Der Rosenkavalier di Richard Strauss è una commedia per musica in tre atti su libretto di Hugo von Hofmannsthal e parla del tempo che passa, che è passato, nelle vite dei protagonisti, come la Marschallin, ma anche per le nazioni e le civiltà. Hofmannsthal e Strauss ambientano la vicenda nel Settecento, ma parlano della loro epoca di transizione, di finis Austriae, di malinconia e tramonto di un mondo e di un linguaggio. Solo in questo contesto s’intende il senso dell’uso ricorrente del Waltz, danza che definisce inequivocabilmente l’atmosfera viennese al volgere del Diciannovesimo secolo. Il cavaliere della rosa arrivò per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1911, in italiano, per la direzione di Tullio Serafin con scene e costumi di Alfred Roller, innovatore dell’impianto scenico della Staatsoper diretta da Gustav Mahler e futuro fondatore del Festival di Salisburgo insieme a Strauss e Max Reinhardt. Sostanzialmente incomprensa, l’opera annoverò anche le proteste nazionalistiche contro la raffigurazione dell’infido italiano Valzacchi e di Annina. Con caratteristico pragmatismo i nomi dei personaggi furono immediatamente mutati in Rys-Galla e Zephira.

Il Cavaliere tornò al Piermarini nel 1927 con Ettore Panizza sul podio (ma lo stesso Strauss dirigerà la ripresa dell’anno successivo), i costumi di Caramba e con Conchita Supervía come Octavian, mentre Iris Adami Corradetti apparve nella parte della modista; sempre Panizza diresse l’edizione del 1947, in cui Italo Tajo era Ochs e i costumi creati da Lele Luzzati.
Si può usare il termine rivoluzione quando, nel 1952, Herbert von Karajan (sua anche la regia) impose la versione in tedesco e un cast incomparabile: Elisabeth Schwarzkopf (Die Marschallin), Otto Edelmann (Ochs), Sena Jurinac (Octavian) Lisa della Casa (Sophie).
La Schwarzkopf e Otto Edelmann tornarono nel 1961 con Karl Böhm e la regia di Rudolf Hartmann; con loro Christa Ludwig come Octavian e Anneliese Rothenberger come Sophie.

La parata di maestri eccelsi prosegue nel 1976 con Carlos Kleiber che dirige Evelyn Lear, Hans Sotin, Brigitte Fassbaender e Lucia Popp nel classico spettacolo di Otto Schenk.
Nel 2003 Der Rosenkavalier arriva agli Arcimboldi con la direzione di Jeffrey Tate e la regia di Pier Luigi Pizzi: Adrianne Pieczonka e Cheryl Studer si alternano come Marschallin, Ochs è un applauditissimo Kurt Rydl, Octavian è Kristine Jepson e Sophie Laura Aikin.
Va anche ricordato che nel 2011 la Scala, in coproduzione con Madrid e Parigi, propose un allestimento firmato da Herbert Wernicke con Philippe Jordan sul podio e, nelle parti principali, Anne Schwanewilms e Camilla Nylund, Peter James Rose e Kurt Rydl come Ochs, Joyce Di Donato come Octavian e Jane Archibald come Sophie.
L’edizione 2024 – fino al 29 ottobre – ha annoverato il debutto direttoriale più atteso della Stagione (forse degli ultimi anni), quello di Kirill Petrenko dei Berliner Philharmoniker, ascoltato in concerto nel 2016 con la Bayerisches Staatsorchester. Lo spettacolo è quello di Salisburgo del 2014, visto alla Scala nel 2016 con la direzione di Zubin Mehta, dove la regia di Harry Kupfer – ora ripresa da Derek Gimpel – insieme allo scenografo Hans Schavernoch scelgono di restituire la complessità del contesto disegnato da Strauss e Hofmannstahl attraverso una serie di grandi immagini, quasi tutte in esterno, di una Vienna eterna quella sospesa tra passato asburgico, nuova borghesia commerciale, anima popolare e solitudine dei grandi parchi silenziosi.

Il risultato merita ogni superlativo. Infatti, nell’atto primo, la stanza in cui assistiamo al risveglio degli amanti si apre su una veduta presa dall’angolo del Graben, in cui giganteggia la Hofburg, la reggia imperiale: è il mondo della monarchia, l’ambiente aristocratico della Marschallin.
Nella scena del “lever” in cui nella stanza si affollano fornitori e famiglia, lo sguardo si sposta sugli edifici della Ringstraße, nei pressi dell’Hotel Imperial: è la città stessa che entra negli appartamenti della Marschallin con la sua frenesia, i suoi piccoli commercianti, la sua animata atmosfera popolare.
L’ultima scena del primo atto, con la celebre riflessione sul Tempo, ha per sfondo un viale solitario del parco di Schönbrunn in novembre, immagine di malinconia e introspezione in cui, pur in un ambiente inequivocabilmente aristocratico, si estinguono orpelli e mediazioni della vita sociale.
Proseguendo, nel secondo atto la casa del nouveau riche Faninal è immaginata secondo gli stilemi dell’architettura della Ringstraße, l’arteria circolare costruita tra il 1860 e il 1890 con edifici il cui caratteristico stile storicista rispecchiava il desiderio di apparire e di fingersi un passato immaginario, della borghesia affluente che si avviava a sostituire la nobiltà alle redini economiche dell’Impero. Si tratta di uno stile ancora tradizionale, che tuttavia rappresenta il nuovo rispetto ai palazzi storici dell’aristocrazia.
Il terzo atto si apre tra le travi e le decorazioni metalliche della Ruota del Prater, il principale parco di Vienna. In origine riserva di caccia imperiale, il Prater fu aperto al pubblico da Giuseppe II nel 1766 e fu teatro dell’Esposizione Universale del 1873. Nel 1897 compare la ruota panoramica (Riesenrad) ai piedi della quale si moltiplicano ristoranti e birrerie. Una delle osterie più celebri del Prater era la locanda “Zum Walfisch” (“Alla balena”), sormontata da un enorme cetaceo metallico.

La prima certezza di Schavernoch era di non voler ambientare la scena in un interno, ma forse in un Heuriger, le taverne viennesi dove si serve il vino novello: poi l’idea di Zum Walfisch, che nel frattempo era stato chiuso nell’ambito di un contestato rinnovamento del parco.
Il finale dell’opera è ancora collocato nel parco, ma il cambio di paesaggio non potrebbe essere più radicale: a poche decine di metri dalle strutture metalliche della fiera, simbolo del nuovo secolo, ci si addentra nei boschi che le circondano. L’opera termina così nella pura natura in cui i personaggi, rimasti soli, sono costretti a confrontarsi seriamente con se stessi e la regia sottolinea l’assonanza drammaturgica del finale del terzo atto con quello del primo.

Alla quarta, affollatissima rappresentazione, alle ore 19:00 è iniziata la magia e, all’arrivo dell’atteso direttore siberiano, tutti gli occhi erano puntati sui suoi gesti. Come un pittore ha lavorato sui colori dell’Orchestra portandola a livelli altissimi. Ogni suono, ogni gesto erano calibrati e la musica inondava la sala superando ogni aspettativa. Pubblicando recensioni solo di spettacoli che ci sono piaciuti, accade spesso di usare superlativi, ma, questa volta, dobbiamo definire magistrale la lettura e l’intesa con cantanti e Coro del teatro. I finali dei tre atti erano assolutamente da manuale e tutto il pubblico era rapito da questa esecuzione.
Ben assortito il cast dei cantanti con Die Feldmarschallin, del soprano bulgaro Krassimira Stoyanova che torna a indossare con grandissima padronanza e classe questo ruolo, che è anche un suo cavallo di battaglia. Voce avvolgente, tecnica perfetta e fraseggio da manuale, il personaggio è assolutamente suo.
Il ruolo del barone di Ochs è affidato a un veterano, il basso Gunther Groissbock, voce ampia, profonda, un perfetto registro acuto e anche una recitazione da manuale,
Al mezzosoprano statunitense Kate Lindsay è affidata la parte di Octavian che supera con gran bravura e disinvoltura.
Sabine Devieilhe è un eccellente Sophie in quanto il soprano ha un timbro delicato e i suoi acuti sono perfetti.
Il baritono Michael Kraus interpreta Faninal molto bene. II tenore Piero Pretti, che ascoltiamo solo nel primo atto come cantante italiano, ha sorpreso in positivo. Bravi anche tutti gli altri.
Alla fine dello spettacolo, dopo oltre quattro ore di musica, grandissimi applausi e standing ovation per il direttore.
Con orgoglio, lasciateci ripetere: “anche per questa volta presenti in questa serata da ricordare”.