Quando Nilla Pizzi (1919-2011) icona e regina della canzone italiana, intonava appassionatamente, con la sua voce bruna e sensuale “Vola Colomba” vincendo il II° Festival di Sanremo, era il 1952.

In questi stessi anni, ancora con la ferita aperta della II° guerra mondiale, ma pieni di volontà e speranza nel futuro, apparivano sui muri dei palazzi di Milano, segnati dai bombardamenti, manifesti pubblicitari con una bianca glassata colomba di pasticceria.
Era come un messaggio di pace che annunciava che la fase bellica era finita e che si poteva ricominciare a vivere serenamente, in pace.

Un manifesto, che si esprimeva con un linguaggio semplice e chiaro, graficamente innovativo con pochi colori, ma brillanti e rassicuranti, preannunciava una Pasqua in famiglia da concludere tutti insieme a tavola, con una fetta di Colomba, capolavoro di pasticceria che, da artigianale, si avviava a diventare industriale, quindi alla portata di tutti ed a entrare nell’immaginario goloso collettivo tra i simboli della festa cristiana della Resurrezione.
Ma la colomba, come emblema di pace oltre a quella col rametto d’olivo nel becco dell’Arca di Noè, aveva altri illustri precedenti, come un episodio dell’assedio di Pavia da parte di Alboino, Re dei Longobardi del 572 d.c, in cui si mescolava storia e leggenda.

Dalla Pannonia (Croazia) il giovane Re barbaro, con al seguito 250.000 persone, compresi donne e bambini, attratto dalla fertilità, dal suo clima, di cui si favoleggiava, vinta la debole resistenza dei bizantini, dilagò nella pianura padana, occupandola, con grande facilità. Ma, quando arrivò a Pavia, inaspettatamente trovò una straordinaria resistenza ai suoi tentativi di conquista. La popolazione dimostrò grande coraggio, forte spirito di sopportazione, resistendo per ben tre anni, al logorante assedio, prima di capitolare. Alboino decise che la città di Pavia, rea di essersi tanto ostinatamente opposta alla sua avanzata dopo la resa, avrebbe dovuto essere data alle fiamme e la popolazione, tutta, passata a fil di spada, giurandolo pubblicamente. Paolo Diacono (720-799) – cronista longobardo al disopra di ogni sospetto! – nella sua opera Historia Longobardorum scrive che, quando il Re, animato dal più feroce spirito di vendetta si stava dirigendo verso Pavia, avvicinandosi alle porte, improvvisamente il suo cavallo, senza un nitrito, stramazzò sulle zampe anteriori, e, nonostante frustate violente, speronate nei fianchi, restò li come in ginocchio, davanti alle eroiche mura della città.

Ancor più inferocito, Alboino, ricordandosi il pubblico giuramento, ordinò ai pavesi che, riuniti in preghiera nella cattedrale, raccomandavano l’anima a Dio, il tributo di 12 fanciulle, le più belle, le più nobili, per deliziare le sue notti. A questo punto la storia sfuma in rosea leggenda. Le porte della città si aprirono, e in mesta teoria, avanzarono lentamente, a capo chino, vestite di bianco le 12 prescelte per il sacrificio. Tra loro, la più giovane, si disse che forse era un angelo, recava in mano un pane dolce a forma di colomba. Con una ispirazione, quasi divina, e con un gesto inatteso, lo offrì al cavallo inginocchiato. Questo improvvisamente si rialzò, tranquillo, ammansito, e riprese il suo passo, e condusse il Re verso la città, tra lo stupore di tutti che gridavano a il prodigio, al miracolo. Alboino, il feroce, il temuto, spietato nemico rimase interdetto, ma capì il messaggio. Commosso, confuso, pentito, liberò le fanciulle, risparmiò Pavia e ….ne fece addirittura la capitale del suo regno. Tutti mangiarono il pane a forma di colomba in segno di pace e riconciliazione. La coincidenza volle che la S. Pasqua fosse vicina, intrecciando così la storia, le leggenda, con un più alto significato. Ecco come, secondo la leggenda, la colomba di Alboino è arrivata “galoppando” pacificamente sulle nostre tavole nel giorno di Pasqua.