Con i vinili tornati di moda, risulta calzante “come un disco rotto” quando, tipo litania, constato la crescente entità dei danni derivanti dal mostrismo, sia in termini di spettacolarizzazione dell’arte e, forse ancor peggio, sia per il proliferare di esposizioni inutili perché costruite senza una vera idea di fondo. Però, quando scendi le scale facendoti domande dopo aver visitato una piccolissima mostra, l’ottimismo ritorna nella serena consapevolezza di trovare qualità non solo nei megagalattici eventi espositivi.

Mi riferisco a “Prima. Che io possa andare oltre” allestita fino al prossimo 11 gennaio negli spazi di Palazzo Martinengo di Villagana a Brescia (aperti per la prima volta lo scorso anno in occasione di Ospiti a palazzo. Figure in posa e al naturale). Curato da Giovanna Zabotti, con la collaborazione di Chiara Grandesso e Silvia Moretti, il percorso multisensoriale prende in esame i diversi linguaggi della creatività e focalizza sul talento femminile. Pensato e realizzato per esortare, nelle realtà culturali e artistiche, una riflessione collettiva sulla necessità di far emergere, e valorizzare, le capacità imprenditoriali femminili attraverso testimonianze di donne capaci di fare del proprio talento una professione tanto da aprire la strada a coloro che le hanno seguite.

La curatrice, sottolinea: «Questo progetto espositivo nasce da un processo di scambio e dialogo continuo con un gruppo di lavoro composto da donne e professioniste che per vari motivi hanno dimostrato di poter essere considerate per ciò che sono e ciò che fanno, anche in ruoli tradizionalmente riconducibili all’attività maschile. Insieme a loro e al team de La Galleria BPER Banca abbiamo concepito una mostra piena di forza e di energia, che restituisce voce a donne che con coraggio e grinta si sono “impossessate” per la prima volta di ruoli considerati di dominio maschile in cui hanno eccelso. Questo stupore verso il successo femminile in determinati ambiti si sperimenta ancora oggi ma la volontà è che non si debba parlare più di prime volte ma che, appunto, si possa andare oltre.»

Il titolo gioca quindi sul doppio significato della parola “prima” posto come il termine racchiuda in sé le dimensioni del tempo, e dello spazio, oltre al riferimento all’eccellenza del risultato. Da un passato dove la presenza femminile in campo artistico tendeva a essere ignorata o sminuita, ma è riuscita, comunque, a dar vita a delle esperienze divenute ispirazione e stimolo per le generazioni a venire, la mostra instaura un dialogo con una contemporaneità densa di universi femminili che spiccano per il proprio talento e la propria unicità.


Pertanto, travalicando i confini linguistici tra le arti visive e quelli temporali, la mostra parte dalla maestria pittorica di Elisabetta Sirani (Bologna, 1638 – Bologna, 1665), tra le artiste più significative del Barocco bolognese, contraddistintasi per la tenacia con cui ha tradotto le proprie capacità in una realtà imprenditoriale.

Le due tele secentesche danno il “là” per abbracciare artiste di epoche distanti, coinvolgendo l’opera della maestra dell’astrattismo italiano Carla Accardi (Trapani, 1924 – Roma, 2014), il lavoro della femminista Stefania Galegati (Bagnacavallo, Ravenna, 1973), le tavole disegnate da Ana Kapor (Belgrado, 1964), gli specchi del duo Goldschmied & Chiari (Sara Goldschmied – Arzignano, Vicenza, 1975; Eleonora Chiari – Roma, 1971), il vetro di Marina e Susanna Sent (a Murano dal 1993) fino alle poesie di Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) che legano le realizzazioni di queste autrici attraverso la parola.

La poesia quale strumento di riflessione e introspezione: sono proprio i componimenti poetici di Baldoni – invitati a interpretare con le parole i lavori presentati – il fil rouge tra le opere.