
Al suo terzo lungometraggio il cineasta cinese Wei Shujun con Il mistero scorre sul fiume realizza un’opera mutevole, intrisa del fascino di un’ambiguità mai del tutto dissolta; partendo dai canoni del genere noir il regista inserisce elementi metaforici e splendidi momenti onirici a decostruire il giallo, per trasformare il film in qualcos’altro di indefinibile che s’interroga su quell’oscurità interiore propria in ogni essere umano.
Città di Peishui, provincia di Jiangdong, 1995. L’ufficiale di polizia Ma Zhe a capo della sua squadra investigativa deve indagare sull’omicidio di Wang Fengxia, al villaggio chiamata da tutti ‘Nonna Quattro’, un’anziana allevatrice di oche il cui corpo è stato ritrovato, con un taglio alla gola, sulla riva del fiume. Mentre sua moglie è in attesa del loro primo figlio, il poliziotto segue gli orizzonti aperti da indizi rinvenuti sulla scena del delitto; ascoltando la voce misteriosa di una donna nascosta sul lato B in cassette audio di musica popolare, affiora una vita segreta della popolazione locale, invisibile allo scorrere quotidiano della vita sotto la luce del giorno. Le indagini chiamano in causa il figlio adottivo della vittima affetto da problemi psichici e, nonostante l’uomo si sia sempre mostrato pacifico e incapace di reagire anche alle sassate dei monelli di strada, le autorità fanno pressione su Ma Zhe perché chiuda velocemente il caso, incriminando quello che appare un perfetto capro espiatorio. …ma ormai il velo che separa l’apparenza esteriore dalla verità occulta delle cose, è irrimediabilmente squarciato e per l’ufficiale non sarà possibile tornare indietro. Mai più, perché la via della conoscenza è un percorso a senso unico, nessuno per quanto si sforzi può ignorare una consapevolezza acquisita.

La sequenza di apertura è perfetta sintesi metaforica del percorso esistenziale verso l’oscurità di Ma Zhe: in un palazzo, che scopriamo poi in demolizione, dei bambini corrono e si inseguono giocando; l’ultimo della fila armato di una pistola giocattolo perde di vista i compagni che stava inseguendo, finché, solo in fondo a un corridoio, apre una porta che si spalanca sull’abisso. Nel vuoto della parte già demolita dell’edificio, tra le macerie, ruspe al lavoro sono sempre in movimento.

Tratto con estrema libertà da un racconto dello scrittore Hua Yu, autore anche del romanzo e della sceneggiatura di quel Vivere! con cui nel 1994 Zhang Yimou ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes, Il mistero scorre sul fiume riflette il clima politico alla fine del Novecento, quando le autorità governative cinesi portavano avanti in maniera ossessiva – e oppressiva – l’ideologia di uno spirito collettivo a cui il singolo doveva immolarsi, oggi tramontato e rimpiazzato dalla volgarità del dilagante egocentrismo globale.

Lungi dal voler nutrire insensate nostalgie, il film è occasione per ritrarre la Cina degli anni ‘90 attraverso cui l’autore tenta di comprendere cosa è diventato oggi il suo Paese, con la crescita economica e l’introduzione della libertà di mercato – unica consentita – che hanno segnato profondamente la società e i suoi valori. La scelta di utilizzare la pellicola 16 mm, nonostante l’assenza in zona di laboratori per lo sviluppo, ha ridotto i ciak consentiti accelerando i tempi di lavorazione e creando la splendida atmosfera sullo schermo.

Girato in ordine cronologico, con la presenza di un’incessante pioggia metaforica, Il mistero scorre sul fiume è stato realizzato in modo inconsueto con una rapida post produzione. Il montatore Matthieu Laclau, che ha iniziato il lavoro mentre erano ancora in corso le riprese, d’abitudine non legge mai la sceneggiatura preferendo un racconto orale per sommi capi, poi procede d’istinto e già una settimana dopo la chiusura del set il primo montaggio era completo e disponibile.

Adesso, un anno dopo la presentazione nella sezione Un Certain Regard al 76° Festival di Cannes, finalmente Il mistero scorre sul fiume di Wei Shujun è arrivato nelle sale italiane distribuito da Wanted Cinema.
Un’Emozione Visiva densa di mistero che continua a interrogarci a lungo, dopo la fine della visione.
