024
  • Durata: 68′ minuti