Opera maestra del bolognese Valerio Zurlini, insieme al successivo Il deserto dei tartari, che non è celebrato come altri suoi illustri colleghi anche per l’esigua quantità di titoli diretti – nell’arco di un’intera carriera, appena undici film – La prima notte di quiete nasce da un soggetto originale del cineasta stesso, elaborato poi in una sceneggiatura firmata insieme al grande Enrico Medioli.
In una Rimini plumbea, nel grigio di un freddo febbraio con gli impianti balneari inevitabilmente serrati e spente le luci del grande circo estivo, un uomo si aggira solitario sul molo del porto. È il professor Dominici, un’insegnante di letteratura fuori esercizio che, dopo tre anni lontano dalla cattedra, è appena arrivato in città per la sostituzione temporanea di un collega infortunato. Accolto da un preside autoritario e intollerante verso i venti di contestazione che animano la gioventù di quegli anni, siamo nel 1972, il docente mostra subito una certa tolleranza alla sua classe, autorizzando i ragazzi a fumare in aula e dichiarando immediatamente che non ha alcuna intenzione di imporre il suo insegnamento, l’apprendimento deve essere una libera scelta individuale. Tra tutti gli studenti l’attenzione del docente è catturata dalla giovane Vanina Abati, non soltanto per l’evidente bellezza, ma anche e soprattutto per una sorta di rassegnazione esistenziale che sembra aver spento ogni luce in fondo ai suoi occhi. Incline al gioco d’azzardo, Dominici entra a far parte di un piccolo gruppo di nottambuli, strana congrega di personaggi dediti a ogni eccesso nel tentativo di eludere un vuoto interiore difficile da arginare, tra cui – quasi inevitabilmente, in un piccolo centro dove tutti si conoscono – finisce per incontrare anche Vanina, ufficialmente fidanzata con il facoltoso Gerardo Favani di cui si ignora l’origine della sua ricchezza.

Derivato da una poetica frase di Goethe, lo splendido titolo La prima notte di quiete definisce metaforicamente la Morte come primo riposo senza sogni dell’intera esistenza, nel racconto di vite ormai logore proposto dal film acquista quasi valenza liberatoria, per porre finalmente rimedio all’incapacità di vivere. Certi passaggi possono apparire forse un po’ datati, più che altro per la mentalità sottesa, ma le ottime prove degli attori mantengono alto il valore dell’insieme.

Alain Delon dopo i film di Visconti e Antonioni aveva ormai eletto l’Italia sua seconda patria, nel ruolo del protagonista Daniele Dominici – nonostante le incomprensioni con Zurlini per cui a fine lavorazione comunicavano solo tramite l’aiuto regista – delinea in modo più che efficace il ritratto complesso di un uomo tormentato, in cerca di un personale riscatto nel suo desiderio di ‘salvare’ Vanina, interpretata da una quasi esordiente Sonia Petrova, ballerina francese di origini russe.

Ricco il cast con nomi di prim’ordine anche nei ruoli minori e in quelli persino fugaci, destinati comunque a lasciare il segno; è il caso della madre di Vanina, interpretata dall’indimenticabile Alida Valli, o del preside reazionario a cui dà la dovuta intransigenza un ottimo Salvo Randone. Lea Massari è Monica, logora amante del protagonista, mentre tra gli ‘amici’ notturni troviamo Renato Salvatori, Adalberto Maria Merli e un grande Giancarlo Giannini, prima della fama internazionale acquisita con i ruoli nei film di Lina Wertmüller.

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini uscì in Francia in un’edizione pesantemente tagliata e rimontata da Alain Delon, che anni dopo si è detto pentito della manomissione; adesso, dopo il restauro in 4k – che questa settimana è nelle sale italiane per celebrare i centoventi anni della Titanus – anche il pubblico d’oltralpe può avere accesso alla versione originale integrale.