Tra le Cave di Cusa e il Parco Archeologico di Selinunte si snoda la mostra “Ars aedificandi, il cantiere nel mondo classico”, a cura dello storico dell’architettura Alessandro Carlino e del direttore del Parco, Bernardo Agrò.
Con la ricostruzione in scala 1:1 di un vero e proprio cantiere si intende divulgare la conoscenza delle tecniche e dei processi adottati per erigere i grandiosi templi selinuntini: sulla collina ad est e sull’acropoli sono ricostruite a grandezza naturale dieci “macchine”, tra cui una gru alta dodici metri, carri e slitte per il trasporto del materiale lapideo e strumenti di misura come il romano corobate, che serviva a misurare la pendenza del terreno.

“Ars aedificandi” nasce dalle meticolose descrizioni del De Architectura di Vitruvio, da cui apprendiamo ad esempio che i templi greci erano riccamente decorati e colorati; lo testimoniano, in mostra, le ampie porzioni di intonaco policromo dei blocchi architettonici del Tempio E. Il trattato vitruviano ci informa inoltre del lavoro di edificazione da parte di vere e proprie officine di esperti costruttori, cavatori, scalpellini e decoratori, dunque maestranze specializzate e molto prolifiche, che si spostavano da un luogo all’altro; probabilmente infatti si recarono ad Agrigento per erigere i famosi templi dorici della Valle. Sono state ripercorse anche le descrizioni delle fonti antiche e quelle iconografiche dei viaggiatori del Grand Tour, come Houël, che nel 1784 documentò l’attività alle Cave di Cusa.
Le macchine della mostra “Ars aedificandi”, dunque, si fondano su ricostruzioni scientifiche e documentarie, che consentono anche di supporre l’estensione dei metodi costruttivi dei templi a tutto il Mediterraneo; metodi meno sofisticati di oggi perché scevri dalla tecnologia e basati su empirici tentativi ed errori.

Il percorso espositivo ha inizio dalle Cave di Cusa (dal nome del barone omonimo, antico proprietario dell’area), da cui vennero estratti i materiali per la costruzione dei templi. Esse sono attive dal VI secolo a.C. e si presentano proprio come un “manuale” dei sistemi di scavo, poiché la brusca interruzione dei lavori di estrazione a causa dell’arrivo dell’esercito di Annibale ha consentito di rinvenire i rocchi abbandonati e finiti, pronti per essere trasportati. Dalle cave, a undici chilometri da Selinunte, si prosegue poi verso il Parco archeologico, dove sono posizionate le macchine in scala 1:1.
Accanto ai colossali blocchi del Tempio G troviamo la riproduzione della slitta che veniva adoperata per il trasporto, che avveniva grazie a rulli di legno e buoi. I rocchi più mastodontici venivano trasportati con la Macchina di Chersifrone e gli architravi con la Macchina di Metagene (dal nome del figlio di Chersifrone), dotata di una ruota lignea in cui i blocchi potevano rotolare dalla cava alla fabbrica, trainati da animali da soma; entrambe le macchine sono in mostra.

Ma se i blocchi di calcarenite estratti nelle cave arrivavano in cantiere su slitte o carri, rimaneva da risolvere il problema del sollevamento. Si pensò dunque a una macchina costituita da lunghe travi di legno conficcate nel terreno e unite dalla parte opposta a formare un triangolo; in cima erano poste delle carrucole che tramite le corde permettevano il sollevamento di elementi molto pesanti ma con il minimo sforzo. Si trattava della gru (o capra) e in mostra ne troviamo una grande accanto al Tempio A.
Per quanto concerne il tempio, suggestiva “casa degli dei”, sappiamo che doveva sorgere su basi molto resistenti, sicché gli scavi miravano a trovare un piano roccioso ben saldo. Che si trattasse dell’atletico e bellico stile dorico, del più aggraziato e virtuoso ionico o del gracile e squisito corinzio, il piano di appoggio doveva essere perfettamente orizzontale. Così, con un sistema già collaudato dagli egizi, venivano scavati dei canaletti nella roccia e se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte l’acqua rimaneva stabile. I rocchi delle colonne venivano rifiniti in cantiere, posti gli uni sugli altri e assemblati con perni; solo dopo venivano eseguite le scanalature. Le travi in legno del tetto erano assemblate con chiodi e funi e sovrastate da tegole in laterizi, la cui fornace si trovava vicino al tempio; per la costruzione di quest’ultimo, lo ricordiamo, potevano anche occorrere decenni.

Ecco dunque una mostra dall’alto valore didattico e conoscitivo, che fa onore alla mole di lavoro dei “giganti” del passato, agli sforzi profusi senza aiuti tecnologici da un mondo antico che vale la pena conoscere e valorizzare.