
Dopo il felice ritorno a Napoli di tre anni fa con È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino rimane nella sua città natale per dare forma visiva al suo mondo, senza l’impellenza narrativa del raccontare il capitolo più doloroso della sua vita personale, che animava il film precedente; con Parthenope narra l’intera esistenza della protagonista, dalla nascita nel 1950 ai giorni nostri, ma è poco più di un pretesto per mettere in scena atmosfere e sentimenti, dalle passioni forti della gioventù all’inevitabile bilancio della maturità.
Con il consueto stile barocco, ricchissimo di suggestioni sul piano visivo e gonfio di digressioni su quello narrativo, il cineasta partenopeo porta sullo schermo una figura femminile libera dalle convenzioni e consapevole della sua bellezza, ma niente affatto incline a usarla come arma di seduzione. Una libertà che, a dire dello stesso autore, a Napoli può essere ben coltivata perché è una città che non giudica mai; lo stesso atteggiamento assunto nel patto che la protagonista, la praticamente esordiente Celeste Dalla Porta, stipula col suo professore universitario Devoto Marotta, interpretato da uno straordinario Silvio Orlando.
I modelli cinematografici predominanti nel Cinema di Sorrentino restano sempre quelli d’ispirazione felliniana, nei personaggi inusuali come in certe atmosfere clericali, ma in questo caso si possono riscontrare anche tracce di Michelangelo Antonioni e, certo, la sequenza del corteo funebre sul lungomare è un omaggio evidente al Vittorio De Sica de L’oro di Napoli che proprio quest’anno compie settant’anni.
L’Amore come sentimento ingestibile, la bellezza inaudita del vivere che improvvisamente può sprofondare nel più cupo dolore, l’incapacità di avere la risposta giusta a domande sbagliate quanto imprevedibili, in sintesi il profondo mistero insondabile dell’esistenza stessa in un raffinato esercizio di stile, che sul fronte del racconto è come se registrasse uno spostamento di Paolo Sorrentino, per usare una metafora pittorica, dal figurativo all’astrattismo.

Un’opera indefinibile – come l’Antropologia – sulla magia del vivere che spesso può essere fatta di niente, quando in un dettaglio naturale di straordinaria bellezza, in una luce particolare, trova già in quel momento il senso d’esistere. In questo ambiente fatto di suggestioni effimere capaci di aprire il cuore, in cui trova posto anche il mistero incarnato da Stefano, il figlio del professore, si muovono i personaggi a cui danno corpo grandi interpreti del calibro di Gary Oldman, Stefania Sandrelli, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri e una scoperta come Dario Aita.

Una riflessione sulle stagioni della vita con tutto ciò che di bello, ma anche di brutto, ci possono riservare, punteggiata da battute argute che sono la cifra stilistica di Paolo Sorrentino scrittore – non solo nelle sceneggiature, ma anche nei racconti – che a volte per sovrabbondanza possono diventare un limite, inducendo un senso di vaga irritazione; ma in un Paese dove la banalità triviale di Un mondo a parte o le dozzinali semplificazioni storiche di C’è ancora domani la fanno da padrone al botteghino, lunga vita ai Sorrentino e al loro Cinema.

Dopo l’esordio in concorso al 77° Festival di Cannes lo scorso maggio e le anteprime di mezzanotte nelle sale italiane a settembre, adesso l’affascinante enigma Parthenope di Paolo Sorrentino sarà nelle sale italiane dal prossimo 24 ottobre distribuito da Piper Film.