“Da un lato c’è la città, dall’altro la campagna […]. Un soldo per assistere allo spettacolo più bello della Natura di cui Musset ha fatto il riassunto nella sua Nuit de Mai; un soldo per andare a vedere la primavera. Non c’è una casa, non c’è anima viva. Prati, boschi, vigne, una villa aperta e abbandonata, fiori, uccelli, insetti. Spesso porto un libro, ma ben presto mi cade dalle mani; l’uomo ascolta e tace alla presenza di Dio. Ho passato un delizioso quarto d’ora seduto davanti ad una siepe in fiore, in quelle spine fiorite ho scoperto tutto un mondo. Stormisce, canta, cresce, profuma. Ho sognato una poesia”.
Queste parole così lievi e poetiche sono tratte dalle memorie del conte Giuseppe Primoli, flâneur, aristocratico, curioso e fotografo di fine Ottocento: il suo diario ci ha lasciato una gran quantità di informazioni sull’aspetto di Roma in un momento cruciale della sua storia, quei decenni in cui la città, diventata ormai capitale del Regno, deve sapersi mostrare all’altezza del suo ruolo. Vanno allora costruite le sedi dei ministeri, disegnati interi quartieri e nuove strade, anche a costo di distruggere vecchie strade ed edifici storici. Ed ecco che allora il conte Primoli se ne va sulla riva destra del fiume, nell’area di quello che sarebbe diventato il popoloso e chic quartiere Prati, e non incontra anima viva, solo prati (il nome del quartiere arriva proprio da lì), fiori, insetti e ‘una villa aperta e abbandonata‘.
Ecco, non ci sono prove provate che sia effettivamente lei, ma con tutta probabilità questa misconosciuta ‘villa aperta e abbandonata‘ corrisponde alla Cinquecentesca villa Altoviti, sacrificata anche lei per la costruzione della nuova Roma. Edificio sempre messo da parte nelle grandi trattazioni dedicate sia alle residenze cittadine, sia ai piani regolatori ottocenteschi, la villa rivive oggi in La villa Altoviti ai Prati di Castello. Eclissi di un paesaggio fluviale, opera di Alice S. Legé per Officina Libraria.

Partendo dalla personalità del primo proprietario della villa, quel Bindo Altoviti che venne ritratto da Raffaello e che fu committente di Giorgio Vasari, l’autrice ricostruisce la storia (e la geografia) di questo luogo, dagli anni di maggior splendore, quando qualcuno (ma forse di parte) la paragonava addirittura alla villa del Magnifico banchiere Agostino Chigi, all’abbandono e alla definitiva distruzione. Ad aiutarci nel ripensare questo luogo, una robusta appendice documentaria e iconografica che, assieme a un saggio di Alessandro Cremona, dedicata alla villa nella pittura ci mostrano una Roma che non c’è più.

Dettagli

Alice S. Legé
La villa Altoviti ai Prati di Castello. Eclissi di un paesaggio fluviale
Officina Libraria
pp. 227

Foto di copertina © Anton Volnuhin
(fonte)

Sito web: https://www.officinalibraria.net/libro/9788833672274

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