Da tempo attesa in laguna, La vita è sogno di Gian Francesco Malipiero (Venezia, 18 marzo 1882 – Treviso, 1º agosto 1973), è stata proposta in occasione dell’ottantesimo anniversario della prima rappresentazione veneziana, infatti la composizione risale al 1941, ma debuttò all’Opernhaus di Breslavia il 30 giugno 1943 per approdare alla Fenice in aprile dell’anno successivo.
L’opera è andata in scena al Teatro Malibran per cinque rappresentazioni (vi riferiamo dell’ultima, quella di domenica scorsa) su un libretto che, in sostanza, è una libera traduzione e riduzione dello stesso Malipiero dal dramma filosofico-teologico spagnolo (1635) di Pedro Calderón de la Barca.

Appartiene a una fase creativa del musicista che si distingue all’interno della sua copiosa produzione operistica: se quest’ultima è generalmente caratterizzata dal rifiuto delle convenzioni drammaturgico-musicali dell’opera ottocentesca e dalla predilezione per la Commedia dell’Arte, La vita è sogno – insieme ad altre opere nate tra il 1936 e il 1943 e tratte da grandi ‘classici’ del teatro – rappresenta una «parentesi lirica», come la definì lo stesso autore, un avvicinamento all’opera tradizionale testimoniato da un limitato recupero del recitativo e da uno sviluppo coerente dell’azione.

Noi melomani in cerca di opere cadute nell’oblio, siamo arrivati a Venezia in una giornata assolata con clima estivo nonostante il calendario indichi novembre. Anche se in tre atti e quattro quadri, dura circa un’ora e quindici minuti senza intervalli e, all’apertura del  sipario, due superfici cilindriche che ruotano, creano altrettanti ambienti dove si svolge la storia. L’impianto è  fisso, cupo e dominano i colori oro e nero con luci usate magistralmente. Bellissimi i costumi ispirati al seicento spagnolo. Il risultato è uno spettacolo visivamente elegante, con pochi oggetti essenziali sul palcoscenico e, il regista Valentino Villa, insieme al suo team, sono stati davvero capaci di deliziare chi osserva.

La direzione musicale, affidata Francesco Lanzillotta, assicura un’ottima lettura anche per l’eccellente sintonia con Orchestra e Coro del Teatro La Fenice. L’apice è raggiunto nel terzo atto quando il Coro, collocato nel loggione destro del teatro, regala momenti musicali da apnea.

La compagnia di canto è di alto livello, il mattatore della serata è indubbiamente il tenore Leonardo Cortellazzi – praticamente in scena per tutta l’opera – con un ottimo timbro, vocalmente perfetto e presenza scenica del “principe sognante” che fa la differenza. Non è da meno il mezzosoprano Veronica Simeoni (in realtà per il ruolo di Diana l’autore aveva voluto un soprano): presenza scenica impressionante e vocalmente bravissima. 

Clotaldo del baritono Simone Alberghini e Il re del basso Simone Piazzola entrambi molto ben cantati.
Bene i nipoti del re: Estrella – del mezzosoprano Francesca Gerbasi – e Don Arias – del baritono Levent Bakirci (che nel terzo atto è anche uno della folla) – come anche Servo di Diana e Uno scudiero del re del baritono Enrico di Geronimo, bene.

Alla fine calorosi applausi per tutti, soprattutto per Lanzillotta, Cortellazzi e Simeoni.
Anche questa volta chiudiamo con l’auspicio che, tutti i teatri Italiani, oltre alle opere di repertorio, propongano anche quelle raramente rappresentate, non per questo meno interessanti.

Dettagli

Sinossi

(courtesy Fondazione Teatro La Fenice)

ATTO PRIMO
Scena prima.
Diana e il suo fedele servitore giungono a cavallo dell’ippogrifo in una terra desolata. Scorgono un edificio, e contemporaneamente sentono un rumore di catene. Dentro la torre il principe maledice la sua sorte, urla il suo desiderio di libertà paragonandosi agli uccelli, alle fiere e ai pesci, cui è consentito muoversi liberi mentre lui è condannato a una reclusione eterna. Diana ascolta la sua voce e si avvicina, impietosita e atterrita allo stesso tempo. La fanciulla gli dice che anche lei è preda della sventura, ma che vedendo le condizioni in cui lui versa si rende conto che c’è sempre qualcuno che soffre di più. Sopraggiunge Clotaldo e fa arrestare dalle guardie Diana e il suo servo, facendoli condurre altrove bendati.
Scena seconda.
Ci troviamo nella reggia. Estrella e don Arias, nipoti del re e desiderosi di ottenere la successione al trono, si scambiano complimenti formali. Appare il sovrano, e svela loro quanto è accaduto tempo prima: Clorilena, sua moglie, aveva partorito un figlio che era nato sotto i più infausti presagi: il sole si era oscurato, la terra aveva tremato, dal cielo piovevano pietre e l’acqua dei fiumi era color rosso sangue. Dopo aver consultato gli astri – continua il re – aveva deciso di rinchiudere quel suo figlio in una torre, dove soltanto Clotaldo poteva di tanto in tanto accedere per parlargli. Ma alla fine il dubbio lo assale, pensando che questo atto di crudeltà sia in conflitto con la carità cristiana. Così – conclude – proprio in quel giorno il principe sarebbe stato liberato e avrebbe preso il suo posto nel reame. Se si fosse rivelato inumano e crudele, come indicato dalle stelle, sarebbe ritornato nella sua prigione. Arriva Clotando con Diana, e il re perdona quest’ultima per aver disobbedito all’ordine di non rivolgere parola al prigioniero.

ATTO SECONDO
L’ambientazione diviene una stanza sfarzosamente addobbata. Clotaldo narra al re di come, seguendo i suoi ordini, abbia addormentato con un liquore il principe e l’abbia trasportato dalla torre in cui era recluso fino alla reggia. Il re spiega che ha voluto che suo figlio venisse addormentato perché se avesse dovuto tornare alla sua prigionia potesse pensare che tutto ciò che aveva vissuto non fosse altro che un sogno. Il principe si sveglia e si stupisce del luogo in cui si trova. Clotaldo ossequiosamente gli rivela che lui è figlio del re, e che è stato recluso sin dalla nascita per scongiurare i presagi nefasti. Apprese queste notizie, il principe, inferocito, insulta Clotaldo e aggredisce uno scudiero. Compare il re, che rimprovera il figlio per la sua violenza. Il principe gli rinfaccia a sua volta di averlo fatto nascere per costringerlo poi a vivere come un morto. Il re allora lo avverte che tutto ciò che sta vivendo potrebbe essere solo un sogno. Arriva Diana, e il principe muta attitudine e le si rivolge dolcemente. La donna gli rammenta di averlo conosciuto quando lui era nella torre. Il principe manifesta il suo amore per Diana, ma lei atterrita si schermisce e fa per allontanarsi.
Lui la trattiene finché ritorna Clotaldo. Il principe estrae il pugnale per ucciderlo, Diana fugge, appare il re e il principe gli preannuncia che presto cadrà ai suoi piedi.

ATTO TERZO
Il principe, sognando, assapora il gusto della vendetta contro Clotaldo e il re. Al risveglio si rende conto di essere ritornato nella sua prigione, e per di più di nuovo incatenato. Sconsolato, riflette in versi sulla vanità dell’esistenza. Diana gli si rivolge affettuosamente, dicendogli di compatire le sue pene. Il principe le risponde con amarezza: «Nulla puoi chiedere a un prigioniero del sogno». Diana intona un inno all’amore, poi si allontana. Nel frattempo è giunto Clotaldo, e il principe gli narra il suo sogno, durante il quale si era ritrovato figlio di re e con potere di vita o di morte su tutti. Si sente un vociare sempre più insistente: una folla scende dal monte. Uno di loro afferma che la gente non crede ai presagi e agli astri, e reclama insistentemente il principe. Quest’ultimo rifiuta di cedere una seconda volta alle illusioni. Ma la folla lo acclama e infine viene liberato. Non ancora persuaso che quanto sta vivendo sia la realtà e non un’invenzione della sua mente esclama: «Accetto di vivere questo nuovo sogno». Il re gli si avvicina e si inginocchia di fronte a lui, dicendogli che così si è avverata la profezia. Il principe perdona il padre, dicendo che non sono i segni celesti a essere fallaci, ma che può accadere che chi li interpreta cada in errore. Poi si inginocchia a sua volta davanti al re. La folla festante si apre per lasciarli passare.

Locandina

La vita è sogno
tre atti e quattro quadri
musica e libretto di Gianfrancesco Malipiero

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Francesco Lanzillotta
maestro del coro Alfonso Caiani
regia Valentino Villa

Personaggi e interpreti

  • Il re Riccardo Zanellato
  • Il principe Leonardo Cortellazzi
  • Estrelle Francesca Gerbasi
  • Don Arias / Uno della folla Levent Bakirci
  • Clotaldo Simone Alberghini
  • Diana Veronica Simeoni
  • Servo di Diana / Uno scudiero del re Enrico Di Geronimo

mimi: Francesco Napoli e Giuseppe Sartori

scene Massimo Checchetto
costumi Elena Cicorella
light designer Fabio Barettin

Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

 

Didascalie immagini

alcuni scatti durante le prove
foto © 2024 Michele Crosera
courtesy Fondazione Teatro La Fenice