Realizzato in occasione del centenario della morte di Stefano Bardini (Pieve Santo Stefano, 13 maggio 1836 – Firenze, 12 settembre 1922), il volume, edito da Polistampa, prende spunto dalle numerose iniziative organizzate per celebrare la figura dell’antiquario, approfondendo i poliedrici tratti della sua vita e della sua attività, evidenziando il rilievo che ebbe nella storia di Firenze e nella definizione della sua immagine di capitale dell’arte.

Testi e immagini accompagnano il lettore in un viaggio alla scoperta della sterminata collezione – dipinti e pitture, sculture, arredi lignei e mobili, arazzi e tessuti, corami, disegni, strumenti di lavoro – così da tracciare nettamente le linee di quel florido periodo per la storia dell’antiquariato. Nel contempo, il libro rende conto di un anno di studi e ricerche volte a celebrare colui che, alla sua morte, dispose di lasciare alla città il prestigioso showroom e tutta la sua preziosa raccolta, oggi Museo Civico che porta il suo nome e vale davvero la pena visitare.

Palazzo Mozzi Bardini, che Stefano acquistò nel 1911, “il severo e turrito palagio che sorge a guardia dell’antico Ponte alle Grazie” che aveva, appunto lo showroom nel vicinissimo palazzo costruito nel 1880. Palazzo Mozzi – dimora medievale della ricca e potente famiglia di mercanti e tesorieri pontifici per più generazioni – tra Duecento e Trecento ha ospitato illustri uomini politici e condottieri, papa Gregorio X, Piero d’Angiò e Gualtieri VI di Brienne, duca di Atene.
Agli inizi del Quattrocento, a causa di disavventure finanziarie, i Mozzi furono costretti ad alienare le proprie abitazioni, che passarono ai Bardi e ai Nasi. La famiglia tornò in possesso della proprietà nel 1551 e la incrementò con l’acquisto di tutto il terreno fino a Porta San Giorgio.
Nel Settecento il Palazzo subì “profondi restauri” progettati da Gasparo Maria Paoletti ma, a causa di un nuovo rovescio finanziario e per l’estinzione della famiglia, a metà Ottocento fu acquistato dalla principessa russa Vanda Carolath von Beuthen e da lei, passò all’antiquario divenendo prezioso deposito per circa trentamila oggetti d’arte.
Alla morte di Ugo, unico erede di Stefano, il complesso rimase nuovamente in stato d’abbandono fino al 1997, quando lo Stato italiano acquisì l’eredità Bardini.