“La mia ambizione era di essere un pittore, e soltanto un pittore.
Ho cominciato a dipingere a quattordici anni e da allora non c’è stato nulla che sia riuscito a farmi smettere.
Vivo con una costante fame d’arte. Aspiro a esplorare i problemi fondamentali della pittura.
Non ho mai trovato altro nella vita che mi causi altrettanto piacere.”
(Fernando Botero)
Noto universalmente per quelle sue opere iconiche e distintive, impresse nell’immaginario collettivo per soggetti dalle fisicità corpulente, Fernando Botero (Medellín, 19 aprile 1932 – Monte Carlo, Monaco, 15 settembre 2023) rappresenta con l’opulenza delle forme, il volume enfatizzato dall’uso iper espressivo del colore, quella abbondanza che è anche positività, ricchezza e vita. A un anno dalla scomparsa, Arthemisia e Palazzo Bonaparte gli rendono omaggio con un grande evento espositivo, aperto al pubblico a Roma dallo scorso 17 settembre fino a domenica 19 gennaio 2025

Fin da quando iniziò a dipingere, il volume delle forme (che avrebbe caratterizzato e sarebbe diventato protagonista assoluto del suo stile unico) apparve in modo naturale. Temeva che tali forme eccessive non fossero la strada giusta da percorrere, dubbio risolto quando poté confrontarsi con le opere volumetriche, dalle forme massicce, dei maestri italiani del Quattrocento.

Aveva ventun anni quando, con il denaro del secondo premio del Salón de Artistas Colombianos di Bogotá, decise di recarsi a studiare in Europa: prima a Madrid e a Parigi, poi in Italia, precisamente a Firenze, dove rimase per più di due anni. Lì, all’Accademia di San Marco, studiò affresco visitando diverse città – raggiungendole in moto – in particolare Siena, Arezzo, Padova, Urbino, copiando affreschi e opere dei grandi maestri del Rinascimento, quali Piero della Francesca, Paolo Uccello, Masaccio, Andrea del Castagno.

Un periodo che definì “il più importante della mia formazione artistica” in quanto, studiando i nostri maestri, si rese conto del significato del volume e del suo ruolo fondamentale nella storia dell’arte, dando inizio alla propria trasformazione stilistica. Confrontandosi con le loro opere, non solo trovò conferma delle proprie intuizioni, ma si rese conto che il volume conferiva anche grande sensualità e profonda intensità alla pittura.

A Firenze razionalizzò così la propria inclinazione per il volume, esplorando tutte le possibilità artistiche iniziando a delineare il proprio stile unico e immediatamente riconoscibile, avrebbe recuperato l’elemento chiave del volume nell’arte, il cui interesse era praticamente scomparso nell’arte moderna. A partire dagli impressionisti e nell’arte contemporanea, la pittura era diventata molto più piatta e quel suo interesse al volume (unico in modo totale), creò un nuovo volume, il volume nell’arte del Ventesimo secolo.

Curata dalla figlia Lina insieme a Cristina Carrillo de Albornoz, grande esperta della sua opera, attraverso undici sezioni, la mostra ripercorre oltre sessant’anni di carriera con dipinti, acquerelli, sanguigne, carboncini e sculture: opere che ne rappresentano l’universo poetico le cui radici affondano nella natia Colombia. La mostra (accompagnata da un catalogo edito da Moebius) esplora anche la relazione con l’Italia e si apre con Omaggio a Mantegna, mai esposta, proveniente da una collezione privata degli Stati Uniti e che, dopo decenni, è stato recentemente scoperto da Lina Botero tramite Christie’s.

Affascinato da uno dei capolavori del Rinascimento, la “Camera degli sposi” nel Palazzo di Mantova, Botero decise di rendere omaggio al grande maestro dell’Isola di Carturo scegliendo l’affresco della parete nord, la scena della corte dei Gonzaga in cui Ludovico è raffigurato seduto mentre riceve una lettera dal suo segretario, Marsilio Andreasi. Intorno a lui ci sono i suoi parenti: una scena che Botero trasformò in un’opera tutta sua, in cui esaltò la monumentalità e il colore eccezionale vincendo, con questo quadro, il primo premio al Salone Nazionale di Pittura della Colombia nel 1958.

Presenti anche le sue versioni di alcuni capolavori come la “Fornarina” di Raffaello, il dittico dei Montefeltro di Piero della Francesca, i ritratti borghesi di Rubens e “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di Van Eyck, fino alle ultimissime opere realizzate nel 2023 tra cui spicca il grande acquerello dell’Odalisca, un omaggio a Matisse. Altra opera fondamentale e mai esposta al pubblico – da sempre appesa nel suo studio parigino – una versione dell’infanta de “Las Meninas” di Velázquez, pittore che Botero copiò durante il suo apprendistato al Prado da giovane studente.


Nel corso della sua vita realizzerà numerose versioni dell’opera, in particolare quella dell’Infanta Margarita d’Austria; mantenendo la stessa aura di grandezza e maestosità, la Menina di Botero è più di una semplice versione: un’opera nuova di un Botero autentico. Immancabili le serie con i temi classici e a lui più cari: l’America Latina, il circo, la religione, la mitologia, la natura morta e la corrida, quest’ultima è forse il tema più interessante perché interpretato attraverso il filtro della tradizione ispanica e molto sentita nell’arte, da Goya a Picasso.

Infine, una sala è dedicata alla più recente sperimentazione. infatti, dal 2019, dipinse con una nuova tecnica degli acquerelli su tela e in grandi formati: opere quasi diafane, sintesi dell’opera di una vita, frutto di un approccio delicato ai temi familiari di sempre.