
Isola di Jeju nella Corea del Sud, il punto più a sud del Paese, ancora abbastanza incontaminata e famosa per tre cose: gli scogli, il vento e le sue donne. Le Haenyeo sono le donne del mare, figlie dell’abbraccio materno dell’oceano, si tramandano da tempi lontani una tradizione che le vuole ultime pescatrici in apnea, dedite a una pratica antica dichiarata recentemente dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Ultime dicevamo, perché il loro lavoro di guardiane del mare è svolto in questa contemporaneità con mute e pinne un tempo proibite, ma senza bombole d’ossigeno e questo rende il loro lavoro fisicamente estenuante e molto, molto, pericoloso; al punto che tra le nuove generazioni sono poche le giovani donne a voler abbracciare questa particolare vocazione.
La produttrice coreana Sue Kim, dopo aver diretto il cortometraggio The speed cubers su due amici campioni di velocità nel risolvere il Cubo di Rubik in apposite competizioni internazionali, adesso con il bellissimo The last of the Sea Women [Le ultime donne del mare] fa il suo esordio nel lungometraggio per raccontare una realtà che rischia di scomparire, perché le quattromila circa haenyeo di oggi – erano trentamila a Jeju negli anni Sessanta – hanno quasi tutte un’età compresa tra i sessanta e gli ottant’anni, ma continuano a immergersi ogni giorno sfidando le correnti e arrivando anche fino a dieci metri di profondità. L’apnea può durare massimo fino a due minuti e per ogni immersione la singola pescatrice fa dalle cento alle trecento volte su e giù, dal fondo alla superficie, per questo è una vera e propria partita con la morte in cui vanno ben calcolati i tempi e le distanze, senza spingersi troppo al largo dove le correnti diventano più forti. Riemergere affrontando la pressione dell’acqua è oltretutto doloroso e, come spiega la storica membro del comitato a tutela della tradizione Soon-e Kim, quando qualcuna è stata ritrovata senza vita, ironia della sorte, aveva la rete piena con la pesca più abbondante che avesse mai realizzato.

Sotto la dinastia Joseon, estinta nel 1897, erano gli uomini a praticare la pesca in apnea, ma a un certo punto il “sesso forte” non ha avuto la tenacia per continuare e sono subentrate le donne. All’età di sette anni le bambine venivano iniziate, all’istruzione e a un allenamento che duravano dieci anni, prima di diventare haenyeo; ora nel villaggio di Gwideok è stata aperta una scuola che da quindici anni fa formazione, ma solo il cinque per cento delle allieve svolge poi questo lavoro.

Nel film le pescatrici raccontano di come un tempo fossero disprezzate per la loro professione, certi mariti arrivavano a chiedere “perché mi vuoi mettere in imbarazzo?” alle loro mogli, ma da quando hanno avuto il riconoscimento dell’Unesco le cose sono cambiate. Nell’isola di Geoje poi, le giovani Jeongmin Woo di trentasette anni e Sohee Jin di trent’anni, hanno iniziato a diffondere video sulla rete diventando vere e proprie celebrità, attirando nuovo interesse per le haenyeo.

Senza nessuna assistenza sanitaria, le assicurazioni rifiutano il rischio delle nuotatrici, le donne del mare fanno anche un lavoro di sorveglianza sullo stato dei fondali marini, che di questi tempi – con il riscaldamento delle acque, fertilizzanti e pesticidi residui dell’agricoltura portati dalla pioggia e l’enorme quantità di rifiuti che arrivano trascinati dalle correnti e provenienti da Cina, Giappone e Corea continentale – vivono una situazione sempre più drammatica e irreversibile.

Terribile in questo senso la decisione del governo giapponese, che dal 24 agosto 2023 ha iniziato a sversare nell’oceano le acque reflue radioattive della centrale di Fukushima; gli organi di sorveglianza ufficiali asseriscono che i rischi sono “conformi agli standard di sicurezza internazionali” e, senza interpellare gli altri Paesi, portano avanti la decisione presa senza dare ascolto alle proteste, dimostrando una volta di più che non si può avere fiducia nelle istituzioni.

In verità essendo questa una situazione senza precedenti – come certe sperimentazioni farmacologiche sulla popolazione mondiale, del resto – i cui effetti reali si potranno vedere soltanto a distanza di parecchi decenni, nessuno è in grado di dare rassicurazioni di una qualche consistenza.
The last of the Sea Women di Sue Kim testimonia anche l’impegno di queste donne forti, per la tutela dell’ambiente e degli equilibri naturali; è disponibile in Italia nel catalogo di Apple TV.
