A Treviso, nell’ex chiesa di Santa Margherita, prosegue fino a domenica 6 ottobre la mostra che esplora il mondo dell’occhiale attraverso due piani di lettura: la rappresentazione, mediante i manifesti pubblicitari della collezione Salce, e la forma, grazie agli occhiali storici della collezione Stramare

Arte del Vedere – a cura di Elisabetta Pasqualin e Michele Vello, con la collaborazione di Mariachiara Mazzariol – è un ideale dialogo tra le passioni di due collezionisti: le policrome visioni di carta dei manifesti di Ferdinando Salce, accanto alle mille declinazioni del tondo degli occhiali di Lucio Stramare.

Per la prima volta il Museo Salce pone il suo inestimabile patrimonio grafico a complemento del design, in un continuum di rappresentazioni di forme che vanno dal Cinquecento fino agli anni Cinquanta del Novecento, a vantaggio del visitatore che può confrontare gli occhiali con la loro raffigurazione – astratta o puntuale a seconda della mano dell’illustratore – e dello stile proprio di ogni epoca.

Gli occhiali dei manifesti, raramente e tardi oggetto di pubblicità diretta, diventano protagonisti, come ornamento funzionale: sottolineano espressioni, acuiscono gestualità ed esaltano lo status sociale di chi li indossa.

A firmare i manifesti esposti, nomi noti del cartellonismo prima e della grafica progettata poi, non solo italiani. L’euforica Belle Époque mette in scena maliziose figure femminili scrutate da ambigui monocoli: ne sono esempi La vedova Allegra, capolavoro ancora pittorico di Leopoldo Metlicovitz (1907), ma anche Absinthe Pernot (1900), cartello “avant la lettre” del più sintetico e aggiornato Cappiello.

Accanto a loro, dandy decisamente alla moda indossano lenti, più come vezzo che in funzione di protesi: l’ironico tratto di Luciano Mauzan propone la parodia di un moderno Petronio (1915), arbiter elegantiae per un omonimo marchio di calzature.

Artisti meno conosciuti sorprendono: Luigi Enrico Caldanzano con immagini notturne, quasi oniriche e simboliste, che ben si adattano alle inquietanti Lenti radioattive (1912-1915) da promuovere, o Golia (Eugenio Colmo), la cui vena caricaturale disegnerà “il cinesino dalle lenti scure”. Accompagnerà, con le sue evoluzioni grafiche, una nota marca di ottici torinesi per molti anni a venire.

Binomio vincente è quello tra occhiali e velocità: occhiali da protezione, non certo da vista, per gli automobilisti alla guida di bolidi rosso fiammante, con prove d’autore come l’innovativo Dunlop di Marcello Dudovich (1908). In bella evidenza, a cingere il casco delle seducenti motocicliste di Plinio Codognato (Moto Bianchi 1920-25, Gilera 1929), con un’esplicita associazione tra donna e prodotto, tutta a favore dello sguardo maschile persistente.

L’occhiale da sole fa la sua comparsa solo più tardi e al cinema, qui in mostra indossato dall’inarrivabile icona di stile Grace Kelly in Caccia al ladro (1955), di cui è esposta la locandina per l’uscita italiana del film. Dal cinema, le lenti scure su montature alla moda, invadono i manifesti turistici (con i maestri del genere: Mario Puppo e Franz Lenhart), arricchendo di glamour spiagge assolate e modernissime piste da sci. L’affisso si riduce nelle dimensioni, diventa locandina o espositore da banco: soprattutto è parte di una strategia comunicativa più complessa, in cui il prodotto da promuovere si etichetta, si imballa, si anima.

Inediti sono i manifesti dell’Associazione nazionale per la prevenzione degli Infortuni, dal 1926 trasformata in ente, con una serie di tavole graficamente ingenue, basate su una comunicazione emotiva, dai toni cupi e minacciosi, con escamotage da rotocalco illustrato.

Da segnalare una rara pagina pubblicitaria con una filastrocca di Trilussa, scrittore spesso prestato alla pubblicità, qui autore di un giocoso bodycopy per la promozione delle Lenti Salmoiraghi.

Dettagli

Dal cristallo verde di Nerone, all’intuizione di Ibn al-Heitam
all’invenzione dei cristallieri muranesi

Il sogno di vedere bene, anche da vecchi, ha da sempre accompagnato l’uomo. Ne andava della capacità di procurarsi il cibo con la caccia, di non confondere le piante edibili con quelle che non lo erano, di vedere il nemico.

Molti millenni dopo, Nerone inseguiva soluzioni per poter ammirare gli amati gladiatori che si battevano al circo e Cicerone cercava un qualche accorgimento per rendere nuovamente parlanti le pagine che gli erano diventate mute. Nerone usava, con scarsi risultati, un quarzo verde; Cicerone si dovette adattare a farsi leggere i testi dai suoi schiavi.

La soluzione era destinata a giungere, un bel po’ di secoli più tardi, dalle ricerche di Abū ʿAlī al-Ḥasan ibn al-Ḥasan ibn al-Haytham, geniale medico, filosofo, astronomo, fisico e matematico vissuto tra Bassora e Il Cairo tra il 965 e il 1040. Ibn al-Heitam (con questo nome divenne famoso in Europa) intuì come delle lenti levigate potessero essere di un qualche aiuto a chi doveva misurarsi con problemi di vista. Il suo “Libro dell’ottica”, tradotto in latino, venne studiato e diede luogo a diverse sperimentazioni, sino a che non si giunse a creare una lente semisferica di cristallo di rocca e quarzo che, appoggiata allo scritto, consentiva di ingrandire le lettere. È quella che, nel celebre affresco di Tomaso da Modena nel Capitolo dei Domenicani a Treviso è raffigurata in mano al Cardinale Nicolò di Rouen, che per leggere utilizza appunto una di queste lenti di ingrandimento.

Pochi metri più in là, il medesimo affresco mostra un altro Cardinale domenicano, Ugo di Provenza, che si era già dotato della novità proveniente dai laboratori di Murano, e infatti indossa l’occhiale.

Come racconta il curatore Michele Vello “L’origine degli occhiali suscitò dispute erudite fin dalla seconda metà del Seicento; scartate le ipotesi classiche, orientali o inglesi, a opera di Ruggero Bacone, venne individuata come patria la Toscana. Solo intorno al 1920 Giuseppe Albertotti ne rivendicava la paternità veneziana, databile tra il XIII e il XIV secolo, in base a documenti noti e pubblicati”.

Secondo molti studiosi la scoperta delle lenti da vista è da ritenersi occasionale piuttosto che frutto di una ricerca programmata. Fu infatti un’invenzione casuale non dei ben noti vetrai veneziani, ma dei cristallieri, ramo fiorente dell’oreficeria veneziana, che si dedicavano alla lavorazione del quarzo o cristallo di rocca. Nel 1301 venne liberalizzata la fabbricazione di vitreos ab oculis ad legendum (vetri da occhiali per leggere), e nel marzo 1317 si registra la concessione rilasciata a tale Francesco, figlio del chirurgo Nicolò, di fare oglarios de vitro e di venderli in città; il termine occhiali (oglarii) compare qui per la prima volta.

Intorno al XIII secolo, i cosiddetti vetri per leggere ebbero un’importante evoluzione: il vetro fino a quel tempo usato solo in forma sferica, veniva lavorato e levigato per formare una vera e propria lente.

Le prime lenti usate erano in cristallo, poi in vetro, mentre la montatura era prima in legno, a compasso, poi in corno o pelle. Per la prima volta la visione era ottenuta accostando il dispositivo davanti agli occhi e non sopra il testo da leggere. Poiché nel Medioevo la maggior parte della popolazione era analfabeta, i primi occhiali venivano usati solo da studiosi o dal clero, ed erano legati alle vesti. La prima testimonianza certa sul loro uso si ritrova nell’affresco di Tomaso da Modena che ritrae il cardinale Ugo di Provenza intento alla lettura di libri sacri con l’aiuto, appunto, di un paio di occhiali: l’affresco del 1352 è conservato nel monastero attiguo alla chiesa di S. Nicolò a Treviso.

Dal XV secolo, parallelamente agli occhiali a perno si affermano quelli a ponte, la montatura incorporava ben due lenti e non più sovrapponibili. Venezia e Norimberga furono all’epoca importanti centri di produzione e l’invenzione della stampa attorno al 1450 ne fece aumentare la domanda e permise una maggiore diffusione.

Uno dei problemi principali nell’uso degli occhiali era farli rimanere stabili sul naso: nel tardo Cinquecento in Spagna si diffondono occhiali forniti di fori laterali, nei quali si inseriva un cordoncino che poggiato dietro l’orecchio consentiva di mantenerli fermi.

All’inizio del Settecento nasce il fassamano, occhiale che viene tenuto in mano e non appoggiato sul naso.

“Nell’ottocento si affermano il pince-nez o stringinaso evoluzione dell’occhiale a ponte. Fu grazie all’intuizione dell’inglese James Ayscough che si ebbe l’invenzione delle prime stanghette ripiegabili. 
E’ tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – conclude Vello – che si afferma l’occhiale caratterizzato da montatura e due astine che si appoggiano alle orecchie. I materiali usati sono il corno, un must dell’epoca, il nichel e l’acciaio, più economici e duttili oltreché accessibili a tutti”.

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio stampa Studio ESSECI)

  1. Magazzini Italiani Napoli Mele, 1900
  2. Luigi Enrico Caldanzano, Lenti radio-attive, 1912-1915
  3. Golia (Colmo Eugenio), Occhiali di sicurezza “la Cicogna” , 1917-1924
  4. E. Caroli, Circuito di Cremona, 1923
  5. Goffredo Lubrani, Usate gli occhiali! Ripeterlo è utile!, 1950
  6. Ed. Weber, Svizzera. Regione della Jungfrau, 1950-1955
  7. Occhiali Sàfilo, 1950-1956
  8. Jerzy Srokowski, Winter in Poland, 1956
  9. Benca (Carlo Benedetti), Salmoiraghi ,1950-1960
  10. Dall’alto in basso occhiali di manifattura francese. Occhiale in celluloide, lenti di presentazione. Occhiale in celluloide, lenti di presentazione, decori di strass taglio brillante, incisioni dorate e borchie metalliche. Occhiale in celluloide, lenti di presentazione.

Orari di visita

dal venerdì alla domenica: 10:00 – 18:00
(ultimo ingresso 17:30)

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Museo nazionale Collezione Salce - Santa Margherita | Via Reggimento Italia Libera - Treviso
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Fino al: 06 Ottobre, 2024