Devo darvi tre belle notizie.
Al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato è stato ospite Umberto Galimberti, che ha incontrato il pubblico su un tema non banale, “La bellezza: legge segreta della vita” nell’ambito del Festival Firenze Suona Contemporanea.

La prima bella notizia è che l’iniziativa ha riscosso un larghissimo consenso (e in molti non hanno trovato posto in sala) e questo mi sembra un segnale positivo, la seconda è che questa lectio magistralis di Galimberti è stata di altissimo livello per l’argomento trattato. La terza buona notizia è che, se siete incuriositi, potete tuffarvi nella lettura de “Il mistero della bellezza (Orthotes editrice Napoli-Salerno, 2016), un breve saggio contenenete i due fili conduttori che Galimberti ha seguito durante la sua lectio pratese e cioè di come il tema della bellezza sia declinato nella cultura giudaico cristiana e in quella greca.
Nel volumetto, Galimberti fornisce particolari per capire il nostro mondo e quindi anche la nostra vita. Tra queste, colpisce la riflessione sulla bellezza della parola nella cultura giudaico cristiana. Secondo l’autore stiamo trascurando questa forma di bellezza, stiamo trascurando la parola senza accorgerci che senza parole, con l’impoverimento del linguaggio, mancheranno anche i pensieri perchè “nessuno può pensare una cosa a cui non corrisponda una parola”. Per questo motivo il filosofo direbbe ai giovani “non perdete le parole, perchè se perdete le parole, perdete i pensieri”.
E la bellezza può stare nelle parole delle leggi?
Immagino che stiate già sorridendo pensando alle nostre leggi di trecento articoli, settecento commi, periodi più lunghi di una fila al supermercato il sabato pomeriggio.
Però la parola “bellezza” a volte è contenuta nelle leggi. Provare per credere. Andate sulle banche dati di documenti giuridici antichi messi a disposizione sul sito dell’Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione Giuridica del CNR (Archivi LLI e Vocanet) digitate la parole “bellezza” e avrete come risultato tre record. In uno di questi (articolo 14 comma 1 della Carta del Carnaro cioè la Costituzione della reggenza italiana del Carnaro, promulgata a Fiume nel 1920) troverete che “Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella università dei Comuni giurati: la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’ uomo rifatto intiero dalla libertà; l’ uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.
Il tre ricorre. Che sia un caso?
(info-archivistorici@ittig.cnr.it)