“Il Sogno Americano ha sempre avuto un ruolo predominante nella storia che la mia famiglia voleva presentare al mondo. […] I miei genitori si sono sempre ritenuti abbastanza intelligenti da poter separare il mito dalla realtà, ma ho assistito per anni alla loro lotta contro i mulini a vento di una società sbagliata alle radici.”
James Gray

Dopo aver esplorato l’avventura nella giungla amazzonica in Civiltà perduta e lo sconfinato spazio profondo con Ad Astra, il cineasta newyorkese James Gray con Armageddon time – il tempo dell’apocalisse fa ritorno ai territori familiari delle sue origini per raccontare nel modo più sincero possibile un momento autobiografico di svolta, tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza; un’opera che affronta un passaggio decisivo nella crescita personale dell’autore tornando di nuovo ad attingere al bagaglio emotivo della sua famiglia, dopo che in C’era una volta a New York aveva portato sullo schermo i ricordi dei suoi nonni emigrati in America dall’Europa agli inizi del Novecento.
Un arco narrativo di due mesi nell’autunno 1980 in cui i genitori del regista decisero di cambiargli scuola; passaggio traumatico dalla Scuola Pubblica 173 nel Queens a New York, dove le classi multietniche con ragazzi di ogni estrazione sociale arrivavano anche a quarantotto alunni, alla scuola privata Kew-Forest in una zona più ricca del quartiere, dove gli studenti tutti bianchi e benestanti avevano nelle aule numeri decisamente più ridotti. L’amicizia con il compagno afroamericano Johnny interrotta dal trasferimento, il legame col nonno materno Aaron che pare l’unico capace di capirlo e, su tutto, il sentimento di sentirsi padrone del mondo, come se ogni opportunità gli fosse dovuta, era causa di una totale inconsapevolezza sulle disparità e sul razzismo che precludevano ad altri ciò che lui dava per scontato. Una cicatrice emotiva personale, frattura esistenziale decisiva che nel bene e nel male segnò il resto della sua vita, inferta nelle stesse settimane in cui le elezioni presidenziali portarono Ronald Reagan alla Casa Bianca, determinando l’inizio dell’infausto dominio liberista che perdura ancora adesso.

Ispirato a una canzone del periodo, il titolo Armageddon time fa riferimento allo smarrimento – vera e propria “fine del mondo” – che vive il giovane Paul Graff, l’alter ego cinematografico del regista interpretato da Banks Repeta, quando è costretto a lasciare l’amico Johnny, interpretato da Jaylin Webb, che vive in stato di abbandono a causa di situazioni drammatiche solo suggerite nel film, con piccoli dettagli rivelatori, perché il protagonista non è al corrente di quella realtà.

Il film di James Gray deve moltissimo alle ottime prove d’attore di un cast prestigioso: Anthony Hopkins incarna l’autorità morale di nonno Aaron, un’autorità fondata sull’amore incondizionato, sulla complicità e sulla capacità di condividere col nipote anche i ricordi più cupi; Anne Hathaway è la madre Esther, insegnante di economia domestica che combatte pregiudizi maschilisti anche nel suo istituto; Jeremy Strong incarna, in modo superlativo, eccessi e debolezze del padre Irving.

Tema centrale del film il diverso trattamento che, in termini di accesso alle opportunità, offre agli individui la società a stelle e strisce, la stessa che ama spacciare per realtà una menzogna come il noto Sogno americano. Sono vissuto reale gli interventi di membri della famiglia Trump alla scuola pubblica, che dall’alto dei loro privilegi fanno discorsi motivazionali a ragazzi spesso privi delle cose più elementari, con Jessica Chastain in un cameo nel ruolo di Maryanne, sorella di Donald.

Armageddon time – il tempo dell’apocalisse di James Gray è per espressa volontà dell’autore un film di fantasmi, la rievocazione di persone e di un mondo che non ci sono più, un’opera intrisa di dolce nostalgia che sarà nelle sale italiane il prossimo 23 marzo, distribuita da Universal Pictures Italia.