“Fotografare è porre sulla stessa linea la testa, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere“
(Henri Cartier-Bresson)
Il Palazzo Roverella di Rovigo ospita dal 28 settembre 2024 al 26 gennaio 2025 un’importante rassegna monografica su Henri Cartier-Bresson, “Henri Cartier-Bresson e l’Italia“, dedicata al grande fotografo che nel nostro Paese soggiornò ripetutamente nell’arco di quaranta anni, fissando attraverso il suo obiettivo i vari aspetti della vita quotidiana e i cambiamenti avvenuti nel corso del tempo. Un percorso comprendente circa duecento fotografie e numerosi documenti – giornali, riviste, volumi, lettere – che segue le tappe di un lungo e fecondo rapporto. Scandita cronologicamente, la mostra si apre con il primo viaggio italiano che Cartier-Bresson, all’epoca poco più che ventenne (era nato nel 1908), effettuò all’inizio degli anni Trenta dopo aver abbandonato definitivamente la pittura: un genere che aveva coltivato con risultati che considerava insoddisfacenti, inseguendo le ricerche e le sperimentazioni dei surrealisti.

Nel corso del viaggio intrapreso insieme all’amico André Pieyre de Mandiargues – giovane poeta e scrittore – e alla sua compagna, la pittrice Leonor Fini, durante il quale attraversarono città quali Trieste, Milano, Firenze e Siena, Cartier-Bresson scattò alcune delle sue immagini più famose. Sono gli anni in cui matura una coscienza sociale, impegnandosi nel fotogiornalismo – un’attività che lo vedrà nel 1947 tra i fondatori dell’agenzia fotografica Magnum – e pubblicando un testo, “Il momento decisivo”, destinato a diventare un punto di riferimento assoluto per tutti i fotografi di reportage. Cartier-Bresson spiegava così il suo approccio alla fotografia: “Per me la macchina fotografica è un taccuino di schizzi, uno strumento di intuizione e spontaneità, il padrone dell’istante che, in termini visuali, s’interroga e decide simultaneamente… È attraverso l’economia di mezzi che si arriva alla semplicità dell’espressione“.

All’inizio degli anni Cinquanta torna in Italia, dove il suo obiettivo fissa immagini di luoghi e persone in Abruzzo e Lucania, aree di notevole interesse culturale e sociologico in un’epoca – il secondo dopoguerra – di profondi cambiamenti. Terre di forti contrasti, in cui una tradizione che sembrava inchiodarle a un passato di povertà e arretratezza, si trovava a confrontarsi con l’irrompere della modernità. Alla Lucania raccontata dall’amico Carlo Levi, che qui visse gli anni di confino e che lo aveva consigliato di intraprendere questo viaggio, il fotografo accosta immagini colte in Abruzzo, nelle vie di Scanno e dell’Aquila: scene sospese tra il documento sociologico e una visione pittorica che fa delle donne del luogo figure antiche, immerse in un’atmosfera arcana, fuori dallo scorrere della storia.

Nei successivi viaggi in Italia, compiuti fra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’attenzione di Cartier-Bresson si sposta sulle città, concretizzandosi in una serie di servizi per alcune grandi riviste illustrate, tra cui “Holiday” e “Harper’s Bazaar”, realizzati prevalentemente a Roma, Napoli, Venezia. Alcune delle immagini romane vengono pubblicate in uno dei libri più noti del fotografo, “Les Européens” (1955), dedicato alla nuova Europa emersa dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Anche in questi anni Cartier-Bresson continua a documentare la realtà di un’Italia “minore”, con le scene di vita quotidiana che fissa sulla pellicola durante i soggiorni a Ischia e in Sardegna.

Il percorso espositivo si conclude con le immagini dei primi anni Settanta dedicate a Matera, in un ritorno sui luoghi frequentati vent’anni prima: l’obiettivo vi coglie la difficile coesistenza fra l’avanzare della modernità – nelle immagini dedicate al mondo del lavoro industriale, tra Olivetti e Alfa Romeo – e il tramandarsi dell’attaccamento alle tradizioni, di cui si avverte il forte valore identitario. “Fotografare significa riconoscere, simultaneamente e in una frazione di secondo, sia il fatto stesso che la rigorosa organizzazione delle forme percepite visivamente che gli conferiscono un significato“, aveva scritto il grande fotografo, offrendo il fil rouge per un’attenta lettura dei suoi scatti.