
Quando gli storici dell’arte parlano della lettera, parlano di “quella” lettera: una delle più celebri del Rinascimento, ma che paradossalmente conosciamo pochissimo. Il destinatario, che doveva essere papa Leone X Medici (ma al quale non è mai arrivata), è noto, ma non sappiamo esattamente chi l’ha scritta, se Baldassare Castiglione o Raffaello, o tutti e due, e non abbiamo nemmeno la certezza sia stata mai effettivamente letta dal pontefice, visto che la morte di Raffaello lasciò il lavoro a metà. L’avrete capito: parliamo di quel testo – lettera o vera e propria orazione – che documenta le condizioni (pessime) delle antichità romane, in una città in cui “sono state ruinate molte cose belle”, e incoraggia allo stesso tempo il pontefice a prendersene cura. A questa celeberrima missiva è dedicato il libro di Salvatore Settis e Giulia Ammannati, Raffaello tra gli sterpi. Le rovine di Roma e le origini della tutela (Skira), che come in un’indagine confronta le versioni esistenti della lettera e mette a paragone bozze e versioni, citazioni e interpolazioni per cercare di arrivare a mettere un punto ad una storia secolare, che però genere ancora dubbi. Per esempio: perché se la lettera è scritta in prima persona, e perché se tutti gli indizi convergono sul nome di Raffaello (“essendo io stato assai studioso di queste antiquitati e havendo posto non piccola cura de cercharle minutamente e misurarle con diligentia” scrive l’autore a un certo punto, e di certo non può che essere l’urbinate a parlare), il testo è materialmente scritto da Baldassarre Castiglione, che pure era amicissimo del primo? La cosa più probabile è che entrambi avessero una bozza della lettera, e che ognuno ci lavorasse per conto proprio per discuterne poi nelle occasioni in cui ci si ritrovavano insieme. Delle diverse versioni, a questo punto è lecito pensare che sia rimasta solo quella che Baldassare Castiglione si riportò a Mantova nel novembre del 1519, e che sia rimasto nelle carte di famiglia fino a che non venne riscoperto e diffuso a stampa. E chissà che fine avrà fatto la versione di Raffaello, andata perduta dopo la sua morte improvvisa?
Ma il libro allarga anche l’orizzonte, e passa ad analizzare l’idea del collezionismo romano tra Quattrocento e Cinquecento, e quell’inesorabile cambiamento di prospettiva per cui “le sculture antiche, che tanto a lungo erano state res nullius buone solo per i calcararii, erano ormai diventate oggetto di desiderio, ammirazione, orgoglio personale”. Qualcosa stava cambiando, e la lettera, chiunque l’abbia scritta o concepita, era consapevole dell’essere ormai entrati in un altro modo di intendere il passato.